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    Animismo e società

    13 marzo 2006 - Antoine Fratini (Presidente dell'Associazione Europea di Psicoanalisi)

    "I soldi non fanno la felicità, ma vi contribuiscono!" E allora via verso un indaffaramento sempre maggiore, esaltati da questa parvenza di grande verità. Se gli umani riuscissero a vedersi dal di fuori, se esistesse anche soltanto un luogo, che so, un pianeta magico che desse loro questa opportunità, quale panorama si offrirebbe ai loro occhi? Si accorgerebbero, forse, della loro nevrosi collettiva, della loro bulimia materialistica? Avere, spendere sempre di più, cambiare elettrodomestici con modelli sempre più nuovi e sofisticati, cullarsi nell'illusione del benessere materiale in nome dell'Economia. Come non ricordare l'odiosa "pubblicità regresso" mandata in onda recentemente dal nostro governo che suggeriva alle persone di fare "girare i soldi", di fare acquisti in nome di sua santità Economia. Il senso di questa pubblicità è perfettamente religioso: "Oggi ho acquistato (anche se non ne avevo bisogno, anche se questi acquisti non mi hanno per niente arricchito interiormente e tutto sommato non hanno nemmeno migliorato il mio benessere), ergo, oggi posso essere felice, ho fatto il mio dovere. Ho sacrificato tempo e energia in onore del mio Dio e questi può essere contento di me. Di sicuro Egli alla lunga mi ripagherà dei miei sforzi e sacrifici dispensandomi nuove ricchezze come solo Lui sa fare!” Notare che il tra parentesi rappresenta il rimosso. E quell'altra pubblicità, sempre in tivù e sempre dello stesso governo, sul treno ad alta velocità che osa dire "nel pieno rispetto dell'ambiente (da leggere al contrario secondo l’acuta formula della significazione per antitesi segnalata da Freud nella sua Interpretazione dei sogni: in piena devastazione di centinaia di chilometri quadrati di campi, boschi, argini, vecchie cascine...) per una Italia che corre". Solo che il commento non prosegue a specificare dove corre l'Italia né perché dovrebbe correre. Correte gente, correte, che arriverete di certo a chiedervi se tutto ciò sarà valso la pena, ma allora sarà ovviamente troppo tardi perché la freccia del tempo non si rivolta e vi accorgerete, forse con orrore, di avere buttato via la vostra esistenza. A questo punto vi sarà più chiaro che il Dio che veneravate era in realtà un demone completamente privo del senso dello humour.

    La felicità, questa meta che così spesso oggi se non da sempre l'uomo occidentale scambia erroneamente col danaro, non può dipendere troppo dalle condizioni esteriori: se si è felice veramente, lo si è sia davanti ad una pietanza semplice che davanti ad un piatto raffinato, sia camminando che sfrecciando alla guida di una bella automobile fiammante, sia mentre si gusta un panino seduti su di una panchina pubblica che accomodati al tavolo di un prestigioso ristorante... Anzi, quello che tutti possiamo vedere è che nonostante le auto di lusso, gli ingenti conti bancari e i vestiti firmati gli uomini hanno il viso triste, sono nervosi e comunicano infelicità. Questo, perché la felicità è una condizione interiore che si raggiunge sacrificando parte dell'interesse per le cose materiali in favore dei valori umani della sensibilità, dell'amicizia, dell'amore, dello scambio culturale, della percezione dell'unità di tutte le cose... La società degli indiani d’America, per esempio, pur non essendo perfetta, dalle testimonianze e dagli studi antropologici che ci sono giunti risulta sicuramente più equilibrata e matura della nostra. Certo, anch'essi conoscevano le guerre, ma queste non hanno mai portato alle stragi di massa che è stato invece il nostro lotto. E da loro, nella loro cultura, il danaro era assente. Pertanto, anche lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sull'ambiente non poteva accadere. Al posto di quell’interesse estremo e sbilanciato che conosciamo verso il mondo materiale, essi ponevano il rapporto con le tradizioni, con il sentire e con gli spiriti che venivano a visitarli nei loro sogni. È facile accorgersi, leggendo i testi originali appartenenti alla loro cultura, che in luogo del potere, del dominio, dello sfruttamento incondizionato e dell'accumulo ossessivo che caratterizzano l'uomo moderno, essi ponevano l'armonia con Madre Terra. Forse, tutte queste profonde differenze nascono principalmente dalla fondamentale distinzione esistente tra il pensare e il sentire. Presso gli indigeni, solitamente il primato è accordato al secondo tipo di atteggiamento, tanto che spesso la sede del pensiero viene da loro ubicata non nella testa, come da noi, bensì nel cuore. In sintesi Karl Marx sostenne che il lavoro aliena l’uomo della società industriale perché lo porta ad impegnare maggior parte del suo tempo a produrre cose di cui non vede (non sente) la necessità. E, anche se una certa utilità a volte potrebbe effettivamente esserci sul piano collettivo, egli la percepisce come priva di senso nei propri confronti, cioè in rapporto a quell'essere particolare che egli è realmente. Ma occorre andare oltre: l'alienazione oggi si rivela non dipendere soltanto dall'appartenenza ad una classe sociale piuttosto che ad un'altra, al proletariato piuttosto che alla borghesia o alle classi dirigenti; essa domina incontrastata l'intera società degli uomini, i piccoli imprenditori come i grandi industriali... L'alienazione nell’indaffaramento è all'opera per esempio nei camionisti che dormono sempre di meno e macinano sempre più ore e chilometri pur di guadagnare di più, anche se questo mette a repentaglio la vita degli automobilisti; è operante nella classe dei medici che instaurano rapporti di complicità con le industrie farmaceutiche aspettandosi e ricevendo premi per il numero delle ricette che fanno; in quella dei commercianti che non mancano un'occasione per aumentare i loro prezzi e fare lievitare l'inflazione reale... Anziché buttar via in quel modo il loro tempo e le loro vite, queste persone potrebbero stare di più con i loro familiari e amici, fermarsi a contemplare in silenzio un bel paesaggio accorgendosi della sua maestosità e approfittandone per avvicinarsi maggiormente alla loro vera natura.

    I ricchi credono nella ricchezza e si impiegano nel fare credere che tutti possono diventare ricchi come loro così da poter continuare a sfruttarli. In realtà, è l’idea del danaro e di ciò che esso rappresenta ai loro occhi a possedere e a sfruttare tutti. Questa credenza porta alla rovina migliaia di vittime sacrificali ogni giorno nel mondo. Persone che corrono, che rischiano, per poco o per molto, ma sempre in balia di una fede fanatica nel danaro, nello sviluppo, nell’economia come unica speranza di salvezza… In quel modo, la nevrosi del padrone raggiunge quella dello schiavo in una comunicazione circolare apparentemente perfetta in cui il denominatore comune è rappresentato dalla parola "economia". Niente di strano se in codesti scenari di possessione generalizzata le uniche possibilità di cambiamento sono rappresentate da sintomi quali il terrorismo e le catastrofe ambientali. Oggigiorno, se viene a galla un problema di rilevanza sociale, per esempio relativo alla delinquenza, alla droga, al terrorismo ecc., esso non viene mai inteso nella sua rilevanza di struttura significante riguardante un difetto dell’intero sistema; esso è invece considerato e affrontato superficialmente come se si trattasse soltanto di cattive erbe da estirpare. In altre parole, tutte le misure prese per affrontare i problemi sociali tendono ad eliminare il problema stesso senza però rimettere minimamente in questione il sistema che sicuramente ha contribuito a produrlo. Proprio come avviene nella grande maggioranza dei casi a livello individuale nelle psicoterapie, dove ci si concentra sul sintomo cercando di eliminarlo senza però approfondirne il suo valore di simbolo che rimanda ad un disagio globale della personalità.

    Ma quale potrebbe essere quel suolo magico, cui ci si riferiva precedentemente, dal quale l'uomo moderno potrebbe finalmente scorgere i suoi folli comportamenti? Per sfuggire al principio di autoreferenzialità, dovremmo secondo logica cercarlo al di fuori della nostra cultura. Purtroppo però, dappertutto dove ci giriamo, da Oriente a Occidente, oggi sembra ci sia rimasto posto solo per la nostra cultura. Da ogni latitudine troviamo infatti gli stessi Mac Donald, le stesse mode di abbigliamento, gli stessi atteggiamenti e valori di giovani e meno giovani... L'accanimento e il genocidio nei confronti dei popoli tribali dell'intero pianeta, dagli indios dell’Amazonia agli indiani d'America o alle tribù africane, la volontà dei bianchi di convertire questi popoli al loro modo di essere, si spiega a mio avviso (oltre, ovviamente, alla volontà di impossessarsi delle loro terre e ricchezze) proprio dall’inquietante percezione che l'unica fonte vera di pericolo atta a rimettere in questione la nostra società proviene da loro. Questo potrà sembrare alquanto paradossale, visto l’inoffensività di questi popoli a livello bellico ed economico. A differenza di alcune voci, pur importanti, di intellettuali occidentali che si limitano ad uno scrivere polemico o romantico a secondi dei casi, i popoli tribali costituiscono un esempio concreto, quindi ben più forte di qualunque riflessione intellettuale, di altra società. Non occorre credervi, in quanto essi sono di per sé dati di fatto e quindi specchio adeguato della nostra follia. E come si sa, uno specchio produce estrema aggressività quando non corrisponde all’aspettativa chi vi si riflette. Il più grande rischio della mondializzazione risiede proprio in questo: essa toglie la possibilità di confrontarci con altre culture e pertanto di scorgere le nostre nevrosi. È un po' come se sul piano individuale all'uomo moderno venisse abrogata la possibilità di andare dall'analista e gli rimanesse soltanto la consolazione degli psicofarmaci e o delle psicoterapie!

    Quanti libri profondi avrà letto un Berlusconi? Non è forse disperante accorgersi di essere governati da una persona completamente priva di cultura umanistica, che probabilmente non ha mai incontrato veramente una sola di quelle "voci importanti" cui si accennava prima? Ma, cosa ancora più amara rimane a mio avviso la constatazione che persino gli altri esponenti politici spronano gli stessi identici valori di fondo, quelli cioè dell'economia, anche se presentati in maniera diversa. Nessun partito politico costruisce la propria campagna elettorale, per esempio, sul valore della qualità della vita, sull'accrescimento dell'armonia fra uomo natura, sul valore dell'individuazione dei singoli, della loro maturità di pensiero... Tutti i partiti in qualche modo obbligano i singoli ad allinearsi ad una ideologia in modo che nessuno sia veramente libero pensatore, così da rendere possibile la loro manipolazione politica. Il sistema non contempla eccezione. Non vi è posto fuori di esso. Chi ha la (s)fortuna di giungere in tivù e di starci non può essere libero semplicemente perché, dovendo stare al gioco delle parti, non può esprimersi liberamente. Gli immigrati vanno accolti non perché è un loro diritto, ma perché "vi rendete conto altrimenti che danno per l'economia!" disse una volta il sindaco del mio comune di residenza (che pure era di sinistra) durante una conferenza pubblica; i parchi naturali vanno realizzati non semplicemente per il rispetto del territorio e di tutti gli esseri viventi che vi dimorano, ma perché porta turismo e fonte di reddito; i motori non possono essere strozzati altrimenti le automobili si venderebbero di meno (pazienza per i tanti incidenti stradali mortali dovuta all'alta velocità); l'idrogeno non viene utilizzato come carburante alternativo al petrolio perché costa paradossalmente troppo poco e i guadagni non sarebbero abbastanza... L'economia è come un treno in corsa rimasto senza freni e (il che è ancora più grave) privo di programmazione per fermarsi. Questo treno ci porta diritto verso il baratro. L'unica strategia rimasta sembra essere quella di prolungare indefinitamente la sua corsa. E l'unico scenario ipotizzabile a permettere questo rimane purtroppo di natura fantascientifica: scoprire nuovi mondi o nuove forme di energia da sfruttare (i raggi cosmici, Marte...). Ma, anche se ciò dovesse capitare, l'uomo rimarrebbe nella sua essenza tale e quale lo conosciamo ora: egoista e irrispettoso, quasi del tutto incapace di sublimazione, prepotente, bellicoso... Come si può notare, il problema dell'Ombra torna alla ribalta ogni qualvolta si riflette sulla natura umana. Tale problema tuttavia, come è già stato sottolineato molte volte da altri, non risiede nell'esistenza stessa dell’Ombra quanto piuttosto nel rapporto che intratteniamo con essa. Infatti, abbiamo tutti una parte più o meno oscura e negativa pronta a prendere il sopravvento su di noi e ad allontanarci dalle nostre conquiste morali. Nessuno potrà mai estirpare del tutto questa parte negativa dal proprio essere. Tutt’al più possiamo gestirla meglio di quanto l'uomo occidentale (e occidentalizzando) generalmente non faccia. La consapevolezza di portarci dentro questo insieme di difetti “troppo umani” in parte ripugnanti è la prima condizione, il solo espediente che possa portare l'umanità a saldare i conti con l’Ombra. Pertanto, non ci potrà essere nessun vero cambiamento nell'intimo dell'uomo e nel mondo fintanto che non avremmo imparato a diffidare di chi si ritiene, più o meno esplicitamente, senza macchia e di chi vede il marcio solo fuori di sé. Dobbiamo tenere d’occhio questo insieme di forze negative che albergano dentro di noi per poterle eventualmente combattere e gestire al meglio. Questo non significa, ovviamente, fare l'elogio del Male, ma, come Freud ebbe a scrivere più volte ricorrendo ad altri termini, accettare i propri limiti, non commettere più il grave errore di vivere al di sopra delle proprie capacità morali. Essere consapevoli della propria Ombra significa trovare un modo per vivere queste forze negative al proprio interno, affrontandone e superandone il conflitto con l’apporto di soluzioni personali. Un numero molto elevato di persone di ogni ceto sociale rifuggono ancora da tale confronto e preferiscono vivere all'oscuro di queste problematiche. Ma l’Ombra trama sempre per prendere la propria rivincita.

    Noi moderni nutriamo la convinzione quasi assoluta di vivere nel migliore mondo possibile, che il nostro tipo di società improntata al capitalismo e quindi allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sull'ambiente, sia tutto sommato il migliore e l'unico possibile. Diversamente, ogni altra alternativa non farebbe che portarci a regredire verso le atrocità sociali del passato con le sue schiavitù, le sue disproporzioni sociali, le sue incessanti guerre, le sue inquisizioni, le sue ingiustizie, la sua debolezza strutturale e tecnologica… Ma proprio l'assolutismo di questa nostra convinzione dovrebbe farci riflettere. Appare evidente la difficoltà (per non dire l’impossibilità) di tale autocritica. Se la nostra società fosse un individuo, a questo punto scatterebbero i sintomi a cercare di attirare la sua attenzione verso il problema. Per questo sostengo che il terrorismo da una parte, in quanto "guerra di nemici invisibili", e i disastri ecologici dall'altra, in quanto reazioni di quell’super-organismo che è la Natura, formano il contrappunto allo specchio dell'Occidente. Anzi, possono essere propriamente considerati come due dei maggiori elementi costitutivi attuali dell'Ombra dell'Occidente. Qualcuno affermerà che si tratta di mere divagazioni da psicanalista, di reazioni emotive di paura imputabili alla drammaticità dei fatti del presente, tutt’al più di una semplice interpretazione vanificata alla base dal fatto che la società non è un individuo, ma una realtà più complessa ecc. E queste critiche non sarebbero che alcune delle tante possibili negazioni del Reale. In realtà la società non è semplicemente una nostra astrazione, è costituita da individui che mediante la cultura si influenzano e contagiano a vicenda. In questa nostra società moderna, l’economia (che non corrisponde semplicemente al danaro, essendo quel fattore che influenza ogni nostro pensiero e comportamento, il che è perfettamente dimostrabile) si pone al di sopra di tutti gli altri fattori, i quali rimangono nei suoi confronti in un rapporto di subordinazione. Persino i film del genere catastrofico, come per esempio il recente The day after tomorrow, sono da un certo punto di vista una dimostrazione del fatto che persino l'imminente disastro ambientale non sfugge alle leggi del Mercato, alla logica dei botteghini: se ne può parlare a patto che renda!

    L'immaginazione di scrittori e artisti in questo secolo è stata molto ricca e mai come prima in passato i loro prodotti creativi hanno dato luce ad anticipazioni così negative o addirittura catastrofiche. Mentre nell'Ottocento un Jule Verne anticipava a suo modo le straordinarie conquiste di un uomo che sarebbe andato sulla luna e nei fondali dell’oceano, siamo arrivati ora alle anticipazioni catastrofiche alla Blade runner. Come non ricordare a tale proposito il libro 1984 dello scrittore Georges Orwell e il film THX 113" del regista Georges Lucas che narrano di una società, ambientata in un prossimo futuro, dove l'uomo è prigioniero di macchine-robot e schiavizzato dalla chimica e dai mezzi di informazione. Tali prodotti vengono giustamente definiti "di anticipazione" in quanto contengono molte intuizioni realistiche su di un possibile futuro e risultano solo in parte fantasiosi. Non c'è assolutamente da sottovalutare il significato prospettico legato a queste produzioni dell'immaginazione umana in quanto si basano in alto grado su segnali consci ed inconsci percepiti dai loro autori. Se è vero che, come non mancava di sottolineare Jung, l'inconscio è sempre un po' più avanti rispetto alla coscienza, in quanto meno condizionato dai limiti spazio-temporali che formano il dominio della ragione, allora dovrebbe essere per tutti noi doveroso preoccuparci di questi segnali e attivarci in tempo onde evitare la concretizzazione di tali catastrofi. Prendere sul serio questi segnali significherebbe però rimetterci profondamente in questione e questo, come si sa, lo si fa in genere solo quando si è obbligati dagli eventi. Di nuovo, risulterà particolarmente utile e illuminante pensare alla società come ad un individuo nevrotico. Oggi gli psicofarmaci e le tecniche psicoterapeutiche permettono ai nevrotici di evitare di rimettersi profondamente in questione e di proseguire con il loro solito stile di vita. Viene da chiedersi allora, proseguendo ulteriormente il nostro paragone, quali siano i farmaci e le tecniche che permettono alla nostra società di persistere nel proprio atteggiamento autodistruttivo globale. A mio avviso è fin troppo chiaro che l’unilateralità patogena maggiore è la credenza nel dio Economia, ovvero nell'idea che i soldi e la ricchezza materiale siano il bene supremo, la panacea di ogni male, la meta superiore da raggiungere per ottenere finalmente la felicità. Se pensate che io stia esagerando e che in realtà nessuno ragiona in quel modo, vi lascio fare il conteggio delle ore che dedicate quotidianamente alla ricerca del guadagno. L'operazione è piuttosto facile: lavoro, straordinari, risparmio, investimenti finanziari... Ognuno faccia i propri conti, dipendenti, liberi professionisti, "padroncini” o semplici operai non cambia molto nella sostanza, perché la maggior parte delle volte chi ottiene di meno non lo fa per scelta e invidia chi ottiene di più. Oltre al tempo addebitato alla ricerca del guadagno, dobbiamo poi aggiungere anche le ore passate quotidianamente alla ricerca e al godimento dei beni di consumo, dei beni tecnologici e della loro riparazione (lavastoviglie, computer, automobili, condizionatori, TV...). Aggiungiamoci anche otto ore di sonno e un paio d'ore per nutrirsi e non rimane che spiccioli, ritagli di tempo da dedicare eventualmente alla relazione con se stessi e con gli altri, alla contemplazione, alla meditazione, alla lettura, alla scrittura, all'attività artistica e a tutte quelle attività che nobilitano l'anima. Questa analisi si basa su segnali così diffusi, ripetitivi e lampanti che quasi non necessita di dati oggettivi o statistici a supporto. I miei strumenti sono in questo caso l'occhio, cioè l'osservazione, e la sincerità, cioè l'anima. Non mi aspetto che molti si riconoscano riflettendosi al mio specchio, poiché l'immagine che via via prende forma durante le lettura di queste righe riguarda una parte importante dell'Ombra dell'umanità. Il primato accordato alla matematica, alle scienze "dure" e alla tecnologia nei sistemi scolastici di tutto il mondo determina chiaramente la direzione dell'evoluzione dell'uomo e della sua società: il cosiddetto “sviluppo”. Come potrà essere l'uomo del futuro se non ancora più cinico e distaccato dalla propria anima? Forse mi si obietterà che proprio le tecnologie potrebbero in futuro costituire l’ancora di salvezza dell'uomo: nuove fonti di energie più pulite e inesauribili, sviluppo della medicina e della chirurgia, monitoraggio ambientale costante... Mi chiedo però in tutta franchezza se possa valere la pena che questa umanità si salvi. Tutto ciò che l'uomo di bello e di buono può fare deve sottostare alle leggi del Mercato e quindi essere redditizio. L'odierna guerra nei paesi industrializzati verte proprio su questo: il Mercato. Il che vuol dire, per esempio, battaglie delle grandi multinazionali per l'acquisizione dei diritti sul genoma umano, sullo spazio e su altre risorse che dovrebbero essere di tutti, quindi non privatizzate e neanche sfruttate in operazioni contrarie al senso etico. Ora, proprio l'etica costituisce un problema per il profitto e quindi per l'andamento e lo sviluppo del nostro sistema. Al contrario, l'etica era uno dei valori principali presso le civiltà tribali. Il materialismo ha praticamente eliminato l’animismo dalla coscienza dei popoli. Da sacri, i luoghi, le cose ed infine le persone sono diventati potenzialmente sfruttabili, entità distaccate dalla nostra anima. Madre Terra è stata abbattuta selvaggiamente e non si intravedono modi per farla risorgere dal cumulo di materia sopra il quale giace sepolta.

    Tutti i popoli tribali intrattengono rapporti di sacralità con i luoghi della terra in cui entrano in risonanza. Questo, perché essi accordano una importanza primaria alle cose dell'anima, ai sentimenti, alle intuizioni, ai momenti vissuti, alla memoria e alla tradizione. Noi invece, al massimo erigiamo un monumento “à la grandeur” di qualche uomo politico nelle piazze delle nostre città. Questi monumenti possono anche essere definite e presentate, ben inteso, come opere pubbliche, come per esempio il ponte sullo stretto di Messina. Eppure, coloro tra di noi, giovani o anziani, che percepiscono maggiormente l'anima e il tempo che passa, si affezionano al loro quartiere, alle loro colline se abitano in campagna e persino agli alberi che li circondano, testimoni silenziosi di momenti di vita trascorsi. Costoro, sono certo che mi possono capire quando parlo di anima e di sacralità. L'importanza vitale di recuperare le tradizioni, di rispettare il mondo anziché stravolgerlo per mero profitto, deriva soprattutto dal fatto che le cose che rimangono e che seguono il corso della Natura favoriscono il contatto con i valori trascendentali dell'anima. In termini junghiani questo atteggiamento favorisce la realizzazione dell'asse Io/ Sé, permette cioè all’Io di ritrovare le proprie origini e di mettere in relazione la propria dimensione individuale con il Tutto, trovando così un senso alla propria vita. Questo passaggio dall’Io al Sé tanto auspicato dal saggio di Kusnacht potrà verificarsi su scala collettiva solo quando i valori della società passeranno dal profitto e dal potere, all'armonia e alla realizzazione dell'individuo. Per questo il confronto con le culture animistiche è particolarmente utile e stimolante in quanto armonia e realizzazione individuale sono per loro i valori centrali su cui poggiano la struttura stessa della loro società. In una società massificata, in una macrosocietà, i singoli faticano oltremodo a percepire il senso della loro esistenza e i rapporti sono forzatamente improntati all'egoismo, all'agonismo e all'antagonismo. L'Altro è percepito molto di più come colui che porta via un posto di lavoro che come colui che grazie alle sue qualità e funzioni specifiche aiuta gli altri a seguire la propria strada e a realizzarsi nella società. Il sentimento di sfruttamento è estraneo alle civiltà tribali, mentre è onnipresente nella nostra. Durante la preparazione del rito del Peyote, gli indios messicani dell’etnia Huichol percorrono, come in un pellegrinaggio, i luoghi sacri della terra degli antenati fino a scoprire, ad un certo punto, "l'immagine di sé riflessa nello specchio delle montagne della Sierra". Per loro le tappe di questo pellegrinaggio sono altrettanto incontri con le divinità dei luoghi (i genius loci degli antichi romani). Questo sentimento oceanico di fusione con la Terra, con i suoi luoghi e paesaggi, è completamente estraneo alla nostra cultura, ma non al nostro inconscio. Si tratta quindi di recuperare ciò che, come dice la famosa massima alchemica a proposito della pietra filosofale, oggi è deriso, "calpestato nel fango dalle bestie da soma e dei greggi". Il problema, mi sembra, è fare passare questi valori, percepibili attraverso metodi e atteggiamenti contemplativi di cui il nostro inconscio si nutre, dalla psicologia individuale a quella collettiva, cioè alla cultura. Uno dei grandi epigoni di una tale operazione è senz'altro C.G.Jung. Grazie ai suoi studi sul significato dei grandi simboli della cultura, sulla sincronicità e sull’inconscio, egli ha aperto la strada al recupero dell'anima. Tanto che alcuni suoi allievi e prosecutori, come l'americano James Hillman, hanno finito per abbandonare il linguaggio prolisso e scientifico della psicologia accademica e della psicoanalisi per adottare quello più idoneo all'anima della poesia e dell'animismo, chiamando per esempio i "complessi autonomi" con il loro nome di divinità antiche: Pan, Este, Ermes…

    Le tecniche tradizionali dell'estasi che certamente servirebbero pure a noi occidentali per recuperare il contatto con la nostra anima che giace nell'inconscio, non sono soltanto per i popoli tribali elementi specifici di cerimonie religiose, ma fanno parte, ad un livello più basso, del loro caratteristico atteggiamento mentale, del modo sereno e contemplativo con cui si rapportano quotidianamente al mondo. Tale atteggiamento è anche paragonabile a quello dei poeti che riempiono le cose di significati facendole entrare così nell'anima, loro e dei loro lettori. Mi sembra che il meccanismo genetico della poesia e dell'animismo sia fondamentalmente lo stesso. Quel che cambia principalmente sono i significati accordati a questa sublimazione. Nel primo caso questi significati sono propriamente culturali, mentre nel secondo caso sono prevalentemente spirituali. Potrà essere interessante notare che la sublimazione in questi casi non rimane tutta interiore, ma si accompagna sempre da proiezioni sul mondo esteriore. Sublimazione e proiezione sono entrambi meccanismi o modi di operare caratteristici delle persone che coltivano il rapporto con l'inconscio. Si capisce quindi quanto siano importanti nel nostro intento di recuperare il contatto e l'affiatamento con l'anima. Lo scopo della psicoanalisi non può essere quello di creare personalità perfettamente razionali, fredde, distaccate, che non proiettano mai nulla e che sublimano tutta la loro energia psichica nel lavoro. Siamo quindi entrati nel vivo della nostra problematica: come vivere l’inconscio senza rischiare l’inflazione psichica e la follia? Il fatto è che gli atteggiamenti dei popoli animisti sono tutt'altro che folli. Persino il DSM ormai considera il fattore culturale nei suoi parametri di valutazione delle psicopatologie. Nelle società tribali si può seriamente sostenere che non esiste la follia. Esistono "i mali sacri", le "vocazioni sciamaniche", esiste in altri termini l'accettazione dell'originalità di ciascuno. Non vi sono psichiatri o figure simili ad obbligare le persone originali a curarsi. Quello che noi chiamiamo “follia” (il vivere l’inconscio o l'essere posseduto momentaneamente da esso) rientra perfettamente nella loro cultura, nel loro modo di concepire l'uomo e la sua relazione al mondo. Mentre da noi lo psicotico è un emarginato che gli psichiatri imbottiscono di farmaci e cercano di fare rientrare nei ranghi del sistema, da loro l'originale è già parte integrante della società ed è destinato a mettere a frutto la propria esperienza interiore. Tutti questi popoli considerano i sogni con estrema serietà, come se questi fossero in qualche modo parte della realtà, e molti loro membri hanno avuto visioni determinanti per la loro maturità e il loro inserimento sociale. Non vi è sciamano o curandero che non abbia sperimentato episodi di dissociazione delle personalità. Mi si obietterà che potrebbe sempre trattarsi di malattie mentali o squilibri psicologici non riconosciuti come tali e quindi anche per questo vissuti meglio; oppure che si tratta della loro cultura e che per noi tale prospettiva non ha la minima chance di funzionare. Di fatto però, non proviamo nemmeno a verificare la funzionalità di questi valori applicati alla nostra cultura. Eppure certi libri, come per esempio quelli di Jung e di Hillman, si vendono piuttosto bene, pur rimanendo gocce nell'oceano. E quali sono le divinità dell'oceano se non l'Economia, il Mercato, lo Sfruttamento, il Potere, la Crescita? Gli psicofarmaci si vendono alla grande perché, favorendo il controllo della devianza, procurano certamente più potere e maggior profitti al sistema che non l’animismo.

    Un aborigeno australiano, per esempio, potrebbe dirci: "Tratta bene le pietre, perché un domani potresti essere una di esse". Per noi occidentali culturalmente privi di riferimenti animistici e drammaticamente a digiuno di esperienze interiori, tale suggerimento ci appare senza senso, "folle" appunto. Noi, delle pietre abbiamo imparato a fare cemento e della Natura e delle sue leggi materiali sfruttiamo e controlliamo quasi tutto. L’homo technologicus è in grado di scoprire e modificare i meccanismi cellulari dell’invecchiamento, di viaggiare nello spazio, di andare sulla luna, di analizzare e manipolare il DNA degli esseri viventi... Egli è oggi in misura di compiere imprese che in passato erano appannaggio esclusivo degli dei. Per questo egli assomiglia sempre di più a questi ultimi, il cui immenso potere era uguale solo alla loro ferocia, alla loro crudeltà, alla loro arroganza e disumanità. Appare evidente da questo punto di vista che le nostre credenze nell'Economia dipendono da una possessione inconscia dell'uomo da parte dell'archetipo dell’Eroe. Questo archetipo costituisce la dominante psicologica dell'uomo moderno. Occorre però ricordare a tale proposito che la maggior parte degli eroi occidentali antichi finivano, a causa della loro hybris o cieca volontà di potenza, per subire tremendi castighi ad opera degli dei. Per avere rubato il fuoco agli dei e averne fatto dono all'umanità Prometeo (che pure era un titano, ma con forti tratti di somiglianza con gli uomini) fu incatenato sul Monte Caucaso è condannato in eterno a farsi divorare il fegato (organo autorigenerantesi) dall'uccello rapace. Non tutti gli eroi in effetti hanno avuto un destino fortunato come quello riservato ad Ercole ricevuto nell'Olimpo! Nella maggior parte dei casi, l’eroe occidentale classico (a differenza dell'eroe solare che gli è storicamente antecedente) si porta sembra addietro l’ombra di un destino infausto. Come Sisifo obbligato dagli dei negli inferi a fare rotolare con mani e piedi una grossa pietra e a ripetere in eterno l'operazione per il comportamento insolente della stessa che, arrivata quasi in cima al monte, ricadeva inesorabilmente verso il basso; o come Tantalo che volle condurre la stessa esistenza degli dei e peccò di presunzione mettendo alla prova la loro conoscenza nel servire loro un piatto di carne umana. Egli fu per questo imprigionato nel Tartaro e costretto a patire la fame in eterno poiché, ogni volta che tentava di mangiare i frutti che pendevano sopra il suo capo, questi si allontanavano.

    L'umanità moderna vive per così dire “nell'era dell’Eroe”, anzi ci troviamo al suo parossismo. Sembriamo condannati da demoni oscuri ad assistere impotenti all'avvelenamento e alla distruzione del nostro pianeta. Forse l'unico rimedio sarebbe, come suggerisce giustamente Luigi Zoja nel suo libro Crescita e colpa, il riconoscimento e l'accettazione del nostro senso di colpa inconscio. Questo potrebbe portarci in effetti a quella profonda rimessa in questione del nostro atteggiamento e del nostro ruolo. A mio parere tale rimessa in questione si avvera indispensabile alla crescita psicologica dell'intera società. Questa eroica mania di potenza non ha risparmiato nemmeno la psicoanalisi. Ellenberger descrive nel suo celebre libro Storia della scoperta dell'inconscio un Freud che si autodefinisce non è un semplice scienziato né un terapeuta, ma addirittura un "conquistatore"! E ricordiamo a tale proposito il celebre apoftegma freudiano: "Là dove era l'Es, deve subentrare l’Io". In altre parole, l’Io deve dominare l’inconscio. Fintanto che non usciremo dalle grinfie del nostro atteggiamento eroico compulsivo e non faremo prova di umiltà, la situazione del nostro mondo non potrà cambiare realmente. L'uomo, la natura, la società non sono cose da sfruttare, ma valori da vivere e rispettare. Armonia dovrebbe diventare la nostra nuova divinità, la nostra nuova dominante psicologica, ma siamo ancora ben lontani dal sacrificare al suo altare anche un minimo del nostro ego. Questa analisi non è per niente esagerata e pessimistica. Anzi, è perfettamente obiettiva e realistica. Per accorgersene ci basterà confrontare tramite un semplice parallelo l'evoluzione della tecnica con l'evoluzione della saggezza. L’equilibrio della nostra società capitalistica non regge, come vorrebbero fare credere certi politici, su di una maturità effettivamente raggiunta, ma sulla paura e sulla non convenienza delle grandi potenze ad entrare in una guerra atomica che le devasterebbe entrambe. Ancora: quante persone nel mondo vanno a pregare nelle loro chiese per sedare i loro sensi di colpa, ma poi sfoggiano nella vita comportamenti egoistici, superficiali e meschini? Credo che la maturità, se esiste, sia il non raccontarsi delle storie, o il raccontarsene poche. Detto en passant, questo è anche il maggior risultato che si possa ottenere con la psicoanalisi. Il contrario è cercare di far passare il proprio egoismo sfrenato per altruismo, per determinazione o per bravura. Occorre diffidare fortemente di coloro che, pur parlando sempre di economia, appaiono privi del benché minimo senso di colpa. I sensi di colpa infatti, non sono da considerarsi sempre patologici, ma costituiscono spesso il segno della presenza di un'anima. Gli uomini politici, i manager, gli imprenditori ecc. che con cinismo si prosternano di fronte al dio Economia e non mostrano riguardo alcuno per Madre Terra, potrebbero essere considerati psicopatici o malati dal punto di vista dell'animismo e delle civiltà tribali. Nella parola "egoismo" è presente la radice "ego": ed ecco rispuntare l'Eroe che conpulsivamente trancia il nodo gordiano ritenendo di poter affrontare e piegare tutto con la sola forza e determinazione. Queste mie parole sono scandalose, tristi, rabbiose, depresse, pessimistiche? Può darsi. Purtroppo, esse sono coerenti con lo spettacolo di devastazione dell'ambiente e di manipolazione dell'uomo cui si assiste quotidianamente. Il divario impressionante tra il potere tecnologico e la saggezza o maturità interiore dell'uomo oggi è diventato estremamente pericoloso. I paesi occidentali hanno sostituito la guerra classica con la guerra economica e, come è la regola in ogni conflitto, continuano a commettere atrocità. Queste atrocità, a volte, vengono alla luce del giorno e si chiamano crack borsistico pagato dai risparmiatori, contaminazioni alimentari come nel caso della mucca pazza, scempio ambientale come per esempio nel caso delle "carrette del mare" che periodicamente si rompono e inquinano di petrolio e altro veleno migliaia di chilometri di coste, abolizione delle misure legali restrittive nei confronti dello sfruttamento della Natura come l'estensione del periodo di caccia o la legge Tremonti che ha permesso il moltiplicarsi di orrendi capannoni di cemento armato in tutta Italia, discariche abusive spesso gestite dalla mafia... Il bersaglio non è più l'uccisione del nemico, in quanto il nemico è allo stesso tempo la materia di sfruttamento, cioè il cittadino in quanto consumatore. Anzi, per essere più precisi, non il cittadino ma l’individuo, cioè il libero pensatore, è il nemico da eliminare al fine di acquisire sui consumatori il massimo controllo e poterli sfruttare totalmente. Progressivamente, nella nostra società l'individuo è destinato a scomparire per lasciare il posto al consumatore. Questa operazione è già avvenuta in parte, nonostante la nascita e il progressivo rafforzamento dei vari movimenti per i diritti del consumatore. Uno sciopero generale dei consumatori costituirebbe per il nostro sistema un fatto altrettanto grave di un ammutinamento generale dei marinai su di una nave bellica. L'operaio deve ogni mattina andare a timbrare il suo cartellino e produrre merci di consumo che poi egli stesso e altri acquisteranno negli orari extra lavorativi. Certo, la condizione dei lavoratori è profondamente cambiata rispetto ai primi decenni della rivoluzione industriale. Oggi il lavoratore gode di maggiori diritti ed è molto meno sfruttato che in passato. Le sue condizioni di lavoro, il suo stipendio, il suo statuto sono sensibilmente migliorati e sembra che questo alla fine si sia rivelato un bene per l'intero sistema che non deve più temere nessuna rivoluzione. Al massimo, i sindacati e gli enti in difesa dei lavoratori fanno qualche pressione in favore di piccoli cambiamenti, accettati i quali il sistema può sperare di ripartire a pieno ritmo e di prosperare. La maggiore distribuzione delle ricchezze materiali non produce minori profitti, in quanto l'economia aspira oggi ad una dimensione mondiale e ha capito da tempo l'interesse di puntare sui grandi numeri. Inoltre, in questo modo il sistema si rivela più sicuro anche a lungo termine. Ora che la credenza nell'economia ha raggiunto un livello planetario conquistando tutti, ora che le persone possono cullarsi nella speranza di avere più fortuna dei propri fratelli e di essere toccati dalla ricchezza (la "grazia" donata dal dio Economia a chi si china totalmente al suo cospetto), i sacerdoti di questa nuova religione di massa hanno giuoco facile nell'eliminare ogni dubbio che può insorgere nei singoli. Mi sembra di ascoltare quella voce all'altoparlante nel film THX 1138 di Georges Lucas che ogni tanto ripeteva: "se non ti senti perfettamente a tuo agio, chiama il numero..."! Se non ti senti perfettamente a tuo agio, compra nuovi vestiti, fatti un fisico in palestra, regalati una vacanza alle Maldive o in un altro posto esotico... e poi vedrai che ritornerai più uguale di prima! Nel frattempo ti avrò dato l'illusione del cambiamento, ti avrò convinto concretamente, attraverso il tuo potere d'acquisto, di essere importante, libero e felice. Ma questo non mi basta ancora: dovrai a tua volta cercare di convincere i tuoi stessi amici raccontando loro le tue avventure in alberghi quattro stelle fino a vedere la bava uscire dalla loro bocca. Solo allora ti potrai considerare soddisfatto pienamente. Solo io, il tuo Dio, può darti tutte queste cose e sensazioni. Ricordalo e sii felice!

    Ovviamente, tutto ciò corrisponde ancora volta ad una mia puerile esagerazione, determinata magari dall'aggressività e dalla depressione represse che ogni fallito si porta dentro immancabilmente. Provate ad immaginare cosa succederebbe se la maggior parte dei consumatori di un paese ricco si mettesse veramente a scioperare ad oltranza. Con ogni probabilità i potenti dell'economia di quel paese e dei paesi economicamente più legati ad esso, troverebbero nuovi motivi per fomentare nuove guerre al fine di conquistare nuovi territori e nuovi consumatori da spremere come limoni. E se un domani la manodopera fosse rimpiazzata totalmente dai macchinari e non esistesse più nemmeno un solo lavoratore, i consumatori continuerebbero a moltiplicarsi per alimentare l'appetito vorace dell'economia. Nella nostra società le persone sono portate a consumare sempre di più, a buttarsi corpo e anima su ogni novità anche superflua, alla ricerca di una felicità promessa tutta esteriore all’anima. E questo sbaglio le rende bulimiche. La bulimia, infatti, non è solo alimentare, come la droga non è solo relativa alla sostanza chimica. La bulimia consiste più in generale nel riempire la propria vita di cose materiali che non possono, per loro natura, soddisfare l'anima; mentre la droga consiste più in generale nell'accettare delle dipendenze che danno l'illusione della felicità e della sicurezza, come per esempio il darsi in totale assenza di autocritica a certi programmi televisivi. In tutti questi casi è il vuoto dell'anima a farsi sentire prepotentemente. Viene da chiedersi se l'uomo non riuscirà mai ad uscire da questa sua psicosi collettiva. Questo dubbio equivale allo stesso tempo a domandarsi se la nostra società riuscirà a salvarsi, magari trasformandosi in un altra migliore, maggiormente basata sui valori dell'individuo, o se perirà, vittima dei difetti intrinseci al suo assetto, come è capitato per altri motivi a molti civiltà del passato.

    Rispetto alle società del passato però, la tecnologia costituisce un dato nuovo atto in teoria a permettere la continuità ad oltranza del sistema. Infatti, una volta l'individuo totalmente manipolato dalla tecnologia, dai mezzi di informazione e dalla chimica (si proibiscono solo le sostanze che nuocciano al sistema, come per esempio la marijuana che sensibilizza e crea un surplus d'anima, mentre altre sostanze vengono largamente sponsorizzate, come nel caso degli psicofarmaci e dell'alcol) e una volta trovate le fonti di energia praticamente inesauribili, quale evento potrebbe turbare il sistema e cambiare la società? In questo sistema perfetto non ci sarebbe spazio né per le guerre, né per le rivoluzioni. Ci incamminiamo progressivamente senza troppe resistenze verso uno scenario in cui tutti potrebbero avere le loro vite programmate senza nemmeno rendersene conto: la genetica rende in teoria possibile la creazione di nuove malattie e allo stesso tempo la loro cura, un “gioco di prestigio” che la psichiatria ha sempre usato senza ricorrere necessariamente alla genetica ma dando per scontata l'esistenza della malattia mentale a partire dall'analisi morale e pregiudiziale dei comportamenti e dei pensieri delle persone. Creata la malattia, se ne inventa la cura. La medicina, in mano alle multinazionali del farmaco, non fa eccezione. Le malattie costituiscono per essa una risorsa indispensabile da sfruttare anziché un problema da estirpare. Sono molti i testi di denuncia e le querele nei confronti della medicina e di quelle cure mediche che non soddisfano i criteri di scientificità e sono colme di effetti collaterali più o meno gravi.

    Perso nella psicosi creata dal sistema, l'uomo diventa un essere finito, senza più aspirazioni reali e totalmente surdeterminato (Althusser) da desideri che non gli appartengono. Onestamente, bisogna concordare che risulta molto difficile trovare altre e migliori spiegazioni a questa folle rincorsa dell'uomo dietro al danaro quando una società più libera e prospera che in passato gli permetterebbe invece di godersi finalmente la vita.

    Un ruscello nel mezzo di verdi montagne, le carezze offerte dai raggi solari, la fresca ombra di una quercia, di un faggio... pane, frutta, formaggio e miele... familiari, amici, gioco, conversazione gesti di affetto, sensazioni di pace, armonia con se stessi e con il mondo... il paradiso è qui, calpestato brutalmente sotto ai nostri piedi. La guarigione risiede nelle stelle perché ciascuno ha la propria stella e si tratta di seguirla per non perdersi d'animo e non fissarsi su cose che non ci appartengono. Pensate ad uno stile di vita in cui finalmente il tempo non si subisca soltanto, ma si possa anche prendere per coltivare la propria anima e arricchirsi interiormente. Pensate ad un mondo governato dai valori legati all'anima, in cui ogni nostro atto si imponga non già per la propria forza o convenienza economica, ma per la sua bellezza intrinseca; un mondo in cui ogni paesaggio venisse considerato e rispettato come un'opera d'arte compiuta dalla Natura; un mondo il cui tema di fondo fosse l'armonia, la pace, la diminuzione della sofferenza gratuita di tutti gli esseri viventi del pianeta... Quanto lontani siamo ancora da tali scenari! Quanta strada ci rimane da percorrere nel buio del nostro egoismo e della nostra ignoranza! Come per gli indiani d’America, gli aborigeni australiani e gli altri popoli animisti del pianeta, mondo interiore mondo e mondo esteriore dovrebbero vivere in sintonia. I luoghi di una vita, di una gioventù, legati alla memoria e alla tradizione, dovrebbero essere considerati sacri anziché passare in secondo o terzo piano rispetto alle esigenze di sfruttamento dell'ambiente. Non si rovina un bel paesaggio collinare fatto di boschi, prati verdeggianti e ruscelli per ricavarne cemento; come non si dovrebbe costruire una raffineria alle porte di Venezia, città che è già di per sé opera d’arte unica al mondo. Se proprio un allevatore intende costruire una stalla moderna per produrre più latte e ricavarne maggiori profitti, le leggi dello Stato dovrebbero almeno suggerirgli di fabbricarla secondo criteri rispettosi della bellezza e dello stile tradizionale del territorio. Il rispetto è una conquista dell'educazione. Quale educazione intende fornire la società moderna ai propri cittadini? Chiediamoci ancora quali sono i valori spronati dalla nostra società? questi valori sono il potere economico e sociale, l'apparenza, l’immagine, il materialismo, la tecnologia, la determinazione, l'agonismo, l’aggressività, l'esaltazione… Mi viene in mente l’affermazione con la quale il parlamentare Sgarbi in una trasmissione televisiva suggeriva ai giovani di essere più stupefacenti degli stupefacenti. Se non è esaltazione inconsapevole questo!

    la prima forma citata di potere è anche la più spacciata e si riflette chiaramente sul piano politico e sociale nell'importanza straordinaria accordata all'economia. L'uomo moderno è solito fare derivare la felicità da questa forma del potere. Così, il potere d'acquisto, che è uno dei criteri sui quali pesiamo il calcolo dell'inflazione, il "potere dei soldi", è il primo valore dell'uomo e della società moderni. La felicità, la pace nel mondo, la serenità d'animo, l'amore tra familiari o tra i popoli nella mente dell'uomo moderno come nei suoi comportamenti dipendono quasi esclusivamente da Economia. Questa affermazione potrà apparire esagerata, ma questo dipende dal fatto che a parola siamo sempre pronti a dispiegare il meglio di noi, a idealizzare la cruda realtà, anche per darci buona coscienza. Non sarà di certo la psicoanalisi a smentirci su questo punto. Infatti, la prima grande considerazione che possiamo trarre da più di un secolo di pratica analitica riguarda proprio la perenne alienazione dell'uomo nei propri discorsi. L'essere parlante non smette praticamente mai di raccontarsi delle storie nei confronti di sé stesso e di un mondo che, come insegnano Niezstche e Freud, egli vorrebbe fosse un riflesso della sua morale. Ripeto, una minima mancanza negli introiti previsti da uno Stato anche ricco è atta a provocare rappresaglie e guerre, come è avvenuto ultimamente tra l’Irac e l'America di Bush. Maneggiare grosse somme di danaro, l'essere al centro di cospicui interessi economici, l'essere un importante uomo d’affare o una personalità politica di rilievo dà all'uomo una inebriante sensazione di potenza. “E’ come stringere una pistola” risponde Henry Fonda in C’era una volta il West del grande Sergio Leone alla domanda “Che cosa si prova ad essere dall’altra parte della scrivania” rivoltagli dal politico reso arrendevole dalla propria incurabile e divorante malattie. Tale sensazione di potere, esattamente come nel caso della droga, provoca di ritorno una dipendenza psicologica e fisiologica che poche persone mostrano di saper superare. Così, il potere economico da una parte si paga con la mancanza di potere interiore dall'altra. Tanto più l'uomo insegue questa forma di potere, quanto più egli si aliena da sé stesso e si svuota interiormente, perdendo quei “poteri” o capacità che invece la maggior parte dei popoli animisti, come per esempio gli indiani d'America, ponevano in cima alla loro scala dei valori. La stessa felicità viene costantemente fraintesa e sovrapposta alla hybris, alle sensazioni legate al potere. Non vi è, credo, una netta differenza di principio tra il cocainomane e l'uomo di successo: entrambi inseguono il potere, confondendo la felicità con l’esaltazione dell'ego. Il primo cerca le sensazioni artificiali regalate dalla sostanza, il secondo le sensazioni illusorie legate al danaro e al consumismo. Le religioni classiche tradizionali non riescono più a compensare questa follia collettiva dell'uomo. La passione per il potere è di gran lunga più forte dell'amore per il prossimo. Anzi, le varie Chiese sono diventate da secoli delle istituzioni di potere, alle prese con le proprie gerarchie, i propri vantaggi e privilegi, le proprie connivenze politiche...

    Il potere economico è ovviamente legato in primis all’avere, il quale a sua volta contribuisce ad alimentare il senso e la volontà di potenza. Quante cose materiali, aggeggi vari, telefonini, automobili, vestiti, gioielli ecc. hanno la sola funzione di abbagliare gli occhi altrui per ottenerne il feedback desiderato? La maggior parte di esse forse, se si considera che tale meccanismo narcisistico funziona anche quando restiamo soli con noi stessi e ci lasciammo riempire l'anima dalle medesime sensazioni riflesse che noi stessi immaginiamo. Così, persino il registro dell'Immaginario caro a Lacan è dominato da Economia. Basterebbe analizzare da struttura degli spot pubblicitari per convincersene pienamente: il profumo o l'automobile che porta al successo con l'altro sesso, il vestito che sbatte in prima pagina, il marchio prestigioso che sancisce l'appartenenza ad una classe di potere... La passione per il danaro come principale espediente del potere possiede ogni nostro pensiero e ogni nostro atto, li determina fin nei minimi particolari tanto che diventa per molti una impresa riuscire a portare avanti i propri interessi veri se a questi non viene attribuito anche un significato economico. Artisti, musicisti, scrittore ecc. operano solo in funzione della loro speranza in un futuro (anche improbabile) riscontro economico. Altrimenti, essi si astengono, quasi a vergognarsi del loro tradimento al Dio Economia. Oggi, se quello che fa l'uomo non si paga, non è serio. Se una associazione culturale senza fini di lucro non dispone di un conto bancario, non è seria. Per non parlare del campo della ricerca: gli scienziati devono purtroppo dare ragione agli autori postmoderni che da tempo sostengono la determinazione delle scoperte e delle leggi stessi della scienza da parte dell'economia. Gli scienziati non studiano aspetti di una realtà che si rivela a loro in tutta la loro purezza, ma creano le loro scoperte sulla base di un loro atteggiamento guidato, consapevolmente o inconsapevolmente, da regole economiche e da giochi di potere.

    Il problema è che non si intravedono alternative: tutti gli uomini oggi, ricchi o poveri che siano, vivono in funzione dell'accrescimento del loro potere economico. Di fronte ad una tale prospettiva religiosa di "apparente miglioramento", i figli di contadini lasciano le campagne e vanno a vivere in tristi quartieri cittadini, i membri di una tribù lasciano loro cultura, il loro mondo, il loro stile di vita secolare e armonioso per atterrare nelle bidonville, i pensionati s’inventano nuovi lavori, gli operai fanno ore supplementari, chi già guadagna tanto desidera aumentare ulteriormente il proprio reddito al fine di mantenere il proprio trend di vita, il poeta si deprime per la mancanza di guadagni... eppure, tutte queste persone potrebbero fare un notevole passo verso la felicità accettando la loro condizione e investendo tempo e capacità in direzione della loro realizzazione individuale. La depossessione dal dio Economia appare estremamente difficile. Di tutta evidenza, non può che essere una operazione lunga, faticosa ed incerta. Non si tratta probabilmente di rinunciare del tutto all’invenzione del danaro, ma di sacrificarne i valori legati al guadagno e al potere.

    Fungerà da degna conclusione la bella parabola di Anatole France che raggiunge in maniera straordinaria la profonda intuizione di Jung sulla soddisfazione simbolica prodotta dalla semplice e rituale attività contadina dell’arare. La parabola narra di un re ammalatosi gravemente e che nessun medico riusciva ad aiutare. Questi soffriva di una strana quanto forte forma di emicrania e non riusciva a dormire. Egli era affetto da quella infelice condizione che siamo soliti chiamare “nevrosi”, una malattia della società moderna. Ad un certo punto arriva un dottore che gli dice di avere la medicina che fa per lui: “quando indosserai la camicia di un uomo felice guarirai!” Il re manda allora i suoi servi in tutto il paese affinché gli trovino la camicia di un uomo felice. I servi cercano nella cerchia degli scienziati, degli artisti, degli uomini famosi, dei potenti…e quando chiedono se siano felici tutti rispondono di no, perché se è vero che nella loro vita hanno raggiunto diversi obiettivi, ci sono anche un sacco di cose che non hanno ancora raggiunto e che forse non raggiungeranno mai. Tornando dal re disperati, i servi scorgono ad un tratto un poveretto che ara la terra cantando; lo raggiungono e gli chiedono se è felice. Egli risponde di si poiché a lui non manca nulla, nella sua vita tutto ha un senso. “In nome del re dacci la tua camicia!” gli dicono. “La mia camicia?”, risponde l’uomo,”ma io non ho camicia!”

    Note:

    Alessandro Salvini, Esoterismo e visioni in Psicologia contemporanea, Giunti n° 177
    Luizi Zoja, Crescita e colpa, Anabasi, Milano 1993
    Antoine Fratini, Parola e Psiche, Armando, Roma 1999
    H.F. Ellenberger, Storia della scoperta dell'inconscio, Boringhieri, Torino 1976
    C.G. Jung, Simboli della trasformazione, Opere vol.5, Boringhieri 1970

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