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    Riflettendo sulla Chiesa tra gli amici di don Michele Do (1918-2005) nella Piccola Fraternità “Casa Favre”, Saint Jacques, 25 aprile 2010

    Questa è la Chiesa

    1) A che titolo parlo
    2) Come vediamo la Chiesa oggi
    3) La sua realtà essenziale
    1 maggio 2010 - Enrico Peyretti

    QUESTA È LA CHIESA

    TESTO RIVEDUTO, di Enrico Peyretti

    Riflettendo sulla Chiesa tra gli amici di don Michele Do (1918-2005)
    nella Piccola Fraternità “Casa Favre”
    Saint Jacques, 25 aprile 2010

    Della chiesa bisogna occuparsene, ma non troppo. Non è il caso di fare gli specialisti della chiesa, perché non è un mondo a parte.
    Dirò: 1) a che titolo parlo 2) come vediamo la chiesa oggi 3) la sua realtà essenziale.

    1. Come parlo

    Non sono un creatore o scopritore originale di idee, ma un manovale trasportatore delle idee che mi sembrano valide. Ormai sono soprattutto un nonno di tre nipotini, che pensa e trepida per il loro futuro (il rischio ecologico è forse maggiore del rischio atomico, e la nostra faticata incompiuta civiltà può perdersi), col desiderio e il debito di lasciare loro in eredità qualche memoria giusta.
    Non insegno nulla. Non date retta a me, ma pensate su quello che propongo. Ho ormai la libertà dei vecchi, che non è affatto la sicurezza di sapere tutto, ma è sapere di non avere nulla da perdere. Parlo in libertà, senza preoccupazioni di ortodossia e senza autorità. Correggete voi, integrate, consigliate. So di parlare a persone che sanno interpretare.
    Don Michele leggeva nel salmo 15: «Chi potrà dimorare nella tua tenda? Chi dice la verità che ha nel cuore». Siamo qui nel suo ricordo e nella sua ispirazione, ma non semplicemente per ripeterlo. Sul tema della chiesa vediamo nel libretto Amare la chiesa (Qiqaion 2008) la parte (da p. 59 a p. 108) in cui egli procede oltre l’insegnamento di don Mazzolari, per lui preziosissimo, e chiede: istituzione o esperienza? Salvezza o trasfigurazione? (70). Quale potere? giuridico o spirituale? (80). Quale mediazione? (89). Tentazioni della chiesa: del mercato, del potere, della magia, dell’idolatria (96). Comunione, mistero, sacramento (104). Nella così bella e ricca scelta delle sue conversazioni, Per un’immagine creativa del cristianesimo, pro manuscripto, 2008, (pp. 95-107) Giancarlo Bruni commenta proprio quelle pagine. Continuiamo. Gesù ha imparato dalla sua chiesa ebraica, a ha proseguito con libertà fedele ed evolutiva.
    Culmine e fonte della chiesa è l’eucaristia: «La vita è fatta di eucaristie, di sacramenti: il primo sacramento che incontra il bambino è il sorriso negli occhi della madre: un grande sacramento. Non c’è amore, amicizia grande senza sacramenti, non ci sono sacramenti senza amore» (Michele Do, Per un’immagine creativa del cristianesimo, p. 296)
    Questi nostri incontri di St Jacques sono sacramenti di amicizia, come quando venivamo a conversare con don Michele, fino alla fine, ad ascoltare le sue lunghe essenziali ripetizioni, come si dice di san Giovanni vecchio che ripeteva: «Amatevi fra voi».

    2. La chiesa oggi

    Vediamo due questioni salienti (poi andremo a cose più essenziali): 1) l’intromissione politica, il porre fede nella legge statale come sostegno dei valori morali evangelici; 2) lo scandalo sessual-patologico-clericale

    Costantino imperatore ha ucciso Cristo più di Erode e Pilato. Dalla croce del suo coraggio fedele alla verità dell’amore «fino in fondo» (Giovanni 13,1), Gesù è uscito vivo di una vita più grande. Dalla cattura di Costantino il cristianesimo è uscito asservito. Abbiamo visto di recente una parte gerarchica di chiesa costantiniana-ruiniana, fedele al potere temporale, appoggiare candidati e parti politiche e dare patenti morali ai valori meno civili che quelle rappresentano, per puro scambio di favori e vantaggi e per mentalità più preoccupata del proprio potere che del bene comune, della verità delle cose, e della giustizia.
    Rinvio ad alcuni articoli di un giornalista documentato come Giancarlo Zizola, su Rocca (rocca@cittadella.org ): “I demoni del potere” (n. 19, 1 ottobre 2009); “Nell’ora del dio padano” (n. 1, 1 gennaio 2010, pp. 48-52); “Filoleghismo vaticano. Il nuovo Patto Costantiniano” (n. 9, 1 maggio 2010, pp. 18-21). E rimando al suo libro precedente Fedi e poteri nella società globale (Cittadella 2007).
    Dal primo di questi articoli cito qualche riga. Zizola ricostruisce con cura la catena di fatti recenti, noti e ignoti, esterni e interni, poi richiama alla fine la "profezia" di Pier Paolo Pasolini del 1974, scrivendo: «Quando si era ancora in tempo, negli anni 70, aveva chiesto quel profeta alla Chiesa, che si contorceva nella sua crisi postconciliare, di trasformarsi, se voleva davvero fare qualcosa per la salvezza umana, in forza di opposizione totale, radicale, al progetto della nuova borghesia che mirava alla trasformazione antropologica dell'Uomo, alla sua radicale alienazione. La Chiesa doveva passare all'opposizione, per evitare una fine ingloriosa, contro un potere che l'aveva così cinicamente abbandonata, progettando senza tante storie di ridurla a puro folklore». Scriveva infatti Pasolini nel 1974, che la Chiesa aveva l’occasione storica «di essere la guida grandiosa ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico, che è completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante» (Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 22 settembre 1974).

    Ma andiamo sul positivo: proprio qui a St. Jacques, il 18 ottobre 1992, Raimon Panikkar, il grande annunciatore della comunione cosmoteandrica, invitato da Michele Do «a portare la sua testimonianza per una lettura creativa e sorgiva del cristianesimo», teneva due conversazioni giù nel prefabbricato, che io, presi gli appunti a mano, pubblicai su il foglio n. 195 (dicembre 1992) col titolo significativo “Dopo il cristianesimo, Cristo”.
    Non manca chi riflette seriamente, oggi, sulla crisi del cristianesimo. Penso che questa crisi debba, di fatto, procedere fino a livelli radicali; che debba arrivare fino in fondo. Possono crollare tutte o quasi le strutture culturali e istituzionali che sono state finora la forma storica della sequela di Gesù e la trasmissione del suo messaggio. Noi crediamo che questo messaggio, e la persona di Gesù presente col suo Spirito diffuso, non saranno perduti né dimenticati. Ma dobbiamo prepararci all’ipotesi che la chiesa che ci ha dato il suo vangelo debba attraversare ancora spogliamenti drammatici e gravi. Già si osserva che c’è – almeno nel nostro Occidente - una vistosa larga interruzione tra le generazioni anziane e quelle giovani nella trasmissione della fede. Si constata nelle scuole che una quantità di giovani non sanno assolutamente nulla dell’annuncio cristiano. Armando Matteo ha scritto La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede (Editore Rubbettino, 2010). D’altra parte, buddismo e islam si diffondono, segno positivo che il bisogno di senso e di Dio cerca risposte. E queste sono meglio del vuoto.

    Ma di fronte al riduttivismo legalistico-moralistico dell’annuncio evangelico, alla crisi umana del clero (scarsità, sradicamento dalle comunità, solitudine pericolosa), al clericalismo politicante delle gerarchie più in vista, la “chiesa del disagio” ha preso la parola. Il disagio non è dissenso, non è distanza, vince sulla disaffezione e il disappunto, soffre il dispiacere, scaccia la disperazione e la dispersione, come la disputa. Sperimentiamo continuamente nei luoghi di vita che c’è una chiesa ecumenica, più “cattolica” (universale) della chiesa romana.
    La rivista di spiritualità Servitium, nel n. 82 (marzo-aprile 2009) pubblica gli atti di un convegno (Forlì, settembre 2008) “Credenti non clericali”. C’è chi dichiara di sentirsi “non senza, non contro, non sotto” le gerarchie.
    Si registra lo scandalo doloroso dei buoni e dei semplici nel vedere una chiesa spietata con Welby e con Eluana Englaro: il “sabato” è fatto valere più delle persone sofferenti. Riascoltiamo le risposte di Gesù a chi giudica le sue guarigioni “irregolari”.
    Si tengono due convegni a cui convergono vari nuclei vivi della chiesa italiana: Firenze 1 (16 maggio 2009) e Firenze 2 (6 febbraio 2010). La documentazione si trova in www.statusecclesiae.net e nel volume a cura di Alberto Melloni e Giuseppe Ruggieri, Il vangelo basta. Sulla fede e sullo stato della chiesa italiana (Carocci 2010. Utilizzo nel seguito, con modifiche, alcune parti da me stese per questo testo).
    Si parla “sine ira”, ma con pena. Si sente la responsabilità, perché è la nostra chiesa. La quale ha solo la voce gerarchica, che è compromessa coi poteri del mondo, perciò è necessario prendere la parola da “cristiani adulti”. A Firenze 2 si afferma che è il vangelo dell’amore che ci salva, e non la legge con cui ci si autogiustifica. Si sente che il Concilio, la grazia di questo tempo, è stato “tradito”. Si ha coscienza che la sinodalità (che significa “camminare insieme”) è carattere essenziale della chiesa, e che dunque ci si deve porre “in stato di concilio”.
    La chiesa, in tutte le sue forme, ha bisogno di avviare un nuovo intero processo conciliare: individuare le domande e gli appelli di Dio e del mondo, oggi; attingere alla fonte della luce rivelata, continuamente riascoltata, e alle risorse di tutte le proprie capacità responsabili, per trovare le direttrici della propria ricerca e fraterna risposta al mondo e a Dio.
    Da ogni luogo di chiesa, della universale ecumenica chiesa di Cristo, senza confini tracciabili, parta questo cammino conciliare, libero e paritario, non ignaro della tradizione, ma teso a quella che sarà la pienezza ultima. Circolino esperienze, riflessioni, domande, studi, incontri come questi “sinodi” fiorentini e altri simili, fino a che chi ha le maggiori responsabilità di unità e movimento nel cammino, senza paura delle differenze che sono vita, coordini e raccolga il lavoro di tutti, per rispondere di nuovo, e meglio, al vangelo (cfr il foglio, n. 370, marzo 2010).
    Una chiesa di troppe certezze e direttive non accoglie, ma allontana e abbandona. In questa chiesa siamo e stiamo tutti noi desiderosi di essere discepoli di Gesù, e l’immagine che essa offre, e la parola che porta, sono compito anche nostro. «Cristiani nel mondo diventato adulto», diceva Bonhoeffer. Adulti si diventa non per presunzione, ma perché la vita con le sue prove ci matura, ci affida dei compiti e delle cure, mentre i padri e le madri compiono il loro tempo, ci precedono nel ritorno al Padre, ci consegnano le loro eredità e ci lasciano soli in prima linea, responsabili.
    Anche nella chiesa avviene qualcosa di simile, tra le successive generazioni, ma anche tra i diversi ruoli comunitari: i maestri non hanno da insegnare sempre solamente l’alfabeto, o da dare direttive conclusive più che elementi per orientarsi, perché gli allievi hanno anche loro studiato e pensato, e hanno compreso le parole trasmesse dalla tradizione «con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali», esperienza che viene dalla vita reale dei laici (il Concilio, nel n. 8 della Dei Verbum, lo dice con chiarezza).

    Dei Verbum n 8: “ Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo (12): cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio “.

    Non abbiano paura, i vescovi, di un “dissenso organizzato”. Temano piuttosto il dissenso individuale di chi se ne esce silenzioso. Stiano attenti anche al troppo “consenso”, e a quale consenso ricevono, e quali protezioni! L’importante è il “senso”, che sia quello del vangelo. E - forse possiamo dirlo - imparino anche loro a discutere, a confrontare serenamente le differenze legittime nell’ascolto dell’unico Cristo, e i differenti cammini spirituali, ma convergenti all’orizzonte. Sappiamo che ci sono anche tra loro le naturali differenze che fanno parte pure della vita cristiana, e spesso non c’è il coraggio di lasciarle emergere.
    Chi ha ministeri nella chiesa di Cristo non sarà, noi lo speriamo sempre, funzionario di una organizzazione, obbligato (o ricattato) dalla struttura più che guidato dallo Spirito. I vescovi diano ascolto alle donne, a tutti i laici, a chi è nel lavoro, nella famiglia, nella politica, nella cultura, e avvicinino il giorno evangelico in cui essi non saranno più una categoria chiusa, innaturale perché solo maschile e celibe, che si riproduce spesso in fotocopia, per cooptazione, scegliendo per lo più i più docili al sistema stabilito. Il clericalismo insidia la chiesa più degli avversari. Dove non c’è umanità intera è difficile il discepolato cristiano intero. Sappiano che se i preti (già molti lo fanno) e i vescovi si mettono a fianco di questi laici cristiani che a Firenze si sono espressi, trovano aiuti e non solo critiche. Aiutati, potranno meglio aiutare nel loro servizio.

    Nella continuazione possibile, nella base della chiesa italiana, dell’appuntamento di Firenze 2, momento di confluenza e di nuova irradiazione, si vedono due componenti ugualmente essenziali: 1) l’ascolto continuo e intimo dell’evangelo, per potere testimoniarlo con parole e vita; 2) la responsabilità del giudizio profetico sulle potenze del mondo, che obbliga alla difesa dell’umano, immagine di Dio nel tempo e nella storia, immagine da riconoscere anzitutto negli ultimi, nelle vittime. Non c’è un prima e un dopo, un primo e un secondo tra le due linee.
    La chiesa ha da portare il vangelo, non ha da testimoniare se stessa; non ha da annunciare se stessa, e le proprie virtù, e la propria sapienza, e la propria capacità dirigenziale; non può dire: “guardate me!”, perché non sempre è credibile ed esemplare. Ha da comunicare il vangelo di Gesù Cristo, la bella notizia che c’è perdono e salvezza per noi peccatori; che un altro mondo è promesso, chiamato nei testi antichi “regno di Dio”, cioè un modo di vivere insieme in verità, santità e grazia, in giustizia, amore e pace (cfr Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 36); che questo regno è già qui, nascosto e disconosciuto, ma creduto e vissuto dai poveri e umili, che sperano e cercano, e invocano e gridano al cielo e alla terra; che questo regno è qui, ma deve venire, e il tempo non è tutto qui, ora, non è nelle mani dei vincitori del momento.
    Noi, poveri credenti, siamo questa chiesa. La chiesa ha da trasmettere speranza, non da indottrinare con teorie; ha da incoraggiare alla fiducia, e liberare dalla paura reciproca che ci opprime e ci incanaglisce; ha da riconoscere e difendere l’umanità degli ultimi, non da onorare e rispettare i potenti e patteggiare concordati e banchettare con loro; ha da aiutare tutti a liberarci dal fascino micidiale degli idoli brillanti (personaggi e forze, denaro e bellezza, eterna giovinezza e censura del dolore e della violenza); ha da dire la verità, la quale, più che una dottrina, è una vita tesa nella ricerca e nella sincerità; ha da servire il mondo, non governandolo, ma come “diacono” (servitore) che provvede per tutto quanto può al pane e alla liberazione degli ultimi. «Nel mondo, ma non del mondo».
    La chiesa fatta di chiese, di quelli che hanno udito le «parole di vita» di Cristo, la chiesa plurale dei «due o tre riuniti nel mio nome», ha, come ognuno di noi personalmente, e ognuno di noi per primo, da convertirsi al vangelo. Nel vivere la conversione continua, dirà e mostrerà al mondo la verità che le è stata consegnata, che in ogni tempo vuole essere di nuovo tradotta in lingue di fuoco che scaldano e danno forza, verità che sempre di nuovo si vuole incarnare in gesti di fraternità e giustizia. Senza «pregare agli angoli delle piazze per farsi notare», senza «allungare le frange dei propri abiti», senza ritenersi eccellente e eminente, o dotata di una paternità chiamata santa, o di potere sacro, analogo ai poteri del mondo, la chiesa che sogniamo - e che crediamo sia quella seminata, non istituita per legge, da Gesù, e animata dal suo Spirito che è dappertutto - non si preoccupi di farsi amici i governanti, ma vigili perché i popoli non siano ingannati dagli idoli adorabili e invidiabili; a chi, anche confusamente, cerca un sollievo spirituale nella religione consolante della gente per bene, la chiesa sappia dire che vivere è tensione ad essere più umanamente veri, e non è saziarsi nella sicurezza dell’avere, chiudendo la porta all’estraneo, allo straniero.
    L’aiuto che la chiesa deve al mondo è l’aiuto paritario, non sovrano, di chi vuole sentirsi sempre meglio fratello di tutti, «senza confini». Guardiamoci, noi che siamo chiesa, dallo sposare i potenti, con l’illusione di guidarli, perché quello è adulterio e idolatria, corruzione e svuotamento del vangelo di Gesù. Guardiamoci dal puntare a vincere battaglie politiche o culturali, perché associarsi ai vincitori è abbandonare le vittime e gli scartati. La chiesa, certo, si compiacerà fraternamente di ogni progresso umano autentico, nella giustizia e nella libertà, nell’intelligenza e nella cultura, ma non si soddisferà di questo, perché ha da dire di più. Ha da «dire la verità al potere» (sono parole di Gandhi), dove la verità non è un possesso, ma il camminare verso la luce, e dove il potere è sempre inferiore alla luce. Così, per aiutare davvero il mondo, starà davvero a fianco degli ultimi, ultima con loro. Siamo umiliati dal non essere con loro. Abbiamo, ciascuno di noi, bisogno della forza fraterna e del coraggio dati dal «camminare insieme» (non importa se tanti o pochi), perché stare con gli ultimi è scomodo e pericoloso.
    Inoltre, in questa Italia a rischio di de-Costituzione, di “liquefazione delle istituzioni” (Marco Revelli, Controcanto, Chiarelettere 2010, p.7), in questa Italia senza giustizia, la chiesa ha da “pregare e operare per la giustizia” (le famose parole di Bonhoeffer per il battesimo del nipote).

    Attorno a questo programma essenziale è indetto il terzo convegno ecclesiale (Napoli, 17-19 settembre 2010). Traggo due passaggi dalla lettera di invito a Napoli, redatta dal teologo Giuseppe Ruggieri a nome del coordinamento.
    «Due cose ci sembrano prioritarie in questo momento della vita della Chiesa in Italia. La prima è la doverosa constatazione che la Chiesa che vuole vivere del primato del vangelo, fedele al Concilio, esiste e si esprime in forme innumerevoli: in tanti gruppi, in tante parrocchie, spesso anche se non sempre attorno a un prete che assolve al suo compito primario che è quello di riconoscere i carismi dello Spirito per farli vivere nella comunione del corpo di Cristo, secondo lo statuto del popolo di Dio pellegrinante nella storia. Lo spirito vitale di questa Chiesa non si lascia spegnere. Non è una Chiesa di “puri”, senza peccato. Non è una Chiesa a parte dalla grande Chiesa una sancta catholica, ma dentro di essa, grata ad essa come alla propria madre, sofferente per essa e assieme ad essa, partecipe della sua santità e del suo peccato. Di questo dobbiamo essere grati ogni giorno al Signore».
    «Ma la seconda cosa è che questa Chiesa non ha oggi voce. Esiste un disagio sensibile, per quanto coperto dal silenzio o sommerso dalle voci dominanti, e questo disagio ha una ragione di fondo. Il regime di separatezza che vige nella Chiesa separando lei dal mondo, a cui pure è inviata, e dividendola al suo interno tra chierici e laici, che pure sono accomunati da una medesima vocazione battesimale. Lo scandalo della pedofilia ha fatto emergere l'una e l'altra cosa in modo evidente. La dirigenza ecclesiastica sembra ritenere - di fatto, se non anche di diritto (ma spesso anche di diritto!) - di non dover rendere conto al mondo dei suoi comportamenti, e solo davanti all'esplosione dello scandalo ha ritenuto, ma con grande fatica, dopo un istintivo arroccamento e diversi tentativi di minimizzazione, di correggere quest'atteggiamento. Quasi che l'onore e la santità della Chiesa non consistesse, evangelicamente, nel riconoscersi peccatrice e bisognosa di perdono, e quasi che i reati commessi dal clero non dovessero essere giudicati dai tribunali civili, come quelli di tutti gli uomini. Ciò che questo scandalo ha messo in crisi è, in definitiva, come dice il padre Radcliffe, tutta una “concezione del sacerdozio, con la sua distanza dalla gente, il suo uso del potere, la sua concezione della morale come controllo.” D'altra parte, ogni denuncia del peccato della Chiesa che non si faccia carico del suo peso, è cristianamente spuria, collocandosi in uno spazio astratto presuntivamente immune dalla colpa ed esonerato dall'obbligo di conversione».

    Il convegno di Napoli si aprirà con uno sguardo alla congiuntura che viviamo, in cui per un verso la strategia volta a stravolgere la Costituzione sembra aprire scenari preoccupanti per la stessa democrazia e per altro verso si assiste al “tradimento” del concilio. «Parliamo consapevolmente di “tradimento” e non di negazione, perché a volte il concilio non viene negato, ma inconsapevolmente travisato nelle sue intenzioni centrali». Poi, meditando le parole di Bonhoeffer e il loro significato per noi oggi, si rifletterà sul criterio evangelico della giustizia e sul significato concreto di ciò che è giusto fare fra gli uomini oggi in Italia. Seguirà la discussione e qualche testimonianza significativa. La domenica mattina si farà una riflessione sul senso del “pregare” oggi nella Chiesa, concludendo con l’eucaristia.
    Ulteriori informazioni sul sito www.statusecclesiae.net. Suggerimenti per il confronto comune alla Segretaria del coordinamento Licinia Magrini licinia.magrini@gmail.com .

    Tocchiamo la seconda questione saliente in questa parte su “la chiesa oggi”.
    Sul brutto argomento della pedofilia clericale, recentemente esploso, la domanda è: la chiesa ha da difendere se stessa o i deboli, le vittime? La chiesa si dimostra coraggiosa o ipocrita su questo punto?
    C’è una quantità di trattazioni, denunce, critiche, più o meno dure, più o meno giuste. Segnalo l’intervento severo di un uomo giusto e mitissimo, come Rodolfo Venditti (dovrebbe comparire su Rocca e il foglio www.ilfoglio.info ; è comparso su Adista e su Il Nostro tempo).
    Adriano Prosperi (Repubblica 12.04), scrive che la scelta davanti alla quale le autorità ecclesiastiche si trovano è quella tra la verità senza veli e la ragion di Chiesa, tra la tutela delle vittime e l'omertà verso gli aguzzini, tra la giustizia da rendere a chi ha patito offesa e una malintesa fedeltà all'istituzione. Solo abbracciando la verità e la giustizia senza riserve e senza infingimenti il governo della Chiesa potrà ancora parlare alla coscienza dei cristiani e potrà riaprire quel filo di comunicazione con l'umanità intera che oggi rischia di spezzarsi. (…) Il prezzo da pagare è liquidare le residue incrostazioni di un passato che stenta a passare. (…) La paura che la conoscenza della verità incrinasse le basi del consenso popolare ha creato le condizioni perché il corpo ecclesiastico facesse quadrato intorno ai suoi membri. Così furono creati tribunali segreti e concessi privilegi speciali alla parte ecclesiastica della Chiesa. Quei tribunali nascosero le colpe del clero nel momento stesso e con gli stessi strumenti con cui lo obbligavano a un'immagine pubblica di alto profilo morale e culturale. (…) E c’è un peccato contro la verità che incombe sulla Chiesa. Non è in discussione l’impulso criminale dei pedofili, in quanto tale diffuso tra chierici e laici, ma il crimine creato da una legge speciale che ha fatto del sacramento dell’Ordine sacro e della licenza di confessore un privilegio corporativo. Bisogna che le regole sbagliate siano cancellate. Sono le vittime che debbono tornare al primo posto, non i carnefici. Se la giustizia della Chiesa vuole rientrare in contatto con la giustizia degli uomini e con quella di Dio questa è la priorità. Non più coperture di segreto e licenze di libera circolazione a lupi coperti dall’abito talare. (…) La legge della Chiesa deve saper rispondere all'idea di giustizia di una società che chiede trasparenza, che pone al vertice dei suoi valori la tutela dell'infanzia, che non capisce più la sopravvivenza di recinti arcaici, dalle barriere del diritto canonico al segreto speciale che ha celato finora i criminali del «crimine pessimo» (fino qui riassumo Prosperi).
    Sembra chiaro che una certa pedagogia clericale sessuofobica e misogina abbia prodotto, in ambienti monosessuati, un quadro che ha portato la componente clericale a oscillare tra gli estremi della mostruosa pedofilia e relazioni umane altrettanto deformi per anaffettività, gelo, distacco, separazione.
    In ciò, la chiesa «esperta in umanità» ha colpe storiche profonde. Ma neppure lo scandalo vendicativo (lapidazione dell'adultera, che probabilmente era una vittima) è la via d'uscita. Semmai lo è la difesa delle vittime e l'aiuto a poter ritrovare il pieno rispetto di sé, la dignità che nulla può togliere. E poi la cura dei colpevoli. Solo la franchezza veritiera sulle componenti, le pulsioni e le dinamiche umane, e anche sulle nostre più umane aspirazioni, può aiutare la gestione responsabile, non violenta, rispettosa e quanto possibile felice di noi stessi, delle nostre relazioni interpersonali e istituzioni comunitarie.
    La chiesa non solo deve dire la verità, ma assolutamente non deve difendere se stessa, l'istituzione, più delle persone offese, più delle vittime. Ogni persona umana vale più di ogni "sabato". È questa la ragione delle critiche al silenzio di Pio XII sulla shoah, pur nella complessità di quel caso. È questo il messaggio attualissimo del Celestino V di Silone in "L'avventura di un povero cristiano". Sul letto di morte, Papa Giovanni diceva: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della Chiesa cattolica».
    Poi, la chiesa del vangelo non conosce solo la colpa senza rimedio: conosce anche, in tutti i campi, la "medicina della misericordia" (Giovanni XXIII al Concilio), la speranza anche per i peggiori peccatori: ovviamente, nel caso della pedofilia, la pietà e il perdono devono accompagnarsi alla massima vigilanza contro il menomo pericolo di reiterazione e al giusto risarcimento morale e materiale alle vittime.
    Abbiamo individuato le cause strutturali nella distorta pedagogia clericale (Il lupo allevato nell’ovile, di Aldo Bodrato, il foglio n. 371, aprile 2010) e nella condizione umana del clero. È ovvio che ogni accusa collettiva è sempre ingiusta. Ma non è ingiusta né indebita una penitenza comunitaria della chiesa.
    Oltre la sacrosanta difesa dei diritti umani offesi, nella critica alla chiesa e al papa, possono esserci anche motivi di politica internazionale, di interessi forti del bellicismo e dell’economia speculativa, criticati in questi anni, in alcuni momenti rilevanti, dalle chiese e specificamente dalla chiesa cattolica. Tali motivi possono spingere alcune voci forti ad amplificare e generalizzare casi veri e orribili, di cui nessuno intende ridurre la gravità. (cfr documento in www.asianews.it , 14.04.2010).
    Da segnalare, per serietà, competenza, realismo, pietà, giusto allarme e avviso alla chiesa, il testo di Clotilde Buraggi Masina, psicoterapeuta, trasmesso il 9.04.2010: “Pedofilia e Chiesa cattolica” (lettera n. 146 in www.ettoremasina.it ).
    In questo clima ecclesiale, il movimento internazionale “Noi siamo chiesa”, (lettera del 19.04.2010) sostiene fermamente la lettera aperta di Hans Küng ai vescovi (La Repubblica, 15.04.2010), nella quale il teologo li esorta ad intraprendere le necessarie riforme: 1. Il Popolo di Dio deve poter partecipare a tutti i livelli della nostra chiesa, così che si possa cominciare ad affrontare le sfide pastorali attraverso modalità innovative. I fedeli devono avere voce in capitolo nella scelta dei loro vescovi, altrimenti Roma continuerà a nominare vescovi più interessati all’istituzione che al gregge. 2. La misoginia ecclesiastica deve finire e le donne devono essere ammesse al presbiterato, ministero che dovrà essere basato sul servizio e non sul potere. 3. Il celibato dovrà diventare facoltativo, così che l’amore sponsale non resti un tabù per i chierici. 4. Si dovranno accettare i risultati delle scienze umane riguardo la morale sessuale e si dovrà rispettare il primato della coscienza individuale informata. 5. Si dovrà predicare un Vangelo che sia un invito alla pienezza di vita e non uno strumento per disciplinare la gente attraverso l’intimidazione.

     

     

    3. Realtà essenziale della chiesa

    Riassumo Alberto Simoni, domenicano di Pistoia (p. 9-10 di Koinonia n. 4, aprile 2010; www.koinonia-online.it ): il cammino “sinodale” (Firenze 1 e 2) è ad un bivio: andare avanti in maniera acefala, porzione del popolo di Dio in diaspora; oppure prendere la via più comoda del consenso acritico al sistema-chiesa.
    I vescovi hanno ignorato questa movimento ecclesiale. Non bisogna ignorarsi a vicenda. Neppure uscire per la tangente della chiesa tutta spirituale. Disagio, dissenso, contestazione, sono un problema reale. Non si deve solo incolpare, né il vertice né la base. Un certo aggiornamento è avvenuto grazie alla contestazione. Non è vero che dissenso e contestazione abbiano fatto a meno della chiesa-istituzione. Non sono stati scisma o eresia. Discutibili, discussi, non scomunicati. Allora la chiesa-istituzione deve discutere se stessa nei confronti della c.d. chiesa-base.
    La macchina istituzionale sembra funzionare solo in ordine a se stessa, non accoglie istanze di base. Allora non c’è da stupirsi se i media registrano solo i vertici ufficialissimi, oppure i fenomeni più rumorosamente contestatari: infatti, appaiono due volti separati della chiesa.
    Ogni istituzione soffre di entropia, tende all’immobilismo prestabilito, respinge come aggressione ogni accenno di cambiamento e ogni forma diversa.
    La chiesa istituzionale dovrebbe accettare riforme. La chiesa di base dovrebbe avere rapporti umani nell’istituzione. Legge e Vangelo, ordinamenti giuridici e dimensione sacramentale devono coordinarsi, non andare ognuno per conto suo. È una questione di carità, di accettarsi e accogliersi (fino qui riassumo Simoni).
    Da queste note si può proseguire pensando che, tra le due dimensioni, il sacramento è come l’anima, l’istituzione è come il corpo. Lo Spirito e la Parola di Dio soffiano attraverso il colloquio umano. «Dio è nell’incontro di due sguardi», diceva don Michele. Occupiamoci, sì, delle forme e luoghi del colloquio e della sua organizzazione giusta e fraterna. Ma la sottolineatura avvenuta con don Michele in questo romitaggio alpino da cui si vede un panorama ideale senza confini («questa valle, la mia piazza san Pietro…», egli disse al telefono ad Anna F. il giorno prima di morire) è la risonanza dello Spirito tra i nostri sguardi, attraverso i nostri colloqui e incontri, dove siamo soltanto fratelli e sorelle. Non è spiritualismo senza corpo (“scorporato” direbbe David Turoldo), perché questo è anche luogo di persone reali, incarnate in luoghi di vita, che comunicano tra loro. Ma è un luogo-non-luogo, fatto di molti luoghi, la cui aria, luce e terra-zolla, è l’attenzione (tensione) spirituale.

    Si tratta, nella chiesa, di ripudiare il “potere” ecclesiastico. Gesù ha detto «tra voi non è così», prendendo ad esempio negativo ogni dominio politico regale, che si fa ringraziare, si fa adorare, si copre di orpelli sacralizzanti, come gli stati antichi che avevano il tempio della divinità al centro della città, e come gli stati moderni che hanno spesso la croce negli stemmi e nelle bandiere, magari insieme all’aquila rapace.
    Il Redentore salva già l’aldiqua e non solo l’aldilà. Egli è “qui”: non c’è bisogno di mediazioni potenti per farci arrivare “là”. Cristo non rinvia al dopo-morte, non ci mette nelle mani di chi ha il potere di amministrare quel passaggio: la “vita eterna” comincia realmente qui.

    La chiesa è democratica? Daniele Menozzi, storico della chiesa, (nel seminario sulle culture politiche del 900, Università di Torino, 25 marzo 2010) ha detto: «Una ragione della diffidenza della chiesa verso la democrazia è stata il timore di una democratizzazione interna alla chiesa».
    Giorgio Bocca scrive sulla situazione politica italiana (dittatura morbida), il 9 aprile 2010: «In Italia le voglie autoritarie sono galoppanti. Ma noi non abbiamo le difese e le garanzie democratiche di altri Paesi. Forse anche per colpa della Chiesa che ha educato gli italiani a un potere sovrano».
    La chiesa non è democratica perché non è un popolo che si autocostituisce, che si sceglie una forma di convivenza e di auto-governo; non è un popolo che si convoca da solo; essa è “con-vocata”, “ek-klesia”, da Cristo e dal suo Spirito.
    Ma è “popolo di Dio”, con organizzazione fraterna e unitaria, di «amici e non servi» (Gv 15,15), non è soggetta ad un sovrano, ma solo al Signore, mite ed umile di cuore. «Tra voi non è così», non è come nei poteri del mondo (Mt 20,24-28 e Mc 10,41-45 e Lc 22,24-27)
    La chiesa ha forme di organizzazione e funzionamento che sono anche storiche, secondo le culture sociali e politiche dei tempi e delle società in cui essa abita; è affidata a noi nella storia, non è abbandonata ma affidata.
    Qualcuno ha detto bene che se non è una “democrazia” non è neppure una “monarchia”! La chiesa è laica, che non significa affatto “irreligiosa”, ma vuol dire “popolare”.
    Carattere essenziale della chiesa (evidenziato dagli studi dell’ultimo Alberigo) è la sinodalità, che significa letteralmente “camminare insieme”. Insieme a chi? tra noi soli? Insieme, con amicizia e apertura, accoglienza. «Meglio uniti all’osteria che divisi in chiesa» (ci diceva don Franco Costa nella Fuci). Meglio uniti sulle cose umane che divisi nelle cose divine. La divisione è il “classismo sacro”, i più e i meno vicini a Dio per posizione, come in una corte regale o dittatoriale.
    In effetti, noi non abbiamo da credere “alla” chiesa, ma a Cristo, insieme a tutta la chiesa. Se prende nome di chiesa un apparato autoritario, ne soffriamo, ma non ne dipendiamo, non ci fa inciampo.
    Abbiamo avuto, indegnamente, la fortuna e la grazia di essere condotti presso il cuore del vangelo, attraversando lo strumento che ce lo porta o ce lo nasconde. Anche da quell'apparato impariamo qualcosa. Ma non ci coinvolge. Chi non trova segnali di Cristo fuori da lì, rimane scandalizzato, ostacolato. Cristo è più grande della chiesa.
    Non esaltiamo né demonizziamo questa chiesa. Stiamo "non senza, non contro, non sotto" chi la dirige. L'anti-clericale è clericale come il clericale. Il vangelo è semmai a-clericale, è la fine del sacerdozio, è la libertà nello Spirito, è “fraternità senza confini” e senza padroni.
    Gli scandali vaticani ci riguardano tanto quanto quelli del governo che non abbiamo voluto. Certo, di entrambi ne soffriamo. Ma questo movimento del disagio non disperato, è di "cristiani adulti". Siamo svincolati dagli apparati padronali, ma siamo grati alla chiesa concreta, per piccola che sia, comunicante con ogni altra chiesa, nella quale possiamo pregare e ascoltare la Parola insieme a qualche fratello e sorella: bastano «due o tre». Se esistesse solo la “grande chiesa” potente, forse ne saremmo fuori. Ma saremmo comunque nelle mani di Dio.
    «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). È una presenza reale. Dunque le chiese evangeliche protestanti sono vere chiese, anche se un grave documento vaticano lo ha negato.
    C’è un’alternativa tra due forme: 1) la forma piramidale, gerarchico-aristotelica (dalla materia prima all’Atto puro, dal basso vile all’alto nobile); 2) la forma fraterna-democratica (nel senso detto, non giuridico-politico, ma sinodale).

    La realtà “popolo” è ambivalente: essa significa a) la quantità ignorante (plebe, popolo povero culturalmente, ingannato, illuso, sprovveduto, che si affida ai potenti perché occupato a sopravvivere – o a divertirsi, o ad accumulare -, senza il tempo per coltivarsi); b) la parte acculturata, educata, sensibile, anche nella semplicità; non è questione di studi, essa comprende anche gli “indotti intelligenti”, tanto ammirati da don Michele. Vedi l’inno di giubilo di Gesù: le verità rivelate ai semplici (Lc 10, 21-24; Mt 11,25-27):

    Lc 10, [21] In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: "Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto.
    [22] Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare".
    [23] E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete.
    [24] Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono".

    Mt 11, [25] In quel tempo Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
    [26] Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
    [27] Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.

    Dunque, non facciamo alcun mito populista, ma sentiamo l’impegno popolare, la funzione-dovere di servizio popolare da parte dei ceti coltivati, che hanno incontrato doni di sapienza. Ogni riforma politica, spirituale, ecclesiale viene da questi ceti privilegiati-obbligati, se condividono con tutti la propria fortuna-debito, e se imparano dai semplici illuminati.
    Per questo c’è nella chiesa bisogno di concilio, davvero generale. Anche le piccole chiese devono porsi “in stato di concilio”.

    La chiesa non è Cristo, ma è di Cristo. Non è corpo e parola di Cristo, ma è umanità, siamo noi, umanità che ha il suo corpo e la sua parola; umanità alla quale è dato conoscere e riconoscere Cristo, che essa deve “restituire al mondo” (come chiedeva Roger Garaudy).
    Se la chiesa si pretende divina, allora davvero appare “umana, troppo umana” (Nietzsche). C’è una chiesa dei diamanti (ori e anelli preziosi, e simili brillanti apparati): ma «dai diamanti non nasce niente», ci ricorda quel poeta, animo fine, che fu Fabrizio De André. E c’è la chiesa del letame, della povera umanità, degli scarti, dei “piccoli”: da qui «nascono i fiori». Questa nostra è la povera umanità, debole e bisognosa, come il pubblicano nell’ombra del tempio, la zolla oscura che la luce fa fiorire, che non resta nel basso, non è schiacciata da una trascendenza che si impone e la sovrasta sovrana, ma si eleva, cioè si lascia elevare, rispondendo alla luce che la solleva.

    Nella chiesa c’è una funzione teologica ed etica di tutti. Segnalo un articolo di Antonio Autero (Matrimonio, n. 1, 2010, pp. 9-24), “Possibile una sanatoria per i divorziati?”. Lì è detto bene, tra l’altro, che ci sono due modi della teologia: c’è la necessaria riflessione sistematica del teologo per professione, ma c’è anche una teologia che è la riflessione esistenziale laica di ogni cristiano e di ogni umano. Così, c’è un’etica che non cade nella rigidità del geometra, ma è una «terapeutica dell’esistenza», una costruzione architettonica della vita, e una cura delle ferite dell’esistenza. Ci sono utili “norme guard-rail”, che servono quando sbandiamo, e ci sono più utili “norme navigatore”, o “norme bussola”, cioè passaggi verso la meta, orientamenti per camminare (www.rivista-matrimonio.org; contattaci@rivista-matrimonio.org ).

    Non facciamo né una mistica né un culto della chiesa santa, che non diventi un idolo a cui sacrificare le vite umane. Nemmeno facciamo accuse alla chiesa colpevole di non essere santa, ma peccatrice. Né antipapismo né la più consolante papolatria. La chiesa è come noi: abbiamo – sia noi che la chiesa tutta - bisogno di perdono, di correzione, di luce, di compassione e di grazia.
    Ognuno di noi per primo si chiede: come ricevo e custodisco il dono? Come lo faccio fruttare? Questa domanda è uguale per ciascuno e per la chiesa nell’insieme delle persone. Ognuno è responsabile di se stesso e anche del cammino comune. La casa-chiesa sta su grazie a tutti, più o meno bene.
    Ma nessuno domini sulla chiesa. «Tra voi non è così» dispone Gesù dopo che la madre dei figli di Zebedeo ha chiesto per i figli un ministero-chiave nel prossimo governo di Gesù…. (Mt 20,24-28, Mc 10,41-45, Lc 22,24-27)

    Mt 20, [24] Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli;
    [25] ma Gesù, chiamatili a sé, disse: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere.
    [26] Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo,
    [27] e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo;
    [28] appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti".

    Mc 10, [41] All'udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
    [42] Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
    [43] Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
    [44] e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
    [45] Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".

    Lc 22, [24] Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.
    [25] Egli disse: "I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.
    [26] Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.
    [27] Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

    Se qualcuno domina la chiesa, allora paghi gli errori di tutti.
    Dobbiamo dire no al “potere sacro”, alla “interposizione” tra Dio e noi. Don Michele fu contento di aver trovato questa parola, qui sopra, nella sua camera, quando conversava – lo ricordo bene - per preparare la relazione su Mazzolari del 1986. Non c’è intermediario che si pone di mezzo, non c’è un necessario doganiere. Solo Gesù Cristo è “sacerdote”, perché Dio ha bruciato le distanze venendo nella sua e nostra umanità, venendo con pienezza nella umanità di Gesù. Nel Nuovo Testamento solo Gesù e il popolo dei battezzati in lui sono chiamati “sacerdoti”. Per i ministeri nella chiesa sono scelti accuratamente termini della vita laica – episcopo (sovrintendente), presbitero (anziano), diacono (servitore) – ed è evitato ogni termine sacro, quasi per rifuggire da una chiesa sacerdotale.
    Specialmente nell’ultimo periodo don Michele ripeteva: «Testimoni, non mediatori».
    Ci vuole pazienza e im-pazienza con la chiesa, come ciascuno deve avere con se stesso. Viviamo ognuno la nostra vita umana, terrena, che è realtà penultima, imperfetta, pellegrina, sulla via di Cristo, e così contribuiamo alla chiesa quotidiana, lievito nella pasta, non istituzione separata.
    Ripeto: secondo me, bisogna occuparsene della chiesa, ma non troppo. Non facciamo gli specialisti della chiesa, perché non è un mondo a parte.
    La chiesa è un po’ di mondo che sa di potere ricevere la luce di Cristo, luce che arriva ad altri con altri nomi. Oppure non arriva, e rimane attesa. Ma anche l’attesa è un contatto: «Il tuo desiderio continuo è la tua preghiera continua», dice S. Agostino (Enarrationes 37,14; Sermones 80,7). Ma è sempre, in ogni caso, una luce velata.
    La chiesa non è Cristo, e tanto meno lo è il “clero”, anche se, nel linguaggio corrente (e anche a noi capita di cadere in questo errore) chiesa vuol dire l’alto clero ristretto e separato. Dobbiamo abolire la separazione, i paramenti teatrali, i cappelloni da faraone presi da un film in costume (solo vescovi e militari, e a volte i magistrati, continuano a indossare simili vestimenta, che li pongono in un mondo di finzione, o di pretese arroganti, o di infantile impressionismo!). La chiesa non può essere divisa tra più sacri e meno sacri, tra più perfetti e meno perfetti: solo Dio vede chi è più avanti nella carità. Non vale la divisione classista, il “duo genera christianorum” (due specie di cristiani: clero e laici), posta purtroppo all’origine del diritto canonico dal monaco Graziano, dopo che nella storia del cristianesimo si è reintrodotto il sacerdozio separato, che Gesù aveva abolito.
    Certo, conosciamo Gesù tramite testimoni (genitori, amici, maestri). Li ringraziamo, ma non ci fermiamo a loro. È una chiesa pre-cristiana, quella che si ferma nel culto di santi e madonne, di mediatori verso un divino lontano, perché fa a meno di Cristo, non lo incontra. Una buona signora rispondeva: «Sì, io prego ogni sera tutte le mie madonnine». Ho visto annunci mortuari sui muri, in cui l’unico segno di speranza religiosa davanti alla morte era padre Pio. Pare che padre Pio sia la figura religiosa più frequente sui comodini degli ospedali. Questo è cristianesimo? Credo di no, anche se nessuna aspirazione verso il mistero è da disprezzare. Per don Michele il termine “religione” non era opposto a “fede”, ma indicava l’anelito a Dio inscritto nel cuore umano, per tante vie, ma bisognoso comunque di trovare la via più pura e alta, la via di Cristo.
    Certo, siamo nella collana delle generazioni, viviamo nella tradizione. Quello che abbiamo, lo abbiamo ricevuto. Nessuno nasce da solo, né nella carne né nello spirito. C’è la gerarchia dell’esperienza, ma anche una “gerarchia” (per così dire) della ricerca, dei desideri più alti, e dei carismi. Cioè, un avanzare nel cammino, dove ognuno aiuta e dà la mano a chi segue e a chi precede: l’ordine della vita, non del potere.
    Certo, è bene che ci siano episcopi, presbiteri e diaconi, ma che siano uomini e donne, e non più sacri dei laici. Il problema non è "perché le donne non possono essere ministre nella chiesa?", ma "perché questo deve essere un problema?".
    È bene che ci siano maestri teologi, ed è bene che i vescovi insegnino la fede della chiesa, più che amministrare l’organizzazione diocesana. E che essi siano ministri dell’unità orizzontale-sincronica e verticale-diacronica, ma sempre evolutiva, non fissa, ma in cammino. «Scriptura crescit cum legente», la comprensione della Scrittura cresce con chi la legge e la vive, sia la singola persona, sia le generazioni nel tempo, ripeteva padre Benedetto Calati con Gregorio Magno.
    La chiesa è uno specchio per vedervi riflesso “in aenigmate” il volto di Cristo, non per guardarci noi belli e bravi (come la strega di Biancaneve)! Sia una via aperta ai cercatori di luce! Sia più ricerca che affermazione, più ascolto che dottrina, più amore e misericordia che giudizio: «per i malati, non per i sani» è venuto Gesù. Dipende da ognuno di noi e da tutti insieme che la chiesa sia così.

    Non c’è vocazione stretta e vocazione larga (v. in Luca 14, 26-33 le esigenze che Gesù pone alla folla); non separiamo più precetti e consigli, stati di perfezione e stati di … imperfezione; non c’è superiorità della verginità sul matrimonio, e la castità è virtù necessaria a tutti: uso sobrio, libero, rispettoso, di ogni bene della vita.
    Semmai ci sono, per tutti, giorni comuni, facili, e poi momenti di grandi prove, stringenti («volete andarvene anche voi?»); semmai ci sono doni più impegnativi, talenti più abbondanti («a chi ha più ricevuto sarà chiesto di più»).
    La chiesa non è il Regno, non è il popolo “eletto” a scapito di altri. La chiesa siamo noi, toccati e chiamati a Cristo e al suo Regno che viene, che non è “qui o là”, localizzabile, recintato, ma viene non sai dove e da dove, in modo sorprendente, come il vento-Pneuma, ed è già «in mezzo a noi», non trionfante, ma come seme e delicato germoglio.
    Diceva Michele Do: «la chiesa è l’umanità». (Nel libretto Amare la chiesa, p. 29, ho scritto «..è il cosmo» e così anche in il foglio n. 327, dic. 2005. Avrà detto anche questo, e non c’è contraddizione, ma nella pubblicazione del 2005 aggiungevo – e questo è il mio vivo ricordo uditivo – che le sue parole furono «la chiesa è l’umanità»).

    C’è l’angoscia del relativismo. Ma questo non vuol dire solo scetticismo, opinioni arbitrarie e incomunicanti, che sono certo una perdita, una rinuncia. Vuol dire anche essere in relazione. Cioè, non essere tutto. Relativizzare la chiesa vuol dire vederla in relazione profonda con tutto e tutti, senza spirito di dominio e troppa magisterialità, ma in servizio: andate, battezzate, lavate i piedi, date da mangiare. Diceva il vescovo Ballestrero: «Gesù ci ha detto ‘Andate!’ e noi diciamo: ‘Venite!».
    Dio non è chiuso nella chiesa. Lo si incontra anche fuori. La chiesa è dove lo si ringrazia insieme. Nella chiesa si deve essere felici, amici, senza timore. Neppure la paura di cadere fuori (sempre in piedi, come i gatti, diceva Mazzolari)
    Lo Spirito effuso da Gesù è più grande ed esteso di Gesù, ben al di là della sua conoscenza e della sua parola, che pure sono un bene e un dono infinito. Occorre sempre più conoscere e incontrare le altre religioni.

    Voci antiche e voci recenti ci chiamano a riconoscere le tante strade di Dio.
    «Religiosus esse nefas, religentes oportet» (è cosa nefasta essere religioso, dipendente; occorre essere di coloro che collegano, che mettono in relazione; Aulo Gellio, 125-166 d. C., nelle Noctes Atticae).
    «Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande ». (Quinto Aurelio Simmaco, 320-402/403, Relatio de ara Victoriae, altare in Senato della tradizione religiosa pagana, che i senatori cristiani volevano rimuovere, sostenuti dal vescovo di Milano Ambrogio).
    «Il credente deve imparare a capire che ai milioni di diseredati, disoccupati e affamati l’unico modo in cui Dio può apparire è sotto forma di lavoro e promessa di stipendio e cibo; ai poveri del mondo Dio può solo apparire come pane e burro» (Gandhi, Young India, 15 novembre 1931).
    «…Vi è una forza vivente, immutabile, che tiene tutto assieme, crea, dissolve e ricrea. Questa forza o spirito informatore è Dio (…). E questa forza è benevola o malevola? La vedo esclusivamente benevola, perché vedo che in mezzo alla morte persiste la vita, in mezzo alla menzogna persiste la verità, in mezzo alle tenebre persiste la luce» (Gandhi, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità 1965, p. 100).
    «Per me Dio è Verità e Amore; Dio è etica e morale; Dio è coraggio. Dio è la sorgente della Luce e della Vita, e tuttavia Egli è al di sopra e al di là di esse. Dio è coscienza. Egli è persino l’ateismo dell’ateo... Egli è un Dio personale per coloro che hanno bisogno della Sua presenza personale. Egli è incarnato per coloro che hanno bisogno del suo contatto. È l’essenza purissima. Per coloro che hanno fede, Egli semplicemente è. Egli è le cose più diverse per le persone più diverse. Egli è in noi e tuttavia è al di sopra e al di là di noi» (Gandhi in Harijan, 23 marzo 1940).
    «Ogni religione è l’unica vera» (Simone Weil, Quaderni, a cura di G. Gaeta, II, Adelphi 1985, p. 153. Vedi il commento a questo passo in Pier Cesare Bori, Pluralità delle vie, Feltrinelli 2000, p. 90).
    Dunque, la chiesa sia consapevole e felicemente grata del dono ricevuto, ma senza superbia sacra, senza “totalitarismo”, che è la pretesa di avere noi tutto lo Spirito infinito ed effuso sul mondo.
    Sorella Maria scriveva a Gandhi nel 1928 e1932: «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità». «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la chiesa del mio cuore è l’invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità». Gandhi, per lei è «pietra miliare verso la vastità del Regno» (Frammenti di un’amicizia senza confini. Gandhi e sorella Maria, Eremo di Campello, 1991) .
    Sorella Maria ha la «religiosità del cuore, l’unica che vale». Impara da tutte le grandi tradizioni religiose. Si definisce “panica”, nel senso di partecipe del tutto, vicina a tutti, a tutto. Percepisce una comunione universale, con un senso dell’infinito, oltre l’umanità, per ogni vita animale e vegetale, per il cosmo. Non si tratta di vaghezza, perché il suo orizzonte è chiaramente cristocentrico. Infatti, risponde ad un inquisitore: «Nel Cristo è tutto, egli penetra tutto, omnia in ipso facta sunt». Le creature rivelano Cristo, sono un raggio della sua bellezza. Questo “panismo” è definibile come un «cristocentrismo con irradiazione universale» (da una nota di Mariangela Maraviglia).

    Provo a concludere proponendo l’idea già accennata: bisogna occuparsene, della chiesa, ma non troppo. Non si deve diventare specialisti della chiesa, perché non è un mondo a parte. Viviamo, aiutandoci reciprocamente, una vita giusta e buona quanto più possibile, in fede, speranza, amore, giustizia, umiltà e libertà, insieme a tutti gli altri, e questa è la chiesa.

    Enrico Peyretti

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