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    Contro una militarizzazione dell'attivita' spaziale

    V.F. Polcaro

    Nel 1990 e' stato approvata dal Parlamento la realizzazione di un Piano Spaziale Nazionale Militare (PSNM), al quale sono state destinate cifre non irrilevanti: circa 150-200 miliardi di lire all' anno.

    Scopo di questo programma, a quanto e' dato sapere, e' quello di dotare l' Italia di una capapcita' autonoma nel campo delle telecomunicazioni militari e della sorveglianza via satellite. Il PSNM deve inoltre gestire la partecipazione italiana alla realizzazione del satellite per sorveglianza "HELIOS", in collaborazione con la Francia e la Spagna e del suo "follow-on".

    Recentemente, si e' ripetutamente sentito parlare della possibilita' di unificare il PSNM con il Piano Spaziale Nazionale (PSN) civile, gestito dalla Agenzia Spaziale Nazionale (ASI), facendo entrare nella gestione di questo ente personale militare in analogia a quanto e' recentemente avvenuto nel CNES francese: tale possibilita' e' stata ripetutamente confermata in diversi interventi, anche molto autorevoli, al recente "Convegno sullo Spazio" (4 giugno 1993) del PDS.

    Le giustificazioni di questo incremento delle attivita' militari italiane in campo spaziale sono molteplici: si sostiene innanzitutto che lo svilupparsi di attivita' militari italiane al di fuori del territorio nazionale rende necessario l' impiego di moderne tecnologie per il controllo di zone di crisi e per le telecomunicazioni a lunga distanza. Inoltre, l' unificazione del PSNM e del PSN permetterebbe la possibilita' di risparmi notevoli, rendendo disponibili tecnologie sviluppate per applicazioni civili a quelle militari e viceversa. Infine, l' integrazione di progetti militari e civili garantirebbe una maggiore continuita' di commesse all' industria aerospaziale italiana, gravemente minacciata dalla crisi del settore ed eviterebbe che questa integrazione avvenga senza controllo politico in sede industriale. Non si esclude neppure che una capacita' di sviluppo di veicoli spaziali militari possa mettere l' industria nazionale in grado di ottenere contratti per la fornitura di piccoli satelliti militari per conto di paesi terzi.

    A mio avviso si possono formulare diverse critiche sia all' esistenza di una attivita' spaziale militare nazionale che, soprattutto, alla sua integrazione con quella civile.

    Bisogna innanzitutto ricordare che l' intervento delle Forze Armate italiane al di fuori dei confini nazionali non puo' certo essere considerato una regola ma, in base all' articolo 11 della Costituzione, deve essere considerato un evento assolutamente eccezionale (quanto poi anche in questi casi eccezionali esso sia utile e/o giustificato, non intendo discutere in questa sede: voglio solo sperare che i recenti avvenimenti in Somalia facciano meditare i pacifisti che hanno sostenuto l' opportunita' delle cosiddette missioni di "peace keeping"). Appare quindi strano che, in momenti di grave crisi economica, si stanzino somme ingenti per prepare operazioni che verosimolmente si verificheranno assai di rado.

    Inoltre, si suppone che tali interventi in aree di crisi, sempre che siano ritenuti utili e necessari, si debbano verificare in ambito internazionale, sicche' appare incomprensibile la necessita' di dotare l' Italia di un costoso sistema spaziale nazionale quando le sue forze sarebbero destinate ad operare in iniziative multinazionali alle quali apparterrebbero verosimilmente anche nazioni gia' da lungo tempo dotati di sistemi di comunicazione e sorveglianza collaudati ed efficenti.

    D' altro canto, da un punto di vista strettamente tecnico, bisogna tener presente che un singolo satellite per telecomunicazioni e' scarsamente utile: infatti, non e' infatti assolutamente possibile che esso sia operativo prima di diversi anni (da un minimo di cinque ad un massimo di dieci, sulla base dei tempi impiegati per lo sviluppo dei progetti spaziali) sicche' e' non solo auspicabile ma quasi impossibile (se non altro per motivi economici) che le operazioni militari attualmente in corso siano ancora in atto quando questo satellite sara' in orbita. Ma, non sapendo in che area avverra' l' intervento italiano quando il satellite sara' disponibile, la probabilita' che esso copra l' area di interesse per puro caso e' al massimo del 25%, anche supponendo che esso operi da quota geostazionaria.

    Il problema e' ancora piu' serio per quanto riguarda il satellite per sorveglianza: esso infatti, essendo basato sul telrilevamento a frqeuenze ottiche (secondo quanto e' stato comunicato), dovra' necessariamente essere posto in orbita polare solarsincrona se non si vuole rendere l'analisi dei dati talmente complessa da essere completamente inaffidabile. Cio' comporta che esso sara' in grado di sorvolare un dato punto del globo ogni 24 ore, periodo di tempo assolutamente inadeguato alle esigenze di sorveglianza dato che permetterebbe ad eventuali forze avversarie ogni tipo di manovra tra un passaggio ed il successivo. Inoltre, dato che il sorvolo di un dato punto avverrebbe ad intervalli esattamente determinati (e calcolabili da chiunque con l' ausilio di uno degli innumerevoli ottimi programmi di astrodinamica disponibili anche per personal computer) gli eventuali avversari sarebbero in grado di mostrare al satellite solo cio' che essi vogliano.

    Se quindi si volesse dotare l' Italia di una capacita' autonoma di comunicazioni e di sorveglianza militari su scala globale si tratterebbe di realizzare non un singolo satellite dell' uno e dell' altro tipo ma una intera rete comprendente non meno di tre satelliti per telecomunicazioni geostazionari e di almeno una decina di satelliti di sorveglianza, a parte un numero da definirsi di sistemi di back-up dell' uno e dell' altro tipo, senza contare le relative stazioni di terra, il personale necessario per gestirle e la capacita' di rimpiazzare i veicoli che via via dovranno essere sostituiti (ricordo in particolare che l' orbita solarsincrona e' intrinsecamente un' orbita a tempo di decadimento piuttosto basso, dell' ordine di alcuni anni).

    Dubito fortemente che il bilancio nazionale possa permettere un simile sforzo, visti anche i limitati benefici che se ne potrebbero ricavare. Comunque, anche se questa rete fosse sviluppata, questo non porterebbe un sostanziale vantaggio occupazionale nel settore spaziale: il numero totale degli addetti attualmente operanti nel settore non supera le 6000 unita' a fronte di un insieme di programmi civili, sia nazionali che internazionali, che comportano spese per 800 miliardi di lire annue, piu' quelle citate per il PSNM. Anche ammettendo che queste cifre vadano a decuplicarsi, si tratterebbe sempre di generare un numero di posti di lavoro trascurabile rispetto agli attuali problemi occupazionali.

    Inoltre, la possibilita' di ricadute civili della attivita' spaziale militare e' da ritenersi trascurabile, dato l' alto costo delle attivita' spaziali ed in particolare di quelle militari. Queste poi sono necessariamente legate a problemi di segretezza, sicche' in caso di coinvolgimento in attivita' militari, tutto il settore, che deve necessariamente contare su un continuo scambio di informazioni come tutti quelli relativi a tecnologie avanzate, ne verrebbe pesantemente penalizzato. La necessita' di segretezza annullerebbe poi i sostenuti vantaggi derivanti dall' eliminazione di duplicazione di programmi che, anzi, diventerebbe assai piu' comune di quanto sia ora. Questi problemi sono ben noti, dato che all' interferenza miltare si deve in buona parte attribuire lo scarso impatto sulla tecnologia civile del programma spaziale sovietico e molti dei ritardi subiti dai programmi spaziali civili della NASA.

    Infine, la possibilita' di sviluppare piccoli carichi militari per paesi terzi appare assolutamente inesistente, dato che, nella attuale situazione economica non si vede assolutamente quali possano essere i paesi che da un lato non hanno la capacita' di sviluppare questi carichi in proprio e dall' altro abbiano le possibilita' economiche di acquistarli all' estero, a meno che non si pensi ancora una volta di aumentare le capacita' belliche dei paesi arabi produttori di petrolio e quindi le probabilita' di conflitto in un' area tanto instabile.

    Dato che i motivi addotti per giustificare lo sviluppo di un piano spaziale militare sono inesistenti ed anzi la militarizzazione e' sostanzialmente dannosa per un sano sviluppo del settore viene da chiedersi quali possano esserne le ragioni reali, dato che le considerazioni che portano a questa conclusione sono cosi' ovvie da rendere difficile difficile pensare che non siano state fatte anche da chi sostiene il PSNM.

    E' chiaro che a questo punto si entra nel campo delle congetture: esiste pero' una spiegazione che sembra piuttosto logica.

    Bisogna in primo luogo ricordare come l' industria aerospaziale italiana sia attualmente in una condizione di quasi monopolio e in secondo luogo che essa ricava la parte largamente preponderante dei propri utili dal settore aeronautico militare, mentre l' attivita' spaziale civile e' stata usata praticamente solo come un ulteriore, limitato, canale di accesso a finanziamenti pubblici e come fiore all' occhiello per il prestigio che ne deriva.

    Essa si trova quindi, in momenti di crisi, assai piu' attrezzata a lavorare in campo militare che in quello della attivita' spaziale civile, nel quale anche in tempi di finanziamenti abbondanti non e' riuscita ad essere realmente competitiva rispetto all' industria estera, assai piu' sviluppata.

    E' chiaro quindi che questa industria si trova sia ad avere un vantaggio dalla militarizzazione dell' attivita' spaziale che la possibilita' di premere presso il governo per realizzare questo obiettivo.

    Inoltre, i rapporti tra imprese nazionali del settore ed ASI sono attualmente oggetto di indagini giudiziarie, dati gli scarsi risultati e i costi sproporzionati che si sono avuti sino a questo momento. Qeste indagini hanno gia' portato all' emissione di alcuni avvisi di garanzia, anche se questi fatti non sono stati molto pubblicizzati.

    E' chiaro che una militarizzazione dell' ASI porterebbe alla copertura di molti di questi rapporti sotto il segreto militare, cosa che complicherebbe non poco le indagini giudiziarie in corso e aumenterebbe per il futuro la possibilita' di condotte scorrette.

    In conclusione, lo sviluppo di una attivita' spaziale militare nazionale non avra' alcun impatto positivo sulla sicurezza nazionale, imporra' spese elevatissime, impastoiera' in vincoli di segretezza l' Agenzia Spaziale complicandone ulteriormente la gestione gia' molto discutibile (e discussa), ed impedendone lo svolgimento dei fini produttivi e scientifici per i quali dovrebbe essere destinata ed aumentera' la possibilita' di casi di corruzione.

    Infine, come tutte le operazioni attuali di riconversione al militare di tecnologie civili, operate sotto la pressione di una crisi economica alla quale non si vuole dare uno sbocco con una riconversione produttiva finalizzata alle necessita' materiali e culturali dell' uomo, aumentera' le tensioni internazionali che stanno distruggendo le speranze di pace nate con la fine della guerra fredda.

    Note:

    V.F. Polcaro
    Ricercatore CNR
    Istututo di Astrofisica Spaziale
    CP 67 - 00044 Frascati

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