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    «A me non è lecito prestare il servizio militare, poiché sono cristiano»

    «Obiettori in divisa»

    Pur arruolati nell’esercito, di fronte agli orrori della guerra rifiutano di combattere: il fenomeno dei soldati obiettori è in espansione ed è trasversale a culture, religioni e scelte politiche. Di solito finiscono in carcere, ma in alcuni casi il destino è più cruento
    22 gennaio 2008 - Roberto Cuda
    Fonte: Popoli

    «A me non è lecito prestare il servizio militare, poiché sono cristiano. Non posso fare del male». Siamo nel 295 d.C. e a parlare, davanti al tribunale di Roma, è Massimiliano, poi condannato alla decapitazione per il suo rifiuto di fare il soldato (e per questo canonizzato dalla Chiesa). Se da allora le guerre non hanno mai smesso di insanguinare il mondo, anche quel «no» ha continuato a risuonare nella storia. Fino ai giorni nostri. Molte le motivazioni, religiose o laiche, ma sempre legate al primato irriducibile della propria coscienza sulle follie del «sistema».

    Nel marzo 2006 il Pentagono ha registrato almeno 8mila disertori per motivi di coscienza tra le fila dell’esercito Usa dall’inizio della guerra in Iraq. Ma il fenomeno è esteso in molti altri Paesi, dalla Russia alla Turchia, da Israele all’Europa fino alla Cina. Ed è spesso sottostimato. Diversi i tempi e le modalità del rifiuto della guerra: ci sono gli obiettori di coscienza, i renitenti alla leva, i disertori. Tutti rischiano pene che, a seconda dei Paesi, possono arrivare anche a qualche anno di carcere o addirittura alla pena capitale nei regimi più oppressivi. Lo stesso Regno Unito ha cominciato a stringere le maglie della giustizia con l’Armed Forces Act del 2006, che minaccia l’ergastolo per i cosiddetti refusnik (termine entrato nel linguaggio corrente, in Israele e non solo, per indicare i soldati che, per motivi di coscienza, rifiutano di obbedire agli ordini), anche se per ora i provvedimenti sono più blandi: un tenente medico della Raf, Malcolm Kendall- Smith, è stato condannato a otto mesi per il suo rifiuto di recarsi in Iraq.

    SEGNALI DI INSOFFERENZA

    Osman, il primo obiettore turco
    Osman Murat Ülke (nella foto) è stato il primo obiettore turco a essere incarcerato, dopo che nel 1995 bruciò la cartolina di leva. Venne ripetutamente arrestato, condannato e incarcerato fino al 9 marzo 1999, quando venne rilasciato con l’ordine di presentarsi al corpo. Ma nemmeno stavolta obbedì. Dichiarato disertore, fu costretto a una vita semi clandestina, ma non fu nuovamente arrestato. Nel gennaio 2006 ha vinto la sua causa contro lo Stato turco presso il Tribunale europeo per i diritti umani, che ha accusato il Paese di averlo condannato a una «morte civile». Il 6 giugno 2007 le autorità turche hanno dichiarato al Consiglio d’Europa che avrebbero presentato in parlamento un disegno di legge per meglio tutelare gli obiettori. Ma ciò non è servito a proteggere Ülke, che il 14 giugno ha ricevuto dal pubblico ministero dell’esercito turco l’ordine di recarsi in prigione per 17 mesi. Attualmente è ancora libero. Attraverso il sito www.refusingtokill.net è stata effettuata una raccolta di firme per inviare una petizione al parlamento europeo e alle autorità turche, per cessare la persecuzione degli obiettori in Turchia
    Fatto sta che, dopo il sostegno britannico alla «guerra infinita» nordamericana, i segnali di insofferenza sono aumentati, tanto che in Scozia (regione di radicate tradizioni militari) il tasso di reclutamento è calato del 30%. Dall’altra parte dell’oceano, dopo l’invasione irachena, centinaia di soldati Usa sono fuggiti in Canada e non si contano i rifiuti a imbracciare il fucile, come spiega Giorgio Riva, attivista di Payday, rete internazionale a sostegno dei refusnik. «Ehren Watada è stato il primo ufficiale a finire davanti alla corte marziale, nel febbraio 2007, per essersi
    rifiutato di partire.

    Dopo una campagna internazionale in cui ha svolto un ruolo determinante la madre, Carolyn Ho, con il nostro supporto, il processo è stato dichiarato nullo. Ma ora Watada rischia un secondo processo e una condanna a sei anni di carcere. A fine novembre sono 2.077 i militari in servizio che hanno firmato l’Appeal to Redress, per il ritiro di tutte le truppe e delle basi americane dall’Iraq».

    Secondo un rapporto del settembre 2007 del Government Accountability Office, fra il 2002 e il 2006 negli Usa sono state presentate 425 domande di obiezione di coscienza. «Il numero basso può essere spiegato con l’iter procedurale lungo e complesso - rivela Stephanie Westbrook, attivista di Us Citizens for Peace & Justice, associazione di cittadini americani con base a Roma -, che ha una probabilità non superiore al 50% di essere approvato. Il risultato è che molti soldati scelgono di disertare. Si tratta di un fenomeno in crescita, probabilmente superiore a quanto viene dichiarato, grazie anche all’esempio di coloro che si sono mostrati pubblicamente e all’appoggio della società civile.

    Quest’ultima ha un ruolo fondamentale, sia per dare coraggio ad altri militari che stanno pensando di intraprendere la stessa strada, sia per attirare l’attenzione della stampa, con la speranza che sotto i riflettori dei media i soldati vengano trattati meglio. Anche il gruppo Iraq Veterans Against the War ha deciso di fare del sostegno agli obiettori una sua priorità».

    DAL CURDO AL CINESE

    L’odissea di Agustín
    Dopo circa un anno di servizio nell’esercito statunitense, Agustín Aguayo, immigrato messicano con cittadinanza a stelle e strisce, ha deciso di non partecipare più ad azioni di guerra. Nel febbraio 2004 ha fatto domanda per essere riconosciuto obiettore di coscienza ma, mentre aspettava l’esito, è stato assegnato alla missione in Iraq dalla sua base in Germania. La sua richiesta e il successivo appello sono stati respinti. Aguayo (nella foto) si è però sempre rifiutato di partire per l’Iraq, pronto ad affrontare la corte marziale e il carcere. Ma nel settembre 2006 il comandante militare ha ordinato il suo immediato invio in terra irachena, anche in manette se necessario. Il soldato ha deciso allora di fuggire dalla base e costituirsi nuovamente alle autorità militari, questa volta in California, dove è stato arrestato, ammanettato e rispedito in Germania. Aguayo è stato poi condannato a 8 mesi di carcere, che ha scontato presso la base statunitense di Mannheim, in Germania. È stato rilasciato il 18 aprile 2007 e da allora è impegnato contro la guerra e contro il reclutamento dei giovani
    Tra i militari obiettori sparsi per il mondo ci sono cristiani di varie confessioni, testimoni di Geova, musulmani e anche molti non credenti che non condividono gli obiettivi della guerra o che semplicemente si rifiutano di uccidere, soprattutto se si tratta della propria gente. È il caso di Halil Savda, turco di etnia curda, che ha deciso di non servire in un esercito che non esita ad attaccare il suo popolo torturando, stuprando e uccidendo intere famiglie, o a sgomberare villaggi per far posto a megaprogetti idroelettrici. «Gli obiettori veri e propri non sono tanti - continua Riva -: attualmente sono poco più di 60. In Turchia è molto pericoloso dichiararsi tali, ma quelli che lo hanno fatto hanno esercitato un’enorme influenza, nel Paese e a livello internazionale. Abbiamo partecipato a campagne internazionali in difesa di Mehmet Tarhan, Osman Murat Ülke e lo stesso Halil Savda. Ma gli obiettori sono solo la punta di un iceberg antimilitarista: si valuta che oggi circa 350mila uomini rifiutino la leva».

    A registrare una massiccia renitenza alla leva è anche lo Stato di Israele, che negli ultimi anni ha inasprito la repressione verso i refusnik. Una prima ondata si ebbe nel 2001, quando venne diffusa una lettera aperta di 500 studenti delle scuole superiori, che dichiararono apertamente di non voler fare il militare nei territori occupati. A quella lettera seguirono oltre mille rifiuti sia all’arruolamento sia al combattimento.

    Due anni dopo fece scalpore il caso dei «Cinque»: Haggai Matar, Noam Bahat, Adam Maor, Shimri Zameret e Matan Kaminer. «Vennero ripetutamente incarcerati, per un totale di due anni ciascuno, ma l’esercito fu costretto a congedarli nel 2004 - racconta Riva -. Ora l’esercito ha cominciato a mettere in prigione anche alcune donne, come Laura Milo nel 2004 e Hadas Amit nel 2006, poi entrambe congedate dall’esercito ».

    Di segno decisamente diverso, ma comunque significativo, è il caso di una ventina di militari israeliani politicamente vicini alla destra religiosa che, nell’estate 2005, si sono rifiutati di eseguire lo sgombero della colonia di Gaza ordinato dal governo di Ariel Sharon. Spostandoci a Est, la feroce repressione del popolo ceceno registra tuttora non poche defezioni tra le fila dell’esercito russo. Un articolo dell’International Herald Tribune, del giugno 2005, rivela come nella patria di Tolstoj non siano più del 10% gli uomini in età di leva a fare il servizio militare. Si stimano a migliaia anche i disertori, che rischiano fino a sei anni di carcere. Minori informazioni vengono invece da regimi oppressivi come la Cina e il Sudan, dove il rifiuto di sparare può essere punito anche con la morte.

    Voci non confermate rivelano che l’ufficiale al comando del carro armato che si fermò davanti al famoso manifestante solitario a Tienanmen, nel 1989, venne poi giustiziato. In Sudan, da quando è al potere il governo islamico, uomini tra i 18 e i 35 anni vengono reclutati con la forza e inviati nel sud del Paese per massacrare la popolazione civile, come racconta un ex colonnello dell’esercito sudanese: «Molti fuggono in Europa e negli Usa, pur di non combattere. Ma chi disobbedisce agli ordini può essere ucciso
    immediatamente».

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