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    L'industria bellica: il caso Aermacchi

    8 giugno 2000 - Elio Pagani, Marco Tamborini

    Il gruppo Aeronautica Macchi è una società privata che si è specializzata dopo la 2^ Guerra mondiale nel settore dell’addestramento ed inoltre partecipa ai programmi nazionali e NATO per la Difesa.
    La privatizzazione di Finmeccanica, che con Alenia ha acquisito quote azionarie del capitale Aermacchi, ha sancito l’inserimento di queste due aziende nel nuovo gigante europeo dell’industria aeronautica e spaziale EADS.
    EADS, che nasce con la fusione della tedesca DASA, la francese AEROSPAZIALE-MATRA e la spagnola CASA, significa European Aeronautic Defence and Space Company. Questo gruppo sarà il terzo per ordine di importanza nel mondo nel suo settore, con circa 42.000 miliardi di lire di giro d’affari, e guarderà agli Stati Uniti per eventuali partnership.
    I velivoli Aermacchi sono esportati in varie aree geografiche del mondo e principalmente nei paesi del Sud America, del Nord e Sud Africa e nel Medio Oriente. In alcuni casi i velivoli sono riprodotti su licenza, in altri, come per il Brasile, la produzione avviene in collaborazione.
    E’ qui che nasce la necessità di alcuni lavoratori di studiare, indagare e denunciare la responsabilità di questa e altre fabbriche, che inquadra la loro produzione e il commercio internazionale delle armi nelle strategie della NATO.
    Può essere esplicativo il caso del cosiddetto “progetto Q”, un progetto che ha coinvolto per anni i lavoratori nella definizione progettativa e tecnologica di una fabbrica aeronautica da vendere all’IRAQ “chiavi in mano”, e poi soppressa a causa dell’embargo all’IRAQ.
    La storia degli embarghi è una storia di fallimenti: in realtà se una persona, un regime si è macchiato di tante nefandezze, che giudizio dare su coloro (industriali, ministri, governi) che si sono resi disponibili ad armarli ed a finanziarli?
    Anche quella delle esportazioni di armi in Irak è una storia di megacommesse, di tangenti, di debiti e di banche che hanno trovato anche in Italia, attraverso varie aziende, un terreno fertile.
    Il loro percorso viene puntualizzato in un dossier che è il frutto di uno di questi studi, ed è stato pubblicato senza mai essere smentito, e vedono coinvolti un ex dirigente dell’azienda insieme ad altri personaggi.
    Inizia con la storia di mercanti di armi e la cessione di tecnologia nucleare, quando nel 1980 viene segnalata la vendita di un laboratorio completo per il riprocessamento di uranio irradiato, da cui si possono estrarre piccole quantità di plutonio che può essere usato per la manifattura di bombe atomiche. Continua con la cessione di tecnologie nel settore delle armi chimiche, gas nervino usato anche contro i civili curdi.
    Questo fa riflettere circa la natura e le caratteristiche del mercato delle armi.
    E’ proprio il tema del traffico di armi che provoca una delle iniziative più incisive perché c’è chi decide di denunciare Aermacchi per violazione dell’embargo nei confronti del Sud Africa.
    In seguito l’opera di sensibilizzazione del problema all’interno della fabbrica avviene attraverso la distribuzione di volantini in cui si chiede di avviare la riconversione della produzione.
    La guerra nel Golfo sopraggiunge in concomitanza con la crisi di Aermacchi e in generale di tutto il settore militare dopo la caduta del muro di Berlino.
    Di fatto l’intero gruppo viene messo in cassaintegrazione e inizia così una lotta che può essere sintetizzata in due parole: diritto alla pace e diritto al lavoro.
    Due punti ne rivendicano la possibilità di attuazione:
    1) tutto ciò che è patrimonio di anni di esperienza e conoscenza dei lavoratori può essere finalizzato all’uso civile della tecnologia, protezione civile, tutela dell’ambiente e della salute, trasporti, ecc.
    2) finanziamenti diversificati per i lavoratori che vogliono usare le proprie capacità produttive autonomamente, oppure per ricollocarsi in altri settori.
    Da questo momento in poi tutte le iniziative mirano a coinvolgere l’intero territorio della provincia sul problema ma, se ha visto molte associazioni, gruppi o individui aggregarsi nelle manifestazioni contro la guerra, ha lasciato soli i lavoratori nella battaglia contro l’azienda.
    Obiettivi che non hanno avuto la necessaria forza per attuarsi anche in parte, e la realtà è visibile maggiormente oggi, dopo la guerra nel Kosovo, perché in Italia si è ripresa una forte politica di riarmo che si inserisce nell’evoluzione del ruolo europeo nella Nato.
    Una logica esposta durante le assemblee e analizzata in un libro che rappresenta l’ultima espressione di questi lavoratori: dalla denuncia contro l’apartheid sudafricana, a quella mondiale che gli attuali “modelli di sicurezza” vogliono perpetuare attraverso l’uso di iperarmati, superequipaggiati, ultramobili “vigilantes”.
    Ciò che è rimasto di questo racconto è l’approvazione di una legge regionale, la 6/94 sulla riconversione dell’industria bellica e, ancora oggi, il ricordo nella cittadinanza di lavoratori che si opponevano contro la produzione di un’azienda conosciuta in tutto il mondo, quella della pattuglia acrobatica, delle frecce tricolori.

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