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    La lotta contro il nuovo insediamento di guerra statunitense ha cambiato la vita delle persone

    «Siamo stati costretti a schierarci»

    14 luglio 2007 - Orsola Casagrande
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Olol Jackson è uno dei volti più conosciuti nella lotta contro il Dal Molin. Figlio di un militare americano, reduce del Vietnam e di una donna somala, ha conosciuto la guerra da bambino. «Mio padre - dice - è morto giovanissimo, segnato nel fisico da quel conflitto devastante». Consigliere di circoscrizione a Vicenza per i Verdi, Jackson si è auto-sospeso dal partito quando è diventato evidente che il governo non avrebbe mosso un dito per rovesciare gli impegni formali (perchè nulla di scritto c'era stato) presi dal governo Berlusconi con il governo degli Stati per la costruzione della nuova base.
    Si è arrivati alla fase tre di questa lotta contro il Dal Molin, quella del blocco dei cantieri. Che cosa provi in questo momento, dopo un anno di battaglie alle spalle?
    Provo sentimenti contrastanti. A fronte della miseria politica che ci ha accompagnati in questi mesi, possiamo vantare momenti di straordinaria solidarietà. Ora siamo arrivati alla fase del blocco del progetto di nuova base. Sono convinto che la risposta sarà straordinaria, perchè stiamo parlando di guerra, di democrazia, di beni comuni. Qui ci sta sia il difensore dell'ambiente che il pacifista convinto. Chiunque in questa fase può trovare un motivo per essere al blocco. Inoltre siamo di fronte alla costruzione di una nuova base militare. E questo non accadeva da anni. Per questo però non possiamo pensare di affrontare questa fase con strumenti vecchi che non sarebbero in grado di interpretare in maniera adeguata ciò che sta accadendo.
    Per te questa battaglia ha significato rimettere in discussione anche il tuo impegno politico nei verdi.
    Assolutamente. Ho rimesso in gioco tutto il mio percorso. E' stata una scelta di campo, si è trattato di scegliere da che parte stare. E francamente per me è stato naturale scegliere di stare nel movimento, nel percorso creato dai cittadini. Stavo nei verdi senza mai perdere di vista quanto accadeva nella società. La lotta contro il Dal Molin, come già quella contro la Torino-Lyon in val Susa, ha reso ancora più evidente la separatezza tra il ceto politico e la comunità.
    La comunità è diventata uno spazio importante, nuovo, pubblico. Non chiuso. Al contrario ha rimpiazzato in qualche modo il vuoto lasciato dalla politica tradizionale.
    Proprio così. La comunità intesa come spazio comune, luogo pubblico che ha eroso capacità di intervento alle istituzioni. La crisi della rappresentanza ha in realtà favorito la nascita di una miriade di altri luoghi della decisionalità. Siamo stati in grado di raccogliere i cocci lasciati dalla politica istituzionale e di ridarli in mano agli uomini e alle donne che stanno dando vita a questo straordinario movimento di resistenza.

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