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    Città di Castello, 26 maggio 2012

    Nonviolenza come stile di vita

    Continua ricerca - Tipi di violenza - Pacifismo e nonviolenza
    Pessimismo antropologico - Nonviolenza del cuore - Nonviolenza del potere - Nonviolenza teologica - Nonviolenza ed economia
    4 settembre 2012 - Enrico Peyretti

    Città di Castello, sabato 26 maggio 2012

    Nonviolenza come stile di vita
    (appunti schematici)

    Nonviolenza, in sostanza, è non-uccidere ciò che vive, non distruggere fisicamente o moralmente.
    L'opposto positivo del negativo uccidere è amare. Non solo i momenti dell'amore felice, dell'amicizia, dell'armonia. Ma aiutare la vita altrui, sostenere, essere costruttivi, incontrare, accettare e rispettare le differenze, le alterità.
    La nonviolenza non è mai raggiunta: è una continua ricerca, non una ricetta per stare tranquilli.
    Violenza è violare lo spazio altrui. È il sorpassare la zona di rispetto fisica e morale dell'altro: offendere, colpire, disprezzare, sottomettere, dominare. Forse “dominio” è il più chiaro sinonimo di violenza.
    Tipi di violenza: diretta (fisica, armata, militare), strutturale (consolidata nell'economia, nelle leggi, nelle strutture e costumi sociali, …), culturale (introiettata nelle menti, nelle culture, nelle ideologie).
    La violenza culturale causa e giustifica le precedenti. La violenza diretta è più visibile e ripugnante, ma la più grave e profonda è la violenza culturale.
    Il pacifismo si oppone solo alla guerra (violenza diretta), la nonviolenza tende a liberarci da ogni forma di violenza e a contrastarle tutte senza fare contro-violenza, ma sviluppando la “forza della verità” o “forza dell'anima” (satyagraha di Gandhi).
    Un tipo di violenza culturale è quel pessimismo antropologico per il quale gli esseri umani sono per natura più egoisti e cattivi che solidali e generosi. Questa idea mette in moto i lati peggiori della nostra natura, invece di sviluppare i lati migliori.
    Parliamo di nonviolenza dei mezzi di lotta contro l'ingiustizia, ma anche di nonviolenza dei fini, dello scopo. Se faccio resistenza nonviolenta ad un potere ingiusto per prendere il suo posto, invece di cambiare la forma di potere, faccio violenza perché lo scopo è violento. Mezzi giusti per fini giusti.
    Nonviolenza del cuore: è il fondamento delle azioni. Dal cuore di pietra al cuore di carne, è l'opera divina in noi (profeta Ezechiele 36,26): carne sensibile, solidale, viva e attiva, cioè umanità nuova.
    Nonviolenza del potere: non una cosa che si possiede, si conquista, si strappa ad altri, ma un verbo della vita: io posso, tu puoi, egli può. Vedi art. 3 della nostra grande Costituzione.
    Questo è il “potere di”: di vivere, di parlare, di agire, di creare, ecc. È “potere per” uno scopo vitale, a favore di tutti. È “potere con”, condiviso con gli altri nella giustizia. Non è il “potere su”, che sottomette e domina, riduce libertà, giustizia, vita, spirito. Esaminiamo ogni potere: è su, di, per, con? Aldo Capitini (filosofo della nonviolenza, 1899-1968) vede che la democrazia si deve realizzare nel “potere di tutti” (titolo di un suo libro con introduzione di Norberto Bobbio).
    Nonviolenza teologica: come pensiamo Dio (o comunque il mistero dell'esistenza)? Come una potenza tremenda, che spadroneggia ad arbitrio, che ci accusa e giudica, che dobbiamo temere e ingraziarci con sacrifici? Oppure come una vita-che-dà-vita, più grande, più profonda e intima dei nostri concetti, in cui avere fiducia, che ispira benevolenza e impegno verso tutta la realtà e la vita, vincendo il male col bene? Le religioni, la nostra religione, la nostra idea della vita, il nostro umanesimo, sono violenti o nonviolenti? Da ciò dipendono le nostre azioni.
    Nonviolenza nelle relazioni e nei conflitti quotidiani. Ci sono relazioni di rivalità, di competizione, del primeggiare, del disprezzare, del sedurre (personale o politico), della diffidenza preconcetta, della permalosità e litigiosità. Resistere e superare queste concezioni inclini alla violenza, anche per vivere più felicemente.
    Le relazioni tra persone, sul lavoro, tra adulti e bambini e giovani, tra forti e deboli, istruiti e ignoranti, ricchi e poveri, sani e malati, le relazioni “di genere” tra uomini e donne: sono diseguaglianze che possono essere vissute come differenze costruttive, nonviolente, oppure come rapporti di dominio, cioè relazioni sostanzialmente violente.
    Il linguaggio, l'informazione, le immagini della vita e della storia possono esprimere atteggiamenti interiori violenti, oppure un procedere verso una vita sempre meno violenta e più nonviolenta positiva. Esaminiamo i nostri atteggiamenti del volto, dei gesti, della parola, dei riferimenti. Esaminiamo il linguaggio con cui si parla del sesso: o soltanto scientifico, o molto volgare, che tradisce un'idea di possesso, di potenza, di disprezzo, di non-serenità. Esaminiamo il linguaggio politico: è ricerca, anche dialettica, del bene comune, oppure guerra per prendere il potere, anche con modi illeciti e uso di violenza più o meno occulta? Idem per lo sport!
    Nonviolenza nell'economia: è di grande importante. Forse la violenza economica è oggi la più grave di tutte. “Eco-nomia” significa “regola della casa”, della vita insieme. Se l'accumulo di ricchezza prevale sul fornire a tutti beni e servizi, secondo il bisogno di ciascuno, col contributo di ogni capacità, allora l'economia è furto, rapina, delitto, è uccidere con la fame e l'abbandono. Questo punto, nel mondo di oggi, deve impegnare primariamente la ricerca di nonviolenza, anche con la resistenza ai poteri ingiusti e con la creazione inventiva e coraggiosa di alternative.
    La nonviolenza è tutt'altro che debolezza e rassegnazione. È lotta. È forza. La forza è un aspetto della vita: è forza morale, della volontà, della cooperazione, forza fisica con la tutela della salute. La violenza invece è oppressione e uccisione della vita. Anche il rapporto genitori-bambini ha bisogno della forza (chiarezza degli scopi, regole, correzione costruttiva), ma qui è ben chiaro che forza non è violenza.
    Anche la società politica ha bisogno della forza pubblica, per contenere e limitare la violenza. Ma se la forza della legge si fa violenza (per esempio a Genova 2001), allora la violenza diventa legge, e corrompe la società.
    La nonviolenza non è solo utopia, speranza, ma è presente nella vita, nella storia (in Google: Difesa sena guerra). Si tratta di avere occhi per riconoscerla e svilupparla, nella formazione personale e nella vita sociale. C'è tanto bel lavoro per tutti.

    Enrico Peyretti, 26 maggio 2012
    enrico.peyretti@gmail.com

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