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    Sicurezza europea

    Putin alla Nato, «ora basta»

    Il sistema antimissile di Bush sta facendo saltare anche i vecchi accordi
    27 aprile 2007 - Astrit Dakli
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Meno di ventiquattr'ore dopo la sepoltura del suo predecessore, tanto amato in Occidente, Vladimir Putin ha reso chiaro che la «sua» Russia non è la stessa di Boris Eltsin, debole e affamata di consensi internazionali, ma è al contrario forte e pronta a riprendere la via «sovietica» del confronto duro con gli Usa e i loro alleati, se questo si rendesse necessario, anche ritirandosi dal trattato sulla limitazione delle armi in Europa.
    Putin ha parlato ieri davanti ai deputati, nell'annuale discorso «sullo stato della Federazione» (rinviato di un giorno proprio per le esequie di Eltsin) toccando una lunga serie di argomenti di politica interna: ma il tono di fondo, subito notato dai media russi e da quelli internazionali, è stato dato da un'asprezza antioccidentale che si è spinta oltre le già dure parole usate in febbraio e definite allora «un ritorno alla guerra fredda».
    Il presidente russo ha accusato gli europei e soprattutto gli americani di «ingerirsi negli affari interni della Russia con il falso pretesto della democrazia» e con finanziamenti destinati a organizzazioni con finalità politiche (diverse ong americane sono oggi sospese e sub judice in Russia); «ci sono forze - ha aggiunto - che non disdegnano i mezzi più sporchi per fomentare l'odio religioso e inter-etnico nel nostro paese». Obiettivo di tali imprecisate forze, «continuare a saccheggiare le nostre ricchezze nazionali come in passato», «privare il nostro paese della sua indipendenza economica e politica»: da qui l'annuncio - piuttosto pretestuoso a dir la verità - di una nuova stretta contro «tutti gli estremisti» e coloro che «minacciano la stabilità».
    Soprattutto, e in modo ancor più diretto ed esplicito, Putin ha accusato l'Occidente di «voler acquisire vantaggi militari» di fronte a Mosca: «mentre noi abbiamo significativamente ridotto le nostre forze armate e abbiamo quasi del tutto ritirato dalla parte europea del paese gli armamenti pesanti», «i nostri partner ignorano i trattati e gli accordi presi con noi». Davanti a un simile comportamento, ha detto, «ritengo opportuno che la Russia congeli i suoi obblighi previsti dal trattato Cfe», quello che limita gli armamenti convenzionali sul suolo europeo. I riferimenti sono stati espliciti: non solo nessun paese Nato ha ratificato né tantomeno applicato il trattato Cfe (come invece hanno fatto Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan) ma ora la Nato si è allargata a nuovi paesi che non aderiscono neanche in teoria al trattato, e sta impiantando basi militari ai confini della Russia; per giunta, gli Usa progettano l'impianto di un nuovo sistema antimissile in Polonia e Repubblica Cèca. Una situazione di unilateralismo che per Putin non sarà più tollerata: al «congelamento» seguirà «fra un anno» il ritiro definitivo dal trattato Cfe, peraltro di fatto ormai superato (v. articolo in questa pagina) se nel frattempo non ci sarà stato un progresso nei negoziati.
    Immediata la reazione - di finto stupore - della Nato: un portavoce del segretario De Hoop Scheffer ha detto che l'Alleanza «si aspetta spiegazioni» in merito alle «minacce» di Putin, e spera comunque che il ritiro dal trattato non ci sarà; per la segretaria di stato Usa Condoleezza Rice, l'idea che il nuovo sistema antimissile americano possa «minacciare le difese sovietiche» (sic) è «ridicola». Ma tant'è, le cose vanno avanti, le relazioni peggiorano e non si vede dove la Nato voglia alla fine arrivare: difficile dar torto a Putin su questi argomenti.
    Il presidente russo ha voluto poi spostare il discorso, chiamando in causa l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), che «dovrebbe incominciare ad affrontare questi problemi, che sono quelli veri, piuttosto che star solo a guardare i punti caldi dello spazio post-sovietico»; anche perché la contesa in atto «non riguarda solo Russia e Usa ma tutti i paesi europei, compresi quelli che non sono membri della Nato».
    In effetti, la stretta sui rapporti con la Russia minaccia soprattutto gli europei: persino le relazioni economico-commerciali sono sottoposte a continue docce fredde legate alla politica. Mentre sembra allontanarsi ogni ipotesi per metter fine al gelo fra Mosca e Varsavia (continua il blocco delle importazioni di carne polacca in Russia), un nuovo contenzioso si apre con l'Estonia, che ha iniziato il controverso spostamento dal centro di Tallinn del monumento-sepoltura dedicato ai soldati sovietici caduti per liberare il paese dai nazisti. Mosca, che considera l'iniziativa un «inumano sacrilegio», ha detto che reagirà dirottando altrove i traffici che oggi passano per i porti estoni (e sono una delle massime fonti di reddito del paese). Ad annunciarlo è stato Sergei Ivanov, primo vicepremier e candidato n.1 alla successione di Putin nel 2008.
    Del resto, se qualcuno pensa che con il prossimo cambio della guardia al Cremlino si possa tornare al Far West dell'era Eltsin, è probabile che si sbagli: Putin non ha ancora scelto un successore, e ieri ha chiarito che non intende comunque lasciare la presa sugli affari di stato russi - «è un po' prematuro parlarne», ha detto, dettando poi le linee per un programma economico che vincolerà pesantemente il suo successore (v. scheda).
    Una perfetta metafora della Russia putiniana è quella che sta sorgendo a Mosca dirimpetto al Cremlino: nello spazio dove sorgeva la fortezza staliniana dell'Hotel Moskva, costruito nel 1930 e distrutto qualche anno fa con l'idea di metterci un centro commerciale, è stato quasi completato... l'Hotel Moskva, assolutamente identico a quello di Stalin ma con «contenuti nuovi»: molto più lussuoso, con molti più posti-letto, ecc. Il capitalismo in forme nostalgiche.

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