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    Immagini di Chiesa

    4 maggio 2005 - Ettore Masina (http://www.ettoremasina.it)

    1.
    Un cretino (uno di quei giornalisti che si infiammano di orgoglio ferito se
    il direttore del giornale cui collaborano non gli pubblica immediatamente
    l'articolo che gli hanno inviato) ha scritto che, "dopo tutto", la
    punizione inflitta da Ratzinger a Leonardo Boff fu "una tazzina di caffè al
    termine di un loro colloquio" e la proibizione di rendere pubblici i suoi
    scritti "per il periodo di un anno": amabili quisquiglie. Che in realtà si
    sia trattato dell'ordine di mantenere "un obbediente silenzio per un tempo
    indeterminato", quel tizio non lo dice; che per un intellettuale il
    divieto di dialogo con i suoi simili possa risultare soffocante sino
    all'intollerabilità quel tizio non lo sospetta, tutto essendo fuorché un
    uomo di cultura. Che poi il caso Boff sia soltanto uno dei tanti casi in
    cui teologi di fama e di fede sono stati colpiti dall'ex (ma non troppo)
    Sant'Offizio durante la gestione Ratzinger, sempre quel tizio lo tace.
    Tuttavia credo anch'io che non si debba negare la speranza che il nuovo
    pontificato possa essere ben altro che la continuazione di un'attitudine
    inquisitoria. Non mancano nella storia della Chiesa esempi, commoventi, di
    mutamento radicale in uomini travolti da nuove responsabilità pastorali. Il
    vescovo più santo della ma generazione, quello che ha accettato di morire
    per difendere i diritti e le speranze dei poveri, monsignor Romero, da
    semplice monsignore e poi da vescovo ausiliare di San Salvador era
    ossessionato dal comunismo, che gli pareva nascosto in ogni "ribellione"
    sociale. E colgo anch'io con gioia alcuni primi atti che mi paiono di buon
    auspicio: nello stemma del nuovo papa la tiara, simbolo regale, è stata
    sostituita, per la prima volta nella storia pontificia dalla mitria,
    simbolo vescovile, quasi a sottolineare che Benedetto XVI promette
    un'accentuazione della collegialità episcopale; nei suoi primi contatti con
    la folla egli ha usato più volte la parola "amici", inedita nel linguaggio
    papale; nel suo terzo discorso ha finalmente parlato di pace come di un
    dono di Dio da preservare; la sua sollecitudine nei confronti del problema
    dell'ecumenismo è sembrata sincera; e se mi è parsa assai inquietante la
    sua intenzione di "rileggere" il Concilio, non posso negare che la frase
    può essere interpretata anche in senso positivo. Ciò che maggiormente mi è
    piaciuto è stato il rifiuto di Benedetto XVI di annunziare un suo
    programma, il suo programma volendo essere - ha detto - quello
    dell'obbedienza allo Spirito Santo: una svalu-tazione, si direbbe, delle
    tendenze burocratiche e centraliste della Curia Vaticana.

    2.
    Se davvero si lascerà guidare dallo Spirito Santo (in "silenzio obbediente"
    quando non avesse la certezza di certe parole o decisioni), Benedetto XVI
    non potrà non andare, con tenerezza e sollecitudine, alla ricerca di quella
    grandissima parte del popolo di Dio che non ha potuto partecipare se non
    davanti ai televisori (o soltanto davanti alle radio; o, in alcuni luoghi
    della Terra, soltanto attraverso le notizie portate da qualche "cittadino")
    alle solennissime liturgie per i funerali del suo predecessore e per il
    proprio ingresso nel servizio ai servi di Dio.
    Personalmente sono stato profondamente affascinato da quei riti. Ho sempre
    amato la liturgia, questo tentativo umano di lodare il nostro Creatore,
    presentargli le nostre suppliche, cercare d'intenderne la Parola. Soffro
    per certe messe la cui celebrazione appare una stanca ripetizione di
    formule e di atti, le letture affidate a velocisti, i canti spesso
    letterariamente e teologicamente banali e dal punto di vista musicale
    simili a certe canzoncine dei film di Walt Disney; in cui il silenzio viene
    considerato pericoloso. Penso che, almeno in Italia, salvo nobilissime
    eccezioni, la riforma liturgica si sia ridotta all'abolizione del latino.
    Turoldo e Ravasi hanno consegnato alla Chiesa italiana testi bellissimi;
    vengono scarsamente usati nelle nostre buone parrocchie. C'è voluto un papa
    polacco, che è stato anche un eccellente poeta, perché, tre o quattro anni
    fa, ci si rivolgesse al nostro maggiore poeta, Mario Luzi, per la
    composizione di testi per la Via Crucis al Colosseo: forse i vescovi
    italiani non lo avevano mai sentito nominare. Eppure, io credo, ogni popolo
    e ogni generazione dovrebbero essere chiamati a elaborare simboli
    dell'amore unificante di Dio. È vero che la Curia vaticana si è distinta,
    dalla fine del Concilio in poi, nello stabilire lacci e laccioli contro la
    creatività, ma è certamente anche vero che, in attesa che il nuovo papa ne
    rimuova qualcuno, non si possono assumere queste difficoltà come alibi a
    certe sciatterie.

    3.
    Dunque dicevo che sono stato affascinato dalle liturgie vaticane. Alcuni
    simboli mi sono sembrati stupendi: penso a quel vangelo deposto sulla bara
    di Giovanni Paolo II e al vento che lo ha sfogliato, quasi leggendolo; e
    poi lo ha chiuso, come a dirci. adesso tocca a voi. E mi ha commosso,
    questa volta dal punto di vista estetico, anche qualche elemento più
    propriamente profano: la solennità delle processioni e di nuovo il vento
    che scompigliava le vesti rosse dei cardinali, come di certi personaggi del
    Pontormo. Riscoprivo, ancora una volta, la raffinatezza della cultura
    cattolica europea, la capacità tutta "romana" di avere assorbito usi e
    costumi da molte civiltà e di averne fatto un corpus unitario di
    straordinaria efficacia, tale da portare l'animo dei piccoli a un deliziato
    stupore, così come l'oro di certe chiese barocche che alle inquietudini dei
    cuori in ricerca risponde: guarda quanto è grande la gloria del Signore,
    abbandònati ad essa, senza resistere né dubitare.
    Ma d'un tratto per me l'incanto si è rotto. I diaconi stavano leggendo il
    vangelo della messa di insediamento e papa Ratzinger, il bel volto assorto,
    stava in piedi, eretto, ascoltando. La sua mitria era dorata, dorato il suo
    splendido piviale e d'oro (o pareva) la croce astile che reggeva con la
    destra. All'improvviso ho pensato: sembra l'El Dorado, il mitico re
    amerindio invano ricercato dai conquistadores assatanati dalla fame di
    ricchezza; e disposti per trovare la sua città lastricata d'oro a torturare
    ferocemente e uccidere, come testimonia Bartolomé de las Casas, migliaia e
    migliaia di innocenti. E mi sono domandato: ma Gesù di Nazaret è qui?

    4.
    Io non ho risposta a questo interrogativo se non, per così dire,
    "laterale", nel senso che so bene dove ho sentito presente, con assoluta
    certezza, il Signore che i cristiani invocano. Eravamo, Clotilde ed io, con
    un gruppo di amici, in Brasile, a Recife, e una domenica fummo invitati a
    partecipare alla liturgia di una comunità cattolica poverissima, quella del
    barrio (=quartiere) di Nossa Senhora de Conceipcâo. Era una delle tante
    parrocchie su cui si era abbattuto il furore del successore di dom Helder
    Camara, convinto che dom Helder avesse seminato eresie e comunismo. Un
    sacerdote che era (ed è tuttora) consulente liturgico della Conferenza dei
    vescovi brasiliani evangelizzava i 20 mila favelados in maniera che a Sua
    Eccellenza l'arcivescovo José Cardoso Sobrinho sembrava sovversiva. Il
    sacerdote era stato rimosso, nella baraccopoli costruito, a tempi di
    record, con enormi spese, un santuario mariano. L'arcivescovo aveva
    ordinato la chiusura della baracca in cui i fedeli da anni si radunavano
    per la messa. La favela non si era arresa: il nuovo parroco aveva dovuto
    fare il suo ingresso protetto da un centinaio di poliziotti. Il santuario,
    per impulso dell'arcivescovo, era divenuto meta di pellegrinaggi, ma nessun
    favelado vi era mai entrato. La chiesa-baracca continuava a funzionare da
    cappella; il mercoledì e la domenica la gente continuava a radunarsi per un
    "servizio della Parola", diretto da uomini e donne formati, negli anni
    precedenti, dai "laboratorî" teologici di dom Helder. Si leggeva e si
    meditava la Bibbia; si cantava, si pregava. Poiché non v'era più sacerdote,
    non si poteva celebrare la messa ma, ci spiegò una giovane, "elemosiniamo
    l'eucarestia da preti che sono solidali con noi". In altri termini, v'erano
    sacerdoti che donavano alla favela ostie consacrate.
    La mattina in cui partecipammo al rito, l'assemblea era presieduta da una
    donna e da un uomo, Roberta e Reginaldo, vestiti di una tunica verde.
    Raccontarono di avere visitato recentemente altre comunità cristiane in
    favelas anche più povere della loro (impossibile per noi immaginarle) e di
    averne tratto grandi speranze per l'impegno generoso di tante e tante
    persone che lottavano per ottenere, per sé e per gli altri, giustizia e
    dignità. Roberta predicò dicendo che nessuno deve vergognarsi della propria
    origine e condizione. La gente può cambiare la propria sorte; non è vero,
    disse, che la favela condanni inesorabilmente alla prostituzione,
    all'emarginazione. "Insieme possiamo cambiare il nostro destino con l'aiuto
    del Signore; e quando cambiamo il nostro destino, cambiamo anche il mondo".
    Poi la gente cominciò a cantare: "Dalla Bibbia che vive nel popolo nasce un
    mondo nuovoS". E cantava, suonando lietamente tamburi e muovendo passi di
    danza:
    Menina Maria, menino Jesus,
    carrego un peso de tâo grande cruz,
    mas gardame o sonho
    de um mundo de luz
    Mi guardavo intorno e vedevo bambini dai grandi occhi, donne che sembravao
    vecchie e avevano poco più di quarant'anni, uomini dal volto scavato, madri
    giovanissime, piedi nudi; e baracche di cartone e di latta e canaletti
    fognari a cielo aperto, "Um mundo de luz"? Che la nostra santa Chiesa,
    pregai, li aiuti in questa ricerca e lotta.
    Ma improvvisamente una specie di muggito, altissimo, si distese sulla
    favela. Da due altoparlanti posti sul campanile, il parroco del santuario
    bombardava la "messa dei poveri" con la registrazione di un rosario, a un
    milione di decibel. "Tutte le volte così" mi disse scuotendo il capo con
    compassione un anziano che stava su una sedia a rotelle.

    5
    "La Chiesa. quale è e quale vuole essere è la Chiesa di tutti e
    specialmente la Chiesa dei poveri". (Papa Giovanni XXIII, discorso dell'11
    settembre 1962, a un mese dall'inaugurazione del Concilio Vaticano II).
    "SGesù esultò nello Spirito Santo e disse: 'Io ti rendo lode, Padre,
    Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai
    sapienti e le hai rivelate ai piccoli". (Luca 10,21)

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