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L'ultimo romanzo di Cheikh Tidiane Gaye

Méry, principessa albina

L'Africa non è una buona alunna dell'Europa e degli stati Uniti
Giacomo Alessandroni15 settembre 2007

Cheikh Tidiane Gaye Méry, principessa albina Edizioni dell'Arcoi, 2005 Pagine 96 Euro 6,90

Cheikh Tidiane Gaye
Cheikh Tidiane Gaye, nativo di Thiès (Senegal), ha partecipato nel 2003 al concorso «Genova città della poesia europea» dove è stato premiato per l'opera «A mio padre Mandela».
Nel marzo dello stesso anno è stato invitato a presentare alcuni scritti durante la manifestazione culturale «Journées de la Francophonie à Rome», organizzata dalle ambasciate dei paesi francofoni in Italia.
Attualmente vive e lavora a Milano come corrispondente del settimanale senegalese «Le Témoin». Nel 2001 ha pubblicato ha pubblicato il suo libro «Il Giuramento» con Liberodiscrivere Editore (Genova).

«Méry, principessa albina» è il suo secondo libro.
L'Africa non è una buona alunna dell'Europa e degli stati Uniti non solo per la pesantezza delle politiche di globalizzazione e mondializzazione ma anche per le guerre etniche, tribali e civili che incancreniscono il suo sviluppo.
Tuttavia, occorre riconoscere che questa terra non è nata per ricevere da altre civilizzazioni i loro modi di pensare e di vivere.
L’Africa ha molto da offrire, da dare, soprattutto in questo periodo di conflitti dove ogni stato sostiene di detenere la culla della civiltà e dove l’uomo ha perso molti valori e qualità che lo identificavano come tale e che l’Africa mantiene.

Le ragioni per affrontare questa tematica, per scavare nel mio passato e nelle mie origini sono infatti molteplici, soprattutto per uno scrittore africano residente in Europa. Questo libro non descrive i problemi che affrontano gli immigrati, la precarietà delle loro condizioni di vita che nessuno oggi ignora, ma vuole elevarsi al di là di questa realtà per identificarsi e farsi conoscere meglio.

Chi siamo noi? La risposta non è così semplice come potrebbe pensare l’Occidente. E’ allora un dovere e una necessità servirsi delle nostre origini, dei nostri costumi e iscriversi nell’ottica dell’identificazione della cultura africana e della diaspora nera in generale. Questa vasta e ricca cultura non perirà e gli autori africani contemporanei avranno sempre la possibilità di rivolgersi all’umanità intera come riferimento. Una cultura ricca di stile, di figure e di metafore...
Non deve forse, lo scrittore africano, attenersi alle sue caratteristiche e rifiutarsi di farsi travolgere da altre tecniche di scrittura e d’espressione?
La matrice linguistica del libro ricorda il modo di parlare e di raccontare del griot[1] che, per il suo ruolo primordiale e il suo peso nella società africana, ha sempre sollevato le coscienze, i cuori e fatto conoscere le leggi a tutti.

Mery principessa albina è l’espressione di un popolo e di una generazione che ha accettato di far rivivere una cerimonia antica, parte integrante di una cultura che tende a sparire, e che partecipa a plasmare l’uomo come modello di quella società. Quest’opera riflette senza mezzi termini l’esistenza di una “agorà africana” simboleggiata dalla cerimonia dell’iniziazione.
Un lettore di libri gialli e d’azione forse non andrà oltre le prime pagine di questo libro, ma occorre osservare che, nel campo letterario africano, coltivare il suo passato di meraviglia e le sue realtà multidimensionali richiede un interesse incommensurabile, in primo luogo per l’africano che si emancipa e si avvicina sempre più alla cultura occidentale divenendo ibrido. Il resto del mondo, così indifferente alla realtà del mondo nero, è l’altro, l’Occidente che “ignora” e “si disinteressa” delle altre culture.
La tecnologia è nata per il benessere dell’umanità tutta; la cultura invece è nata come modo di pensare, di gestire i rapporti e i sentimenti diversi dei popoli...

Tuttavia è illuminante che partendo dalle nostre realtà, l’Africa potrebbe riprendersi a trovare soluzioni ai suoi problemi. L’Africa che si disseta col sangue, una terra dove le danze e i canti tacciono. Bambini senza speranza attesi al varco della perdizione, dal contatto con l’Occidente che fa dimenticare le loro radici e le loro realtà…In questo modo l’Africa non solo dimentica se stessa a causa della mondializzazione, ma gli africani stessi “interrano” i loro costumi senza rendersene conto. Questi africani dimenticano anche che la loro cultura può offrire molto all’uomo contemporaneo, soprattutto in questo mondo in pieno mutamento.
Mery principessa albina è un racconto che si svolge attraverso “l’agorà africana” cioè la capanna dell’uomo dove si inserisce l’iniziazione, o l’allontanamento dalla famiglia, al fine di infondere le virtù cardinali riconosciute agli africani come l’ospitalità, il reciproco rispetto, il coraggio, l’amore, il perdono...

La parte lirica è alla base di questo libro. In africa la parola è sacra e poetica e, anche non volendo poeticizzare, l’autore africano vi è costretto, perché lo stile propende sempre verso la poesia. Ed ecco un’altra caratteristica da invidiare alla letteratura africana.
Forse il lettore italiano scoprirà un nuovo tipo di scrittura, basata su un modo di narrare opposto a quello conosciuto nei paesi di tradizione scritta come l’Occidente. Per meglio avvicinarsi al ritmo, alla forma, al suono, alla parola, che stanno alla base della narrazione orale e che caratterizzano il continente africano, il lettore dovrà armarsi di pazienza. Infatti, se la narrazione orale ha come obiettivo quello di salvaguardare e conservare l’intera ricchezza della diaspora nera in generale, niente giustificherebbe la modifica o l’abbandono dello stile considerato la base della tradizione orale. Non esiste un popolo bambino, tutti i popoli sono adulti.

Ogni popolo dovrebbe conservare ciò che ha di più prestigioso, dal suo stile scritto alla scultura, prima di aprirsi agli altri popoli. Questa particolarità della scrittura africana costituisce una costante, una sua caratteristica innegabile, e costituirà il punto di partenza dell’universalità – poiché i nostri padri hanno da sempre lottato per non citare altri che Aimé Césaire e L. S. Senghor.
L’accesso alla modernità che caratterizza quest’epoca metterà in discussione la nostra tradizione orale, ricca e grandiosa eredità secolare? A mio avviso, ancorarsi alla cultura orale diventerà l’unica arma, non solo per identificarsi, ma per far rinascere quella dignità tanto ridicolizzata ma che avrà sempre un posto nel concerto dei popoli.

Sono lontano dalla mia terra e dalle sue difficoltà ma se parlo trasformando le mie parole in versi o in righe, libero la mia lingua e il mio spirito dalle prigioni della sofferenza. Spero che la mia voce verrà sentita.
La luce che esplode sotto il grande baobab nella piazza grande del villaggio che porta alle decisioni importanti, alla vita serena, al rispetto reciproco, alla pace, alla libertà d’espressione…questa è la vera Africa, una razionalità innata. L’Africa esiste e continua a esistere.
Leo Frobénius ha di nuovo ragione: “L’Africa è civilizzata sino al midollo spinale”.

Note: [1] In Senegal, cantastorie, giudice e depositario della storia del territorio e delle leggende tradizionali. E’ la figura sociale più importante dopo il re, a cui spesso fa da consigliere.
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