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    Forze armate e privatizzate

    Gianluca Di Feo
    Fonte: Espresso - 22 dicembre 2009

    Tutta la gestione della Difesa passa in mano a una società per azioni. Che spenderà oltre 3
    miliardi l'anno agli ordini di La Russa. Così un ministero smette di essere pubblico

    Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per
    azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche
    settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di
    fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare. Così, in un assordante silenzio, tutte le
    spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d'amministrazione e
    di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza
    trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un
    principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell'opposizione leggono chiaramente come la
    prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. "Ora si comincia
    dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all'Istruzione, alla
    Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d'affari", chiosa il senatore pd
    Gianpiero Scanu.

    Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e
    dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al
    ministero e otto consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l'ultima parola
    sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro
    senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali. In più si metterà nel portafogli un
    patrimonio di immobili 'da valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da
    multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo
    privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà
    costruire centrali energetiche d'ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal
    nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di
    tutto. Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse
    economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali.
    Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta 'zona militare',
    utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di
    'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare
    pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori,
    che finora hanno solo propagandato l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli
    acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il
    2 giugno in diretta tv?

    Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un
    decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid
    notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza
    non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all'ultimo, loro hanno fatto
    un blitz per imporre la riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione
    Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti
    di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha
    tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".

    Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte
    le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa
    si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i
    camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai rappresenta la fetta più
    consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di
    congegni costosissimi. La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa
    privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico.
    Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il
    60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità
    alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono
    gli amministratori. All'orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan
    degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del complesso industriale-militare'. Un fantasma
    che improvvisamente si materializza nell'opera del governo Berlusconi.

    Gli immobili. Questa Finanziaria in realtà realizza un altro dei sogni rivoluzionari: l'assalto
    alle caserme. È una corsa agli immobili della Difesa per fare cassa, sotto la protezione di una
    cortina fumogena. La vera battaglia è quella per espugnare un patrimonio sterminato: edifici che
    valgono oro nel centro di Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Venezia. Un'altra catena di
    fortezze, poligoni, torri e isole in località di grande fascino che va dalle Alpi alla Sicilia. Da
    dieci anni si cerca di trovare acquirenti, con scarsi risultati: dei 345 beni ex militari messi
    all'asta dal governo Prodi, il Demanio è riuscito a piazzarne solo otto. Adesso, dopo un lungo
    braccio di ferro tra La Russa e Tremonti, si sta per scatenare l'attacco finale. Con una sola
    certezza: i militari verranno sconfitti, mentre sono molti a pensare che a vincere sarà solo la
    speculazione. All'inizio Difesa Servizi doveva occuparsi anche della vendita degli edifici: la
    nascente spa a giugno si è presentata alla Borsa immobiliare di Cannes con tanto di brochure per
    magnificare il suo catalogo. Qualche perla? L'isola di Palmaria, di fronte a Portovenere, gioiello
    del Golfo dei Poeti affacciato sulle scogliere delle Cinque Terre. L'arsenale di Venezia, con ampi
    volumi e architetture suggestive, e un castello circondato dalla Laguna. La roccaforte nell'angolo
    più bello di Siracusa, pronta a diventare albergo e yacht club. La Macao, un complesso gigantesco
    con tanto di eliporto nel cuore di Roma, palazzi a Prati e ai piedi dei Parioli. Aree senza prezzo
    in via Monti incastonate nel centro di Milano. Ma il dicastero di Tremonti ha puntato i piedi:
    proprietà e vendita restano al Tesoro, che le affiderà a società esterne. Con un doppio benefit,
    secondo le valutazioni del Pd, per renderle ancora più appetibili. Chi compra, potrà aumentare la
    cubatura di un terzo. E avrà bisogno solo del permesso del Comune: Provincia e Regione vengono
    tagliate fuori, aprendo la strada a progetti lampo. Questo banchetto prevede che metà dell'incasso
    vada allo Stato; ai municipi andrà dal 20 al 30 per cento; il resto ai militari. Difesa Servizi
    però intanto può 'valorizzare' i beni. Come? Non viene precisato. In attesa della cessione, potrà
    forse affittarli o darli in concessione come alberghi, uffici o parcheggi.

    Intanto però gli appetiti si stanno scatenando. E fette della torta finiscono in pasto alle
    amministrazioni amiche. Con giochi di finanza creativa. A Gianni Alemanno per Roma Capitale sono
    state concesse caserme per oltre mezzo miliardo di euro. O meglio, il loro valore cash: il Tesoro
    anticiperà i quattrini, da recuperare con la vendita degli scrigni di viale Angelico, Castro
    Pretorio, via Guido Reni e di un paio di fortezze ottocentesche ormai inglobate dalla metropoli.
    Qualcosa di simile potrebbe essere regalato a Letizia Moratti, per lenire il vuoto nelle casse
    dell'Expo: un bel pacco dono di camerate e magazzini con vista sul Duomo. "Così le logiche
    diventano altre: non c'è più tutela del bene pubblico ma l'esternalizzare fondi e beni pubblici
    attraverso norme privatistiche", dichiara Rosa Calipari Villecco, sottolineando l'assenza di
    magistrati della Corte dei conti o altre figure di garanzia nella nuova spa. Un anno fa i militari
    avevano manifestato insofferenza per questa disfatta edizilia. Il capo di Stato maggiore Vincenzo
    Camporini aveva fatto presente che era stato ceduto un tesoro da un miliardo e mezzo di euro senza
    "adeguato contraccambio". Oggi, come spiega l'onorevole Calipari, "non si sa nemmeno tra quanti
    anni le forze armate riceveranno i profitti delle vendite". Eppure i generali tacciono. Una volta
    ai soldati veniva insegnato 'Credere, obbedire, combattere'; adesso il motto della Difesa
    privatizzata è 'economicità, efficienza, produttività'. La regola dell'obbedienza è rimasta però
    salda. E con i tagli al bilancio imposti da Tremonti - in un trennio oltre 2,5 miliardi in meno -
    anche gli spiccioli della nuova holding diventano vitali per tirare avanti e garantire
    l'efficienza di missioni ad alto rischio, Afghanistan in testa.

    Business con logo. Di sicuro, Difesa Servizi Spa sfrutterà le royalties sui marchi delle forze
    armate. Un business ghiotto. Il brand di maggiore successo è quello dell'Aeronautica. Felpe,
    t-shirt, giubbotti e persino caschi con il simbolo delle Frecce Tricolori spopolano con un mercato
    che non conosce distinzioni d'età e di orientamento politico. Anche l'Esercito si è mosso sulla
    scia: sono stati aperti persino negozi monomarca, con zaini e tute che sfoggiano i simboli dei
    corpi d'élite. Finora gli Stati maggiori barattavano l'uso degli stemmi con compensazioni in
    servizi: restauri di caserme, costruzione di palestre. D'ora in poi, invece, i loghi saranno
    venduti a vantaggio della Spa. Questo è l'unico punto chiaro della legge, che introduce sanzioni
    per le mimetiche senza licenza commerciale: anche 5 mila euro di multa. "La questione delle
    sponsorizzazioni è una foglia di fico per coprire altre vergogne. Tanto più che alla difesa vanno
    solo briciole", taglia corto il senatore Scanu. E trasformare il prestigio delle bandiere in
    denaro, però, non richiedeva la privatizzazione. La Marina ha appena pubblicato sui giornali un
    bando per mettere all'asta lo sfruttamento della sua insegna: si parte da 150 mila euro l'anno.
    Con molta trasparenza e senza foraggiare il cda scelto dal ministro di turno.

     

     

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