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    Come si dice “pace” in lingua sarda

    Oggi la quinta marcia contro tutte le guerre: da Gesturi a Laconi
    22 ottobre 2006 - Walter Falgio
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Per il quinto anno consecutivo saranno ancora una volta in migliaia a camminare per 21 chilometri da Gesturi a Laconi, comuni sardi che si arrampicano dalle colline della Giara sino alle porte della Barbagia. La lunga passeggiata tra altipiani basaltici e fitti boschi secolari, per un giorno carica di rosso, turchese, verde, blu, arcobaleno, ospita oggi la marcia della pace della Sardegna. Non a caso ci si dà appuntamento in questo angolo dell’isola per chiedere più confronto tra i popoli e un Mediterraneo senza guerre. » proprio in queste terre che nel 1882 e agli albori del Settecento nascevano i due fraticelli Nicola e Ignazio, francescani diventati santi costruendo dialogo e amicizia tra la gente.
    La marcia promossa dalla Tavola sarda della pace in collaborazione con i comuni di Laconi e Gesturi, quest’anno conta l’adesione di sindacati, partiti, istituzioni. » prevista la partecipazione di Don Albino Bizzotto, responsabile nazionale dei “Beati i Costruttori di Pace”, del presidente dell’Anci Sardegna Tore Cherchi e di un rappresentante della Tavola della pace di Assisi.

    Il concetto di pace non comprende solo l’assenza di guerre. Quest’anno i portavoce della Tavola sarda Franco Uda, Paolo Pisu ed Ettore Cannavera, hanno dedicato la marcia ad Angelo Frammartino, il giovane volontario italiano pugnalato a morte il 10 agosto scorso a Gerusalemme, per mettere in primo piano il ruolo dell’operatore e l’impegno concreto che sta sempre dietro la pace. Un progetto politico complesso, fatto di tante sfumature, che necessita l’intervento delle istituzioni internazionali come l’Onu o la Comunità europea, dei governi e in prima fila dei cittadini. Non per niente il premio Nobel per la pace 2006 è stato assegnato al “banchiere dei poveri”, l’economista bengalese Muhammad Yunus, inventore della Grameen Bank. Dunque anche «creare sviluppo economico e sociale dal basso», come mette in chiaro la motivazione del Nobel, alla faccia della Banca mondiale che ha dovuto in qualche modo accodarsi allo strumento del microcredito, significa costruire la pace.

    In Sardegna, poi, la pace passa prima di tutto attraverso la smilitarizzazione del territorio e la chiusura delle basi officine di guerra. L’”isola con le stellette”, con i suoi 24mila ettari di demanio asservito alle esigenze della Difesa, a fronte dei 16mila del restante demanio nazionale, subisce suo malgrado una incredibile sequenza di danni causata dalle esercitazioni. A partire dall’attentato alla salute pubblica, per finire con l’inquinamento dell’aria, del mare, della terra. Per non parlare di un’economia, già febbricitante e per di più bloccata e subordinata ai giochi militari o degli indennizzi mai pagati o pagati a metà.

    Pace in Sardegna significa liberarsi di questo fardello fatto di metalli pesanti, missili e garitte, e continuare, come succede da secoli, a costruire una società basata sull’accoglienza. Chi marcia stamattina tra il Sarcidano e la Barbagia, chiede non solo che i sommergibili nucleari americani levino il disturbo dall’arcipelago, parco marino, della Maddalena, ma esige pure che le acque siano bonificate da rifiuti e sostanze tossiche. La bonifica dovrebbe essere la condizione essenziale alla base di qualunque trattativa con gli Stati Uniti. Chi si deve far carico di ripulire l’ambiente? Su questo punto, sia Washington che Roma, non hanno mai dato risposte. I costi elevatissimi di questa operazione non li può certo sostenere la Regione. E di bonifica bisogna parlare anche per Teulada e Quirra. Ammesso che sia approvato l’emendamento alla Finanziaria, basteranno i 10 milioni di euro previsti dalla Commissione Difesa della Camera per ripulire i poligoni sardi «inseriti nei siti di grande valore ambientale»?

    La Tavola della pace esige che le aree eventualmente liberate dal peso militare siano inserite in progetti di sviluppo locale sostenibile condivisi dalle comunità, e non date in pasto ai soliti supernomi della finanza mondiale attraverso accordi poco chiari. Insomma, si dovrebbe avviare un percorso che porti a stilare una “Agenda 21” delle terre libere da filo spinato. Una Commissione d’inchiesta regionale potrebbe rappresentare un altro contributo concreto alla smilitarizzazione dell’isola, per certificare e porre rimedio, prima di tutto, alle gravi situazioni di avvelenamento da poligono. La proposta della Commissione, primo firmatario il consigliere regionale di Rifondazione Paolo Pisu, giace da 2 anni negli uffici dell’Aula. Tutte le guerre nel mondo hanno bisogno di luoghi dove si sperimentino armi e si addestrino gli eserciti. I sardi non vogliono sentirsi complici impotenti delle politiche della morte e lo ribadiscono in pace, dal basso, marciando tra i boschi.

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