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    La paura attanaglia alla gola i paesi opulenti

    Bush e lo spazio
    27 ottobre 2006 - Giorgio Nebbia
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    La grande malattia dell’Occidente è la paura, paura di essere toccati nella propria persona, nella propria casa, nel proprio paese, nei propri soldi, nella convinzione di essere sempre nel giusto anche quando si ha torto. Franklin Delano Roosevelt, nell’insediarsi alla Casa Bianca, nell’America del 1933, dilaniata dalla crisi economica, da ingiustizie e violenze, disse che «l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa». La paura attanaglia alla gola i paesi opulenti che hanno paura, appunto, di essere scalfiti minimamente nei propri egoismi e brancolano nel buio cercando chi può toccarli, e siccome l’eventuale nemico non si vede, talvolta non esiste, essi spendono cifre folli per sistemi di protezione che non proteggono niente. Rientra, a mio parere, in questa frenesia della paura anche la recente sortita del presidente degli Stati Uniti che ha rilanciato qualche giorno fa, sotto elezioni, la sua “politica nazionale dello spazio” che si potrebbe riassumere in pochi punti. Gli Stati Uniti si riservano qualsiasi diritto di usare, per la sicurezza nazionale, strumenti collocati nello spazio, al di sopra di qualsiasi paese; per difendere tale presunto diritto all’uso dello spazio si riservano il diritto e la libertà di scoraggiare qualsiasi azione che interferisca con tale uso e di negare agli “avversari” l’uso dello spazio per qualsiasi azione che essi possano considerare “ostile” ai loro interessi. Inoltre gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi accordo internazionale che ponga dei limiti al loro accesso o uso dello spazio.
    Questa sortita ha suscitato, soprattutto a sinistra, qualche mugugno sulla violazione dei soliti principi del carattere dello spazio come “bene comune”. Ma dove siamo stati, in tutti questi anni? La sortita di Bush non fa altro che ribadire ad alta voce, a fini elettorali, l’arrogante politica imperiale spaziale degli Stati Uniti cominciata con Reagan, il 23 marzo 1983, con la promessa dello scudo spaziale; allora almeno ci ribellammo (un poco) e abbiamo visto con sollievo l’insuccesso sul piano tecnico del funzionamento di tale “scudo”. Ma dove eravamo, nel 1996, quando Clinton espose la sua idea di controllo dello spazio, seguito dal Bush, padre dell’attuale presidente? E dove eravamo nel dicembre 2001 quando gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato ABM contro i missili balistici, dopo aver ottenuto il sostegno del loro alleato italiano? E dove eravamo nell’ottobre 2005 e il 18 ottobre scorso quandogli Stati Uniti votarono contro (in precedenza si erano sempre almeno astenuti) una mozione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio? Questa lunga storia di prepotenze precede di molto i miseri tentativi della Corea del Nord di sperimentare missili a lunga gittata, addotti oggi come altra scusa per giustificare l’appropriazione americana dello spazio.

    Il governo americano sostiene che la difesa spaziale rientra nella più generale strategia della difesa terrestre, navale e aerea del suo paese; il fatto è che le attività militare terrestri, navali ed aeree sono limitate dai confini “fisici” che il diritto internazionale assicura allo spazio terrestre, marittimo ed aereo di ciascun paese; lo spazio esterno, invece, non ha confini e quindi una azione ostile, di qualsiasi paese, nello spazio che sovrasta qualsiasi altro paese sfugge a qualsiasi limite: per questo motivo davvero lo spazio esterno “è di tutti”, un “bene comune” in senso tecnico, giuridico e politico. Se una nave occupa le acque territoriali di un paese con fini ostili può essere affondata dal paese invaso, ma nel caso dello spazio esterno una aggressione - sia militare, ma anche una intrusione nelle informazioni commerciali e economiche - può avvenire senza alcun rispetto del diritto del popolo sottostante.

    Inoltre un aumento della presenza di strumenti militari nello spazio comporta un aumento dei pericoli di ricaduta sulla superficie del pianeta di materiali e rottami, fra cui le parti nucleari per la produzione dell’energia necessaria a tali veicoli.

    Infine la corsa all’appropriazione a fini militari dello spazio ha un altro volto osceno; dietro tale corsa ci sono enormi investimenti finanziari di quello che già Eisenhower aveva chiamato il “complesso militare-industriale”, ci sono gli stretti intrecci fra il potere politico degli Stati Uniti e le industrie e gli affari che circolano intorno allo spazio.

    Non si può andare avanti così. Occorre mobilitarsi non solo per motivi etico-politici, come la violazione dello spazio bene comune, non solo per motivi ecologici: bisogna recuperare la maestà del diritto internazionale, il dovere di chiedere il rispetto degli accordi che si sono, pur lentamente, accumulati nel nome della pace e del diritto dei popoli e che nessun imperatore del mondo può, a suo piacere, stracciare.
    La paura che permea l’occidente può essere sconfitta soltanto con una ripresa della esatta conoscenza dei pericoli che ci circondano; la conoscenza di quanto viene discusso alle Nazioni Unite, della posizione che l’Italia e l’Europa assumono sulle questioni fondamentali del disarmo, contro la nuclearizzazione e militarizzazione dello spazio, contro la diffusione delle armi e attività nucleari. Occorre un rilancio della consapevolezza - e della pedagogia della consapevolezza - delle conseguenze sulla salute e sull’ambiente dei progressi della tecnica al servizio delle merci oscene, le armi, e occorre riconoscere le complicità tecniche e scientifiche della stessa Italia nella corsa alle merci oscene, come facemmo quando riuscimmo a mobilitare i lavoratori contro la produzione delle mine antiuomo.

    Io comincerei con un forte appello etico contro l’oscenità delle spese che nel mondo vengono sostenute per attività che non fanno altro che opprimere i popoli e quindi generano le spinte di ribellione che a loro volta generano la nostra paura; delle spese che, dirottate verso la liberazione dalla fame e dalla miseria davvero allontanerebbero i motivi della nostra paura. Hanno una bella voglia le autorità delle chiese cristiane, le autorità delle varie religioni, di ricordare che la pace è figlia della giustizia, ma fino a quando non faremo della domanda di giustizia internazionale, di liberazione dalla schiavitù della miseria e della discriminazione il nostro credo politico, la paura dominerà e aumenterà e non sarà certo fermata da un po’ di satelliti in più.

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