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    Le rivolte di questi mesi non possono non bussare anche alla porta del regime iraniano.

    La primavera del nord Africa e l’autunno del Regime Islamico degli Ayatollah di Teheran

    I paesi in rivolta sono quasi tutti governati da regimi ereditari, tutti dittatoriali, anche se con diverse accentuazioni, spesso sanguinari, con una forte presenza di giovani
    22 giugno 2011 - Mohsen Hamzehian (Unione per la Democrazia in Iran – Regione Veneto)

    Iran

    Il risveglio rivoluzionario delle popolazioni del Nord Africa e di altri paesi medio-orientali, caratterizzato da uno sviluppo rapidissimo e sanguinario, ha sorpreso i politologi del mondo. Certo, non le decine di milioni di poveri, i prigionieri politici, i rifugiati sparsi in tutto il mondo e gli attivisti dei diritti umani. Come una polveriera a cielo aperto il malcontento ha aumentato il suo potenziale già destabilizzato per la struttura demografica di quei paesi caratterizzata da un’altissima percentuale di giovani, per l’incremento della scolarizzazione e per la modernizzazione.


    I paesi in rivolta sono quasi tutti governati da regimi ereditari, tutti dittatoriali, anche se con diverse accentuazioni, spesso sanguinari, con una forte presenza di giovani che rivendicano una società più democratica e richiedono la deposizione del ristretto gruppo di potere che impone condizioni di sudditanza e di miseria alla stragrande maggioranza della popolazione. La crisi internazionale che sta penalizzando l’area del Mediterraneo per lo spostamento ad est dei grandi flussi economici, non ha concesso a tali regimi, strutturalmente rigidi ed obbligatoriamente conservatori, impossibilitati a sostenere i costi di una democratizzazione delle loro società e privi del fattore tempo, alcun rinvio.


    Questo terremoto, imprevisto e repentino, ha richiamato nell’area mediterranea gli Stati Uniti che hanno fortemente contribuito a spazzare via i vecchi riferimenti politici del Nord Africa, tali erano H. Mubarak in Egitto e Beni Alì in Tunisia, e si sono proposti per svolgere un nuovo ruolo in quel settore.
    Se si sommano a questi la situazione libica, l’invio dei soldati sauditi nel Bahrein, l’instabilità siriana, le velleità militari della Turchia, si comprende che stiamo osservando un incendio che avanza in una distesa di erba secca. L’inizio delle rivolte ha coinciso con la crisi del capitalismo liberista partita da quegli Stati Uniti che non riescono più a mantenere l’egemonia economica mondiale.


    Tutto questo segna un’epoca di grande transizione, di cui i movimenti mediorientali sono solo una delle espressioni. I cambiamenti di forza hanno ridotto le capacità americane di intervento diretto in Africa e nel Medio Oriente. Pesano, sia in termini economici che geostrategici, le mancate vittorie in Iraq ed in Afghanistan, con biliardi di dollari spesi tanto che è davvero difficile immaginare l’apertura di nuovi fronti i cui costi dovrebbero gravare sulle spalle dei contribuenti americani e degli alleati europei notoriamente in difficoltà.


    Paradossalmente la potenza militare dei paesi occidentali che negli ultimi dieci anni hanno preteso di tenere la guida del mondo, vacilla mentre i paesi che hanno invece scelto di “combattere”, per la supremazia, una guerra diversa, utilizzando cioè la strategia economica, risultano rafforzati. Basti pensare alla Cina, che avrebbe dovuto tallonare il concorrente americano solo nel 2020. Questo paese ha anticipato lo sviluppo di 10 anni: la sua economia dalla terza posizione oggi è salita al secondo posto.

    La situazione in IRAN


    I movimenti in corso nei paesi dell’Africa settentrionale e nel medio oriente, non hanno ancora ottenuto ciò che desiderano e per questo mantengono una mobilitazione continua, rendendo sempre più critica l’azione di controllo dei loro agonizzanti governi. Così anche i movimenti di protesta diffusi in Iran stanno minando la sopravvivenza del regime degli Ayatollah che governa questo martoriato Paese da oltre 30 anni.


    Le rivolte di questi mesi non possono non bussare anche alla porta del regime iraniano.
    L’Iran, quando sono iniziati i movimenti rivoluzionari, ha cercato di rendere più forte la sua influenza su alcuni paesi oggi in lotta; ora però risulta indebolito sul piano nazionale. Al di là degli slogan veicolati dai movimenti di protesta, quel regime, fondato sul terrore, sulle esecuzioni capitali quotidiane e soprattutto sul non riconoscimento dei diritti della maggioranza dei cittadini, cioè delle donne, teme la formazione di una democrazia in quei paesi in rivolta.


    Il regime iraniano è terrorizzato: l’arresto dei delfini di Ahmadinejad ed i suoi contrasti con l’ayatollah Alì Khamenei, evidenziano un diffuso ed acuto nervosismo nei palazzi che non permettono nessun dissenso neppure all’interno dello stesso regime. L’uomo forte, nelle istituzioni medioevali del giureconsulto iraniano, rimane sempre l’ayatollah Alì Khamenei.


    Il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone non solo hanno prodotto la fusione dei reattori di Fukushima, ma hanno anche contribuito ad indebolire il governo iraniano che fortemente vuole l’arricchimento dell’uranio.


    In Iran il nucleare ha perso il suo appeal. Il popolo iraniano non si compatterà più attorno al regime per difendere il diritto ad avere centrali nucleari per i gravi rischi che comportano. Si aggiungano le difficoltà economiche. Le sanzioni dei governi Europei ed USA hanno ridotto notevolmente la capacità d’acquisto della popolazione. Concretamente esse, nel breve e medio termine, colpiscono solo la parte più vulnerabile della popolazione. La preoccupazione dominante dei cittadini iraniani (oltre 25 milioni di persone sono oggi sotto la soglia della povertà) non è quella di avere o meno il nucleare civile ma come sfamarsi.


    Oggi l’Iran, con i suoi milioni di giovani che godono dell’istruzione universitaria, sta dimostrando che la soluzione non è la sostituzione di una parte del regime con un altro governo meno sanguinario. Tutte queste forze, indistintamente, rispettano l’attuale Costituzione, il codice penale e quello civile della sharia. L’ esperienza di due legislature dell’ ex Presidente della Repubblica Khatami ne è la testimonianza.


    Il regime teme ogni raduno; i giovani non hanno diritto di passeggiare a gruppi per le strade; vengono fermati dai pasdaran o da agenti in borghese al servizio del Ministero dell’Informazione. Il regime da mesi non permette la sepoltura con il corteo funebre di personalità che non siano accreditate dal regime. Questo divieto colpisce anche cittadini che semplicemente hanno protestato contro l’imbarbarimento della macchina repressiva . L’ultimo caso è del 30 maggio 2011: mentre gli agenti in borghese, presenti centinaia di persone che partecipavano alla cerimonia funebre, sottraevano in cimitero la salma di Ezatolah Sahabi, veniva uccisa la figlia Haleh Sahabi, nota attivista dei diritti umani ed ex prigioniera politica per reati di opinione. La signora Sahabi aveva fatto resistenza agli agenti in borghese armati di pistola, spranghe e coltelli.


    In quest’ultimo anno, i maltrattamenti dei famigliari degli uccisi in carcere ed in altre località del paese, l’arroganza e la violenza durante le cerimonie funebri, non hanno provocato alcun arretramento del movimento di opposizione. Non sortiscono effetti nemmeno le sceneggiate delle Tv di Stato che ogni giorno trasmettono le interviste strappate ai carcerati dagli agenti delle torture. L’intero popolo sa che sono metodi e strumenti per intimidire i prigionieri, i loro famigliari, gli attivisti dei diritti umani e la società civile.

    La situazione sociale

    La protesta, diffusa nei diversi strati della società iraniana, non si è affievolita a causa dei processi sommari che si sono svolti in assenza degli avvocati difensori, né si è smorzata per le minacce continue agli scrittori ed ai giornalisti, né per la censura imposta sui film non graditi al regime né per l’arresto di attori e registi. La protesta non si è placata nonostante i gravi limiti alla libertà di movimento imposti ai cittadini iraniani.

    Il carovita provocato dalle sanzioni e la situazione economica complessiva hanno giocato un ruolo importante nel rafforzare il malcontento tra la gente. Sono stati congelati gli stipendi a circa mezzo milione di lavoratori nelle aziende produttive. I luoghi di lavoro sono stati militarizzati. Sono stati imprigionati i referenti dei sindacati; la gestione delle università è stata affidata ai pasdaran ed agli agenti in borghese. La protesta degli studenti è stata duramente colpita.

    Il movimento sociale antagonista, negli ultimi 2 anni, ha mostrato molti aspetti positivi ma anche gravi punti di criticità.
    Il problema principale è che un movimento che coinvolge milioni di persone, ha bisogno di un leader politico riconosciuto. La gente comune deve essere consapevole dell’attività politica del suo leader, della sua posizione sociale, del suo passato e del suo presente personale. Questo leader deve credere nel principio della separazione dello Stato dalla Religione. Il movimento spontaneo del 2008 non è stato capace di creare un leader in breve tempo perché ogni corrente che vi ha partecipato ha cercato di avere un ruolo dominante per prender il controllo.

    I leader riformisti candidati alla presidenza della Repubblica, Mussavi e Karubi, essendo parte integrante del potere, godevano di una grande esposizione mediatica. Infatti, degli oltre 400 candidati propostisi per le elezioni, solo 4 sono stati riconosciuti dal Giureconsulto ed hanno potuto partecipare al percorso elettorale.

    Nella storia dei popoli la maggior parte dei regimi dittatoriali hanno agito in modo univoco e compatto fino alla loro destituzione e solo con la decadenza si sono divisi in mille pezzi. In Iran, invece, non c’è un regime dittatoriale univoco. Al contrario, ogni giorno siamo testimoni di arresti, destituzioni, uccisioni di persone che coprono incarichi istituzionali ad alto livello delle leggi contro lo stesso governo di Ahmadinejad, oppure protesta contro il licenziamento e l’assunzione ad interim di incarichi ministeriali da parte dello stesso Presidente.

    In Iran le forze politiche e sociali attive, fino a questo momento, si sono comportate in modo difensivo; piuttosto che perdere i contatti sociali, preferiscono difendere il minimo di spazio acquisito.
    Molte volte i leader del movimento riformista, (tra questi l’ex presidente della Repubblica Khatami), hanno dichiarato pubblicamente che ”non ascoltandoci per una riforma costituzionale, la società declina verso una forma secolare che noi non condividiamo”.
    Naturalmente chi rivendica una società realmente democratica e laica, rivendica anche una società ove la costituzione riconosca l’uguaglianza di tutti i suoi membri, indipendentemente dal sesso, dalla nazionalità, dalla religione, dalla professione e dalla condizione economica.

    Il momento attuale lascia libero l’Iran da qualsiasi ipotetica invasione. I paesi occidentali interventisti vivono in una palude, con una macchina da guerra in affanno. Le proteste antiregime, escludendo ovviamente i pseudo riformisti la cui efficacia antiregime è scarsissima, possono essere vittoriose.

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