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    Religioni

    Religioni e chiese tra male e bene

    Hanno il senso del male
    Tarde a capire la nonviolenza
    Tentate dalla violenza
    4 settembre 2012 - Enrico Peyretti
    Fonte: Articolo dell'autore

    Una domanda
    Religioni e chiese tra male e bene

     

    Una domanda: le religioni, e le nostre chiese cristiane, credono più al male o più al bene?
    Penso davvero che le religioni, in generale, aiutino a vivere una vita buona, a camminare nel bene. Ma la loro imperfezione e le loro contraddizioni respingono molti, che nelle religioni vedono l'opposto di ciò che proclamano.
    Le religioni hanno il senso del male: vedono che è molto, ne soffrono, lo denunciano (e la denuncia del male è già positiva, perché risveglia nelle coscienze sensibili il desiderio del bene), lo combattono. Ma qui corrono un rischio serio: il male contagia col proprio fascino, come lo sguardo della Medusa, anche chi lo odia e combatte. Esso vince quando instilla questo principio: che solo un male più forte può vincere un male. A questo punto, le religioni si corrompono, usano il male contro il male, naturalmente per la vittoria del bene! Il desiderio del bene, la ricerca sincera del bene allora cede – certo provvisoriamente! solo strumentalmente!... – all'uso del male contro il male, “a fin di bene” .
    «Non fate nulla a fin di bene, fate il bene», dice il Celestino V di Silone. Il Grande Inquisitore di Dostoevskij, che è l'anti-Celestino, toglie la libertà data da Dio agli uomini per costringerli al bene e alla felicità, a costo di condannare di nuovo Cristo. Quando la Chiesa usa il braccio secolare dello Stato e la forza delle sue leggi per salvare il bene imponendolo, cede alla terza tentazione superata da Gesù, e adora Satana che le offre la potenza (Mt 4, 8-10).
    Per questo le religioni, la nostra religione, è tarda e lenta a comprendere e abbracciare la nonviolenza: per lo più, al pari della mentalità dominante, la intende in senso negativo, come debolezza e resa. La religione loda la nonviolenza come il non fare personalmente violenza, ma non la sposa davvero come positivo satyagraha, forza politica dell'amore, forza della tensione-alla-verità, forza dei poveri resistente e più vitale della violenza dei potenti, quella che è stata la forza vitale di Gesù sopra la morte iniqua e atroce inflittagli dalla potenza religioso-politica.
    Ora, una religione, un umanesimo, che non si lascia toccare dalla forza positiva della nonviolenza, finisce per affidarsi nei fatti più al male che al bene dichiarato. Anche le religioni più miti, quando e dove diventano religioni di stato, massicce entro una società, facilmente fanno violenza (Smith-Christopher, La nonviolenza nelle religioni, Emi). L'India religiosa segue davvero Gandhi in piccola misura, e insegue la potenza atomica e l'economia diseguale in grande misura.
    Dove invece cresce la fede nel Bene vivente, diminuisce la paura del male (Bush chiamava «impero del male» l'URSS), quella paura che istiga alla violenza sterminatrice, alla pulizia etnica, alla “guerra giusta”, al “malicidio”, e per far questo si copre di una teologia violenta, attribuendo e intestando a Dio la nostra impaurita violenza. Così fa inizialmente anche la Bibbia: un Dio che fa male a chi fa male, o anche solo a chi non si assoggetta a lui; questa è la “teologia penale” (diceva Pietro Prini) dell'inferno eterno. Ma la Bibbia procede oltre: Gesù rappresenta un Dio padre e fratello buono, non un padrone spietato. Quella teologia violenta produce, di conseguenza, l'antropologia del male: l'uomo nato nel peccato originale invece che dal soffio di Dio.
    Da qui vengono la debolezza e i compromessi religiosi – sia privati sia istituzionali - con la moderna economia teologizzata, l'idolo della crescita infinita, una politica senza alternative, il dogma della appropriazione securitaria e ossessiva, che, in modo organizzato, rapina i più poveri dei beni che sono di tutti. È la religione rassegnata all'anti-condivisione, cioè all'anti-eucaristia sistematica. L'eucaristia è così ridotta a sacrificio punitivo e vendicativo, unica via di salvezza dell'umanità, e non è più la vita di amore «fino in fondo», che fu di Gesù. Allora anche il sacrificio degli ultimi e dei deboli, organizzato dai sinedri atei e dai litostrati dei governatori – che oggi sono i “Grandi”, cioè i più ricchi, e la finanza senza volto che decide sui popoli - sembra l'unica via necessaria per la salvezza economica della società umana. Questa religione condannò il comunismo ateo e violento, ma anche il privatismo è violento e ben bene ateo.
    I profeti del nostro tempo li abbiamo incontrati nel filone religioso non dei comandamenti contro il male - avvisi pur necessari per evitarne l'attrazione - ma sulla via dei comandamenti della speranza nella realtà del bene, degli annunci e degli atti apri-strada del bene. Pur nelle tragedie e nei muri chiusi della storia, essi ci hanno suggerito con sapienza spirituale e intelligenza profetica dei tempi, che l'uomo inedito è nascosto in noi, che il seme evangelico fermenta le aspirazioni umane alla giustizia, salvandole dalla disperazione, e che la pace giusta è possibile.

    Enrico Peyretti, 18 aprile 2012

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