"Noi che volevamo apprestare il mondo alla gentilezza" di Paolo Borsoni
Ti sorprenderesti, amico mio, a sapere che a questo mondo ogni arma è stata bandita. Il razzismo stolido e bieco è stato estirpato. Giustizia e libertà finalmente hanno prevalso. L'obbedienza compiacente ed ipocrita su questa terra non è più una virtù. I ricchi in questo giorno straordinario stanno dividendo in parti uguali i loro averi e lasciando con un palmo di naso i menagramo saccenti ne fanno partecipi i diseredati più poveri. Finalmente, amico mio, legge è diventata soltanto pace e solidarietà senza mercede. Non ti sorprendere, amico mio, così tanto! stavo solo scherzando! stavo portandoti in giro. Devi sapere che l'arroganza dei disonesti in questi tempi bui domina e ammalia con una spudoratezza mai vista, l'arrivismo più bieco, la superbia di sempre. Ormai ti troveresti persino in difficoltà a capire e a parlare: il potere riesce a stravolgere con impudenza anche il senso delle parole: pace è diventata guerra continua, la tortura è entrata a far parte della nostra etica più avanzata. Assolutamente sorprendente ormai è diventato soltanto immaginare un mondo diverso: elementare nella sua semplice ragionevolezza, il mondo che con ingenuità inestimabile io e te, amico mio, volevamo apprestare un giorno, con generosità, alla gentilezza. *** Soltanto una scintilla di fragilità è una liberazione da questa danza di tenebre, dal delirio di questo mondo di macchine, di guerre, che si esalta, si gloria, di dolore, di lacrime. Soltanto la fragilità dà una speranza in questa notte meschina dell'anima, dove pace è la quiete (dopo la strage), orripilante la morte (ma esclusivamente dei propri sodali), seducente la parvenza di chi con persuasività inebriante ci rassicura guidandoci, noi superstiti, molcendo l'ultimo tratto di strada che manca (al precipizio del nostro massacro). *** Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, quando l'ultimo fiume sarà stato avvelenato, quando l'aria sarà irrespirabile e camminare per strada sarà non solo un rischio mortale ma anche impossibile perché non ci saranno più luoghi per camminare, quando la guerra sarà il nostro stato perenne di cose, mentale, quando 'pace' sarà una parola eversiva in bocca agli individui più pericolosi e più folli, quando la tortura sarà una dolce, persuasiva forma di invito a parlare, emblema della nostra civiltà superiore, quando la spudoratezza diverrà un metodico segno di comprovato talento di successo sociale, quando la grettezza sarà misura di schietto valore e la razionalità verrà irrisa come arroganza, quando il potere sarà nelle mani di spregiudicati individui pregiudicati, quando l'ultimo prato farà spazio al megastore più sterminato, quando non ci sarà più acqua pura da bere e il pane non sarà più pane da masticare... chissà… forse… proveremo uno strano gusto o forse un disgusto accidioso di sordidezza interiore. *** Il cielo era ancora chiaro quando cominciammo a scaricare stivali, scese il buio e noi stavamo scaricando stivali dai vagoni ferroviari. Poi cadde la notte mentre scaricavamo stivali dai vagoni ferroviari. Quando fu giorno (e noi stavamo scaricando stivali dai vagoni ferroviari) il cielo divenne limpido come mai avevo visto prima, e noi eravamo lì a scaricare stivali dai vagoni ferroviari, sputando per terra non smettevamo di scaricare stivali dai vagoni ferroviari, imprecando contro il destino scaricavamo stivali dai vagoni ferroviari. Continuavamo senza tregua a gridare, mentre le nostre braccia scaricavano stivali dai vagoni ferroviari. Impauriti con le dita bluastre, corrose, gialli di rabbia, intimoriti alzando al cielo grida per avere un po' di sollievo, continuavamo a scaricare stivali dai vagoni ferroviari. Fa sempre bene gridare! Gridare è una splendida consolazione! E' un aspro sollievo! E noi gridiamo come pazzi mentre qui in quest'angolo del nostro destino continuiamo a scaricare stivali dai vagoni ferroviari. *** In questo gelido giorno d’inverno una vecchina è seduta con le spalle addossate al muro sul marciapiede. Il marito cieco accanto a lei suona la fisarmonica e ondeggia al ritmo cadenzato della sua melodia malinconica. Infilo una moneta nella scatoletta di cartone. La vecchina alza gli occhi per guardarmi: da sopra gli occhialetti da presbite occhi di vecchietta contro occhi di un passante con la mano tesa nell’attimo di posare una moneta. Pochi passi... e all’angolo delle piazze un ragazzo dalla pelle nera insiste per vendermi il giornale “Terre Di Mezzo”. «Non ho spicci!» cerco di difendermi. Lui tutt’allegro – sprizza felicità da tutti i pori – con un sorriso a 32 denti mi cambia una banconota da 100 euro. Pochi passi ancora... e mi fermo al banchetto dei “Beati Costruttori Di Pace” per firmare una petizione per la pace in terra e nel cielo. La signora seduta all’ombra a 0 gradi centigradi dietro il banchetto infreddolita rabbrividisce, le gocciola il naso, mi sorride appena, mi mette in mano tremando un volantino, senza dire una parola, per un’assemblea di martedì. A 80 metri c’è il sole e il banchetto giallo della “Lista Bonino”. Facendo un percorso tortuoso giungo all’edicola dove un signore esclama a voce alta rivolto alla moglie ma per farsi sentire da tutti gli astanti (e quindi anche dall’infreddolito flâneur dalle orecchie ben tese): «Oggi c’è sciopero degli autobus! Una volta si diceva: A fare sciopero sono i delinquenti!». (Una linea divide in due questa terra, attraversa le strade, s’infila nelle finestre dentro le case, s’infigge nell’anima. È difficile vederla; scivola nella luce e nell’ombra; è una linea che scava in profondità senza affiorare, senza farsi sentire. È un modo di vedere, di guardare, di condividere, è un contraltare della quotidianità e del deserto interiore che ci appartiene; è una linea fragile che segna l’io e il tu e che divide una persona da quella vicina: si chiama ‘compassione’.) *** «Io allevo maiali - mi dice l’uomo. - Sono appena tornato a casa per riposare. Riprenderò a sparare più tardi». «Io non ho sentito nulla - mi confessa con candore la donna, - prendo tante di quelle medicine per dormire! Malgrado i bombardamenti mi sono appena svegliata». Io guardo fuori della finestra. Ecco quel che resta di un soldato in un’aia: un piede, un calzino… una gamba staccata… un piede senza calzino, il torace… e qualche metro più in là sotto un albero, accanto a una mela bacata, la testa spaccata piena di mosche. «Io vado a rigovernare i maiali - mi dice l’uomo con un sorriso garbato di gentilezza, - poi, dopo aver dormito ed essermi rifocillato, riprenderò immediatamente a sparare su quei bastardi che abitano dall’altra parte del fiume». «Io ritorno a dormire - mi dice la donna con un’espressione garbata. - Ma se lei vuole trattenersi… consideri questa casa come la sua». Faccio segno di no con il capo. Questo posto è un posto sbagliato, non è la mia casa. Il caffè che m’ha offerto la donna è cattivo, bruciato. Lo trangugio con gli occhi fissi sulla costruzione squadrata fuori della finestra. Sento che i maiali sopravvissuti lì dentro grugniscono. Così in questo porcile i vivi mordono i morti. Le ragioni degli uni e degli altri a questo mondo sono evidenti: ciascuno, da una parte e dall’altra del fiume, vuol far valere quanto gli conviene e gli aggrada e lo fa sparando, grugnendo, riducendoti a pezzi… e se gli capiti a tiro, amico mio, azzannandoti come se tu fossi una mela un po’ rovinata dalla turpitudine: una mela bacata. *** È una festa perversa, un torto da riparare che genera e rinnova altri torti; è la corrente di un fiume che trascina via esseri umani squarciati a brandelli; sono carri bestiame adibiti al trasporto di individui indesiderati in buche scavate in cui rincantucciarsi tra confini dove gli altri, i nemici, si affacciano per conseguire vittorie nel succedersi di sconfitte continue in questa valle di lacrime senza volti da accarezzare, senza mani da sfiorare, senza speranza, gli uni e gli altri appiattiti su avamposti avanzati al di là di linee che baluginano di fiamme dove un angelo sguaina la sua spada per squarciare in due questa terra in un'alba con gli occhi che fanno fatica a riaprirsi su campi disseminati di corpi lanciati all'attacco da strateghi impassibili in divise immacolate su cui appuntare medaglie al valore, all'onore, alla gloria, all'orgoglio, alla patria, al tarlo del delirio che ci rode l'anima. *** Questo mondo fino alle cose ultime è muto, afono. Forse lo stesso accade anche altrove, ma qui il disgusto sfiora il confine dove ha inizio la devastazione interiore. Sradicare gli altri da questa finzione forse è un atto crudele, sradicare se stessi la conquista più grande: non esiste conquista più sconfinata che sradicarsi da questo inaridimento del cuore. *** Riconciliarsi, perdonare, disarmarsi, disarmare la propria mano, la propria mente, il proprio cuore (la propria anima), se stessi. Riconoscere le ragioni di chi ci sta di fronte, chiedere perdono, perdonare. Camminare a fronte alta, tendere la mano, sfiorarsi, lasciar vivere se stessi, gli altri, senza abbandonare la tenerezza, con tensione estrema, senza illusione alcuna. *** Paolo Borsoni Via Turazza 48/D PADOVA 35128 borsoni@libero.it tel 049774811 http://digilander.libero.it/borsoni/ *** BESA EDITRICE Via Duca degli Abruzzi 13 NARDO' 73048 direzione@besaeditrice.it (Diffusione in Italia: agenzia PDE)
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