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    La “deportazione economica” derivato dall’accordo stipulato nel 1946 tra Italia e Belgio.

    La storia Italiana che non è scritta sui libri.
    4 luglio 2005 - Tiziana Saracco
    Fonte: www.scanner.it/flash/473.php - 04 luglio 2005

    MIGRAZIONI è il tema della II edizione del Festival In costruzione che si svolge presso San Casciano in Val di Pesa (Fi). Il festival organizzato dall’Associazione Teatro Niccolini con il patrocinio del Comune di San Casciano V.P. con il sostegno della Provincia di Firenze e del Forum dei Giovani, la collaborazione di Jack & Joe Theatre, Cantiere Ikrea e Teatri d’imbarco Emigrare.

    Il Festival prevede 4 incontri teatrali, 2 stage e si è aperto Lunedì 4 giugno 2005 con una conferenza tenuta dalla storica e docente dell’Università Libera di Bruxelles, Anne Morelli. Il titolo dell’incontro è “Festeggiare una deportazione economica?” in riferimento alla celebrazione che si è svolta in Belgio nel 1996 in onore del Cinquantennio dell’Accordo economico stipulato tra Italia e Belgio nel 1946. Purtroppo sui libri di storia non è citato questo accordo e non ci sono accenni alla massa di persone che dopo la seconda guerra mondiale furono costrette ad emigrare in cerca di lavoro…la memoria degli italiani è molto labile, su questo siamo sicuri, infatti esistono molte somiglianze tra ciò che accadde nel 1946 e le politiche utilizzate per contrastare il problema della povertà di quei tempi e le pratiche adoperate oggi dal nostro governo e dalla società moderna in generale.
    Secondo Anne Morelli, nel nostro paese non è stata tramandata questa parte di storia riguardante il periodo di forte povertà che caratterizzò l’immediato dopo guerra, in quanto la società italiana è formata da “arricchiti” i quali non vogliono ricordare il tempo in cui hanno vissuto in miseria. Naturalmente non ci stiamo riferendo alle nuove generazioni, ma alla storia dei loro nonni: mica tanto lontano!
    La Morelli consiglia di leggere alcuni libri per scoprire la realtà sociale ed economica dell’epoca: Quando eravamo povera gente di Cesare Marchi, Les enfants polenta di Francis Tessa ed una raccolta delle vicende di immigrate italiane che descrivono dettagliatamente le condizioni di povertà estrema e di arretratezza dell’Italia degli anni 40-50, Italiane in Belgio di Myrthia Schiavo.
    Bisogna ricordare, infatti, che a quell’epoca i disoccupati aspettavano un impiego nella piazza principale del paese, dove un incaricato dal padrone passava a scegliere i lavoratori. Coloro che si erano messi in mostra per attività politiche e sociali ottenevano un lavoro molto raramente e fu proprio questa la causa acuita dall’ ingente quantità di disoccupati che spinse molti italiani con famiglie al seguito ad usufruire dell’accordo economico contratto tra il governo italiano e quello belga. Il documento si basava su uno scambio di risorse: l’Italia faceva giungere persone per il lavoro in miniera ed in rapporto alla quantità di uomini, il Belgio forniva carbone. Un altro fattore favorevole per il nostro paese fu l’escamotage di allontanare una parte dei disoccupati spedendoli in altre nazioni a svolgere lavori che gli altri si rifiutavano di compiere a causa del basso salario e dalle condizioni salutari in cui avrebbero dovuto operare.
    Ogni settimana 200 italiani partivano dalla stazione di Milano alla volta del Belgio in cerca di fortuna, dopo aver firmato o, nella maggior parte dei casi contrassegnato con una X, il contratto di lavoro nel quale, a dire il vero, non era neppure ben specificato il tipo di lavoro a cui si andava incontro, ma la miseria era tale che migliaia di giovani accettarono e si ritrovarono a chilometri di profondità.
    Scendevano dai treni in stazioni secondarie, per le merci in modo che i belgi ignorassero questi flussi migratori definiti anche “deportazioni economiche”, alloggiati nei campi di concentramento lasciati dai tedeschi e costretti a praticare il lavoro nella miniera per almeno 5 anni, altrimenti sarebbero stati rinchiusi in luoghi adibiti esclusivamente per i migranti nell’attesa di essere rimpatriati (…ricorda qualcosa?) questa era la sorte dei nostri connazionali “venduti”dal governo italiano al Belgio, nonostante fosse già ben noto che il lavoro in miniera provocava gravi e mortali malattie all’apparato respiratorio.
    La situazione che si è venuta a creare è che in Belgio su 10 milioni di abitanti 500 mila erano italiani e di questi 300 mila si sono stabiliti; attualmente le loro condizioni economiche e sociali sono rimaste minori pure rispetto ad altri immigrati: un’indagine ha dimostrato che l’andamento scolastico dei discendenti di italiani è più scarso rispetto ai figli di immigrati turchi.
    A conclusione di ciò Anne Morelli torna a domandarsi se l’accordo del 1946 fosse realmente un evento da festeggiare e nel quale presentare documenti in ricordo dei “buoni” immigrati italiani da non confondere con quelli nuovi, cattivi, provenienti da terre lontane, perciò più diversi e strani, neri.

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