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    Menzogne radioattive

    Le rivelazioni e le accuse di Padre Benjamin
    19 marzo 2001 - Daniele Passanante
    Un muro di ipocrisia dietro al quale gli Stati e le organizzazioni mondiali si trincerano. Un prete che da dieci anni lotta per fare conoscere la verità. Padre Jean-Marie Benjamin sulla questione “uranio impoverito” lancia accuse al vetriolo.

    Cosa pensa dell’ultima indagine medica condotta da una commissione di esperti del ministro della Difesa, presieduta dal professor Franco Mandelli?
    Sono molto inquadrati, io so indirettamente che hanno avuto delle raccomandazioni sul risultato finale… L’inchiesta Mandelli, come tutte le inchieste che faranno, non potrà mai ammettere che abbiamo inquinato l’Europa per gli anni a venire. Vorrebbe dire riconoscere che l’Italia è colpevole, che l’Europa e che la Nato sono colpevoli.

    Dopo che la fulminea Desert Storm americana mise a tacere la boria di Saddam Hussein e il deserto tornò alla sua immobilità millenaria, lei si chiese cosa era accaduto alle popolazioni e ai bambini iracheni e iniziò a viaggiare verso il sud dell’Iraq, la parte più colpita del Paese. Qual è la sua testimonianza?
    Denuncio un alto tasso di radioattività e di contaminazione radioattiva ormai da due anni. Quando non hanno più potuto nascondere che gli A10 sparano proiettili all’uranio impoverito, non hanno più potuto negare. Fin dal 1999 ho provato a coinvolgere le autorità italiane, senza riuscirci.

    Da anni lei chiede di inviare in Iraq una commissione di esperti, ma né l’Unione europea né il Governo italiano hanno mai inviato alcuna delegazione. Perché?
    La ragione è molto semplice: dovrebbero ammettere che ormai il 40-48 per cento del territorio è al momento contaminato dall’espansione delle tempeste di sabbia, con una prospettiva spaventosa di decessi e di aumenti di malattie fino al 700 per cento. Nessuno studia l’inquinamento delle falde acquifere, o dell’ecosistema. Migliaia di proiettili radioattivi sono caduti sul territorio e oltre 2000 carri armati sono stati colpiti dai missili all’uranio. Quei carri ora stanno arrugginendo nel deserto: una ruggine radioattiva che si disperde in polvere nelle tempeste di sabbia contaminando l’ambiente.

    Nel ’90 i giornali erano come impazziti. Qualche giornalista esprimeva la propria ammirazione per una guerra lampo “con pochi morti e un buon risultato”. È stato così?
    L’effetto dell’esplosioni durante la guerra del Golfo ha provocato oltre 50mila morti fra i bambini nel sud dell’Iraq. L’effetto secondario della contaminazione, che durerà per molti secoli, farà danni ben maggiori. In Iraq aumentano del 200 per cento le leucemie, il cancro, le malformazioni dei bambini.

    Ma i mezzi di informazione oggi la stanno appoggiando?
    Ho fatto venire la settimana scorsa a Roma alcuni esperti iracheni: la Rai ha passato il servizio all’1.20 di mattina e i media non hanno diffuso assolutamente i dati emersi nella conferenza stampa. I comandi militari non possono pubblicare notizie di questo genere, vista la posizione della Nato, che è quella del Pentagono. Hanno persino bloccato l’informazione sul Washington Post quando stavano per pubblicare uno speciale. E la Nato va anche a fare ironia dicendo che «l’uranio impoverito non inquina più di un cellulare».

    Cosa è emerso dalla relazione degli scienziati di Baghdad?
    Gli esperti iracheni che lavorano nelle basi hanno costituito stazioni di prelievo e hanno identificato la presenza di particelle radioattive nel sangue dei pazienti. Il ministro iracheno della Sanità ha scritto all’Oms, all’Agenzia atomica di Vienna, al Segretario generale delle Nazioni Unite chiedendo l’invio di esperti. Nessuno ha risposto, nessuno viene inviato in Iraq.

    Fra i politici italiani con cui lei ha avuto modo di parlare, chi si è dimostrato più disponibile?
    Il ministro della Difesa Sergio Mattarella mi ha incontrato due mesi fa: ho presentato tre chili di documentazione. Mi ha risposto che dobbiamo aspettare le commissioni di inchiesta, ma ha ammesso che sulla vicenda c’è stata poca trasparenza. L’unico che si è mosso attualmente è il ministro per le Politiche Comunitarie Gianni Mattioli che ha scritto alla commissione europea per l’ambiente raccomandando di inviare una commissione in Iraq. Solo andando sul luogo si può capire meglio il problema: e non si può più dire – come accade sempre più spesso - che i documenti del ministero iracheno sono inaffidabili. Qualcosa si muove, ma dietro a tutto questo ci sono pressioni: non vogliono annullare l’embargo.

    Quali interessi ci sono oggi a mantenere l’embargo?
    Con l’embargo non si sentono in dovere di dare assistenza ai malati: dovrebbero ammettere i danni della guerra del Golfo e indennizzare l’Iraq. Anche i soldati americani potrebbero richiedere un risarcimento. È una tale montagna di denaro quella che dovrebbero pagare che sminuiscono il problema, negando la presenza di radioattività e di pericoli per la salute. Quello che si verifica nel sud dell’Iraq può verificarsi anche nel cuore dell’Europa.

    Una sporca questione di soldi, quindi, giustificata dalla distanza geografica e culturale con la terra delle mille e una notte. Ma la situazione nei Balcani non sembra essere differente: è così?
    Nei Balcani, in Kosovo e in Bosnia, ma soprattutto in Serbia, si è trovato del plutonio: c’era uranio impoverito nel penetratore dei proiettili, ma negli esplosivi c’era anche plutonio e persino elementi chimici vietati dalle convenzioni internazionali. Gli Stati vicini hanno paura che questi effetti si sappiano per evitare che la popolazione del Kosovo fugga dal proprio Paese: cominciano a esserci famiglie che hanno avuto bambini con malformazioni.

    Lei dice che l’America ha prima negato e poi sminuito il problema della radioattività in Iraq. Fino a quando continuerà a farlo?
    Non possono più negare. Ramsey Clark (l’ex ministro della giustizia statunitense - ndr) è andato nel sud dell’Iraq al confine con l’Arabia Saudita: hanno messo una tuta e delle maschere, hanno rilevato dalle strumentazioni emissioni radioattive con valori 2000 volte sopra la norma. La persona che ha fatto queste misurazioni, l’esperto che ha fatto i rilevamenti, si è contaminato restando un’ora vicino a questi carri armati...

    Se gli effetti sull’uomo si stanno manifestando con malattie e malformazioni genetiche, le conseguenze sulla natura sono incerte. Lei ha testimonianze di alterazioni visibili sull’ambiente?
    C’è un industriale di Terni che, grazie ad accordi con la commissione delle sanzioni, vende sementi al ministero iracheno dell’Agricoltura. I semi di pomodori piantati al sud hanno generato frutti di 800 grammi, grandi come meloni. Tutto diventa di dimensioni enormi, che cos’è se non radioattività? Abbiamo chiesto di fare le foto e di avere una documentazione.

    In tutto questo il Vaticano la sta appoggiando?
    Il Papa difende la pace. Mi ha inviato personalmente gli auguri per quanto faccio per il popolo iracheno. Mi danno la benedizione e io vado avanti con i miei mezzi: i diritti d’autore, una fondazione. Il difficile non è tanto lavorare, ma far vedere che il problema esiste, che non è una fiction: la cosa più difficile è abbattere la montagna di ipocrisia.

    Il generale Carlo Jean afferma in una nostra intervista che l’affare “uranio impoverito” è frutto delle esagerazioni dei giornali. Cosa replica al generale? (Padre Benjamin ride di gusto. Ma è una risata amara a cui risponde con un invito provocatorio, ndr)
    Gli offro il viaggio e lo invito a fare una passeggiata nel deserto. Io parto il 26 marzo con un aereo per Baghdad. Lo invito a condizione che faccia queste tre cose: salire su un carro armato colpito da proiettili all’uranio impoverito, mangiare uno dei polli che mangiano i cittadini di Bassora in una trattoria del posto e bere un bicchiere d’acqua. La stessa acqua che bevono i bambini. È una politica completamente idiota quella di negare l’evidenza. Ma arriverà il momento in cui saranno costretti ad ammettere. In Iraq hanno visto arrivare un sacco di giornalisti negli ultimi tempi. Al sud dell’Iraq la popolazione comincia a capire. Ed è molto preoccupata.
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