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    Dalla bici all'elicottero, nella Bosnia bombardata

    Corri Carlo corri Finché l'uranio...

    Ciclista di successo, campione del mondo, Carlo Calcagni preferisce l'aviazione alle due ruote e sbarca a Sarajevo. Qui incontra l'uranio impoverito che stravolge la sua vita. Ma per l'esercito, e per l'Italia, non è successo niente
    12 gennaio 2007 - Antonio Massari
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    C'era una volta il Calcagni Carlo che «fotteva» tutti. Classe 1968, tenente dell'esercito, pilota d'elicottero, ciclista d'altri tempi. «Il Calcagni - dice orgoglioso - fotteva tutti davvero. A Treviso tagliai il traguardo quattro minuti prima del gruppo». Le sue erano fughe da medaglia d'oro: «Calcagni spinge l'Italia alla conquista del mondiale: l'atleta di Guagnano, ufficiale dell'aviazione, ha sferrato l'attacco per la fuga decisiva», titolava la Gazzetta del Mezzogiorno nel 2001. A Rieti, un'altra volta, spinse solitario per 180 chilometri. «Una fuga di cinque ore. Scalai il Terminillo - per intendersi: 2.100 metri - e poi vinsi con un distacco di 19 minuti». Tra le volate in bici e quelle in elicottero, però, il Calcagni non aveva dubbi: preferiva il rumore delle pale e il rombo del motore. E così il campione del mondo, 21 volte campione nazionale, nel 2002 rifiutò di fare l'atleta a tempo pieno: voleva continuare ad addestrare piloti nell'esercito. In fondo non sarebbe cambiato granché.
    A Sarajevo c'era già stato. L'uranio impoverito aveva già devastato il suo fisico d'atleta. Ed è una storia che fa vergogna. «Mi hanno riconosciuto la causa di servizio. Ora - quando ci riesco - lavoro nella sezione ginnico sportiva dell'esercito. Ma non ho ricevuto nessun indennizzo, nonostante la mia invalidità sia ormai superiore al 70 per cento». Nessun indennizzo, nessun colpevole. E così Carlo Calcagni paga con una vita d'inferno colpe che non gli appartengono.
    Nell'ospedale di SarajevoPrima di partire per la Bosnia godeva di ottima salute. Poi arrivò il febbraio del 1996: «Il nostro - racconta - fu il primo contingente italiano in Bosnia. L'obiettivo: il mantenimento della pace. Tremila persone stanziate a Sarajevo sotto il comando del generale Agostino Pedone. In un primo momento, la situazione logistica, fu tragica: non avevamo alloggi e ci siamo insediati nell'ex ospedale, completamente distrutto, vivendo tra le macerie, con i sacchi a pelo, i teli tenda sulle finestre, e la temperatura sotto lo zero. Bonificavamo le zone minate. Ero l'unico pilota d'elicottero. Su Rajovac, l'aeroporto di Sarajevo, c'erano i francesi. Noi dipendevamo dal comando di divisione Salamandra, che stava a Mostar, guidato dai francesi. E con gli elicotteri francesi ho portato a termine le missioni: 48 ore e mezza di operazioni in volo. In soli quattro mesi. Mediamente, un pilota, ne fa 60 in un anno. E io le facevo in zona di guerra. Effettuavo ricognizioni, soccorrevo feriti saltati sulle mine, e lavoravo con dieci piloti francesi. Eravamo tutt'uno. Ho saputo che sei di questi erano in gravi condizioni, ma erano stati risarciti e la malattia era stata riconosciuta. Da noi, invece, non vogliono ancora riconoscere il problema dell'uranio impoverito: pensi che a me, dopo un anno di malattia, hanno tolto lo stipendio».
    Ed ecco come ci si ammalava. «Il problema non sta nell'uranio, ma in ciò che genera attraverso le esplosioni, perché polverizza qualsiasi cosa. Quando le polveri si alzano, se vengono respirate, in soli 30 secondi non sono più smaltibili: sono polveri pesanti. Sarajevo è stata la zona più colpita dai bombardamenti. E lì pilotavo l'elicottero, alzando un'infinità di polvere, che poi respiravo. Eravamo in una zona rasa al suolo, equipaggiati con giubbotto e tuta da volo, mentre sarebbe bastata una mascherina da pochi euro, una di quelle ai carboni attivi, per salvarci la vita. Gli americani invece erano equipaggiati. Sapevano bene quel che rischiavano. E - per quanto ne so - gli Usa avevano avvertito anche i nostri vertici». Ne è sicuro? E' un'accusa gravissima. «Lo scriva pure: me ne assumo la responsabilità. C'è chi me l'ha confermato. So che i documenti esistono. Per questo oggi non vogliono riconoscere la malattia: riconoscendola, dovrebbero ammettere le loro colpe...».
    Dal momento della contaminazione, a quello della scoperta d'essere ammalato, passano diversi anni. «Me ne sono accorto grazie alla bici: non riuscivo più a scattare in fuga. Ero stato nell'istituto medico legale dell'aeronautica, il 10 ottobre 2002, e risultavo idoneo. Il 18 novembre, 38 giorni dopo, mi ricovero per accertamenti e il quadro clinico cambia completamente. Non credo che la malattia possa essere degenerata in soli 38 giorni: la mia situazione fu definita «cronica».
    La vita familiareNel frattempo, a luglio 2001, Carlo s'era sposato e aveva comprato casa a Viterbo. «Era iniziata la vita familiare, il lavoro mi piaceva tantissimo, insomma, mi sentivo felice. L'anno dopo ero ricoverato nell'ospedale di Lecce: fegato rovinato e ipotiroidismo. Dopo una biopsia, mi rivolgo al laboratorio dell'università di Modena, alla dottoressa Antonietta Gatti, che riscontra nel mio fegato - e le fotografa - particelle metalliche tossiche. C'è il serio rischio di un tumore. Qualche mese dopo subentra l'anemia: mi asportano tre centimetri di midollo e - anche in quel caso - la dottoressa Gatti riscontra particelle metalliche tossiche».
    Inizia il periodo delle cure. «Cure che non mi guariscono. Tamponano il male: aiutano a vivere una vita quasi normale. Ma sono distrutto anche a livello psicologico: a volte avrei voglia di non curarmi più. Sono stanco. Faccio tutto da me, incluse le iniezioni, e non passa giorno senza prendere medicine. Ho la febbre quasi tutte le sere. Nel mio corpo c'è una bomba a orologeria e mi auguro che la sveglia non suoni mai. Mi convinco di essere forte, perché sono un atleta, e l'atleta è forte innanzitutto nella testa. Ma fino a quando può reggere, la mia testa?».
    Quello di Carlo è forse l'unico caso per il quale, in un referto medico, si possono leggere le parole «uranio impoverito». «E' successo durante uno dei soliti controlli all'ospedale militare. Leggendo i referti della dottoressa Gatti, il consulente medico mi ha detto una frase che non scorderò mai: «In scienza e coscienza scriverò quello che devo scrivere». Ha avuto coraggio. L'ha scritto: «Uranio impoverito». E adesso? «Adesso voglio che siano riconosciuti i nostri diritti. Non solo i miei. Perché io sono vivo ma altri sono morti. Per lo stato abbiamo dato la vita: lo stato cosa fa per noi? Quando sono diventato un militare ho messo a disposizione la mia vita. Ma morire per colpa di altri è una storia diversa. Hanno persino messo in dubbio che abbia svolto le mie mansioni. Siamo arrivati a questo punto. Ho spedito ogni documento, incluso l'encomio del comandante, e non hanno potuto negarmi la causa di servizio. Ma non basta. Voglio che sia applicata la legge: prevede che alle «vittime del dovere» sia corrisposto un indennizzo. Duemila euro per ogni punto di invalidità: la mia era del 70% prima di riscontrare il problema al midollo. Alla prima richiesta non mi hanno risposto. L'ho presentata ancora, con il mio avvocato, a novembre del 2006. Aspetto ancora. E nel frattempo, per curarmi, mi sono indebitato e ho perso la casa. I soldi mi servono per continuare a sperare, per continuare a vivere, e ne ho diritto ora: non tra venti anni».
    Dovrebbero vergognarsiPare che a Lecce siano stati riscontrati atri due casi di contaminazione. Ieri una denuncia è arrivata da Potenza. «L'ho letta e mi rivolgo direttamente a loro: non nascondetevi. Se state male posso capirlo. Ma se avete la possibilità di denunciare: gridatelo al mondo. Non siamo noi che dobbiamo vergognarci: sono loro. Parlo dei politici, di chi tira i fili, di chi può fare e non fa».

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