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GAIA- Intervista con Alberto L'Abate

GAIA, propone un' intervista con Alberto L'Abate: Nonviolenza e solidarietà. La Pace come motivo e scelta di vita.
26 settembre 2012 - Laura Tussi

GAIA- Intervista con il Professor Alberto L'Abate

INTERVISTA CON IL PROFESSOR ALBERTO L’ABATE
La Pace come motivo e scelta di vita

 

a cura di Laura Tussi

 


L'esperienza umana con Aldo Capitini ha dato inizio al Suo percorso dedicato alla Nonviolenza e alla Pace. Quali sono le prospettive future al fine di inverare questi ideali e incidere sulle scelte politiche attuali per la prevenzione dei conflitti armati?

 

R. Le prospettive future, secondo me,  sono, da una parte, nella presa di coscienza, allargata alla popolazione intera,  dell’importanza  e del valore della nonviolenza  nei tre settori in cui questa si estrinseca, e cioè, 1) nel cambiamento sociale  di tutte le società, e sono tante, che hanno bisogno di profondi cambiamenti per diventare  più giuste, senza gli attuali squilibri tra ricchi e poveri, (immensi, specie della nostra società),  e più rispettose di tutti gli esseri umani, anche  di quelli di religione,  di colore o di cultura diversa da quella della maggioranza; 2) nella difesa sociale  di  fronte a dittatori ed autocrati che gestiscono il potere dal centro, e per il proprio interesse, e non lasciano uno spazio reale alle persone che vivono nel proprio paese, per introdurre sistemi più democratici che non  si limitino a far votare le persone ogni quattro o cinque anni, come avviene attualmente in molti dei paesi che si definiscono democratici, ma che ascoltino realmente  la volontà della popolazione, non attraverso gli exit poll (le indagini di opinione) come ora, ma attraverso  forme nuove    di partecipazione dal basso,  come i referendum, oppure  le assemblee di quartiere, o nelle scuole o nei luoghi di lavoro, come quelle organizzate, a suo tempo, da Aldo Capitini, che cercava attraverso i COS (Centri di Orientamento Sociale), di informare in modo corretto la popolazione, e  di prepararla a tenere sotto controllo i gestori del potere, chiunque questi fossero, affinché questi ultimi  non  utilizzassero il potere  per i propri interessi ma per quelli della popolazione intera, e si desse vita  così a  ciò che Capitini chiamava il “potere di tutti” ; 3) come interventi come terze forze nei conflitti  armati,  nel proprio ed altri paesi del mondo, come quelli che abbiamo tentato di fare noi stessi, prima in Iraq e poi in Kossovo, e di cui parlerò più tardi.

            Ma la nonviolenza va sviluppata anche in quelli che sono chiamati i suoi tre livelli:  1) la nonviolenza verso se stessi; spesso subiamo le ingiustizie senza avere il coraggio, o la competenza, per reagire a questa oppressione senza usare anche noi la violenza che ci opprime;  2) quella nei riguardi degli altri esseri umani; secondo calcoli  di esperti internazionali  si spende attualmente, nel mondo, solo 1 € per prevenire i conflitti armati, contro almeno 10.000 € per fare le guerre; e queste ultime,  a loro volta, provocano altre guerre,  o  paci solo momentanee e transitorie ; 3)  quella nei riguardi della natura   che ci circonda, e che stiamo continuamente martoriando attraverso il nostro attuale modello di sviluppo che sfrutta risorse non rinnovabili ed altamente inquinanti, e che  è responsabile, attraverso quella che viene definita la “violenza strutturale”,  della morte, ogni giorno, di  milioni di esseri  umani  che non hanno  nemmeno il necessario per mantenersi in vita, e di una miriade  di animali, sacrificati ogni giorno per il piacere ed il mantenimento degli esseri umani che amano  comprare e mangiare  le carni, macellate, di questi ultimi.      

 

Operazioni di Pace e gestione e mediazione dei conflitti: può descrivere questi concetti alla luce delle dinamiche politiche internazionali in atto?

 

 R. Attualmente si chiamano “operazioni di pace” soprattutto interventi armati che dovrebbero far finire i conflitti, ma che, come abbiamo accennato, non portano mai realmente alla giusta risoluzione delle controversie, ma solo ad una fase di latenza dei conflitti, che prima o dopo, se nel frattempo questi  non si risolvono in altri modi, -  ad esempio  con una reale mediazione,  alla pari e tra pari -  rischiano di riesplodere talvolta anche più vigorosi di prima. Per questo è importante dar vita, a livello italiano, europeo, ed internazionale, ad organismi ben preparati alla nonviolenza, alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, ed alla  prevenzione di conflitti armati. Questi  sono stati definiti “Corpi Civili di Pace”, come quelli che il Parlamento Europeo (grazie alla iniziativa  di Alex Langer e dei suoi compagni di viaggio) ha ripetutamente sostenuto essere necessario  organizzare per promuovere, appunto, una politica di prevenzione della guerra. Ma, come sappiamo, il Parlamento Europeo non ha, al momento, alcun potere decisionale, che viene mantenuto, nella massima parte,  dai singoli stati che fanno parte dell’Europa. Ma  sono questi che portano avanti  quelle “operazioni di pace armate”, di cui abbiamo parlato prima, od al massimo, dopo le guerre, si limitano a preparare le “forze armate  locali”, oppure le forze di polizia, ma che si interessano dei conflitti, come è successo per il Kossovo, solo quando, anche a livello locale, esplodono i conflitti armati. Ricordo ancora, come fosse ieri, il noto storico  di storia albanese, da me e mia moglie incontrato nel 2005,  nella sede degli scrittori di quella etnia,   che era anche la sede di Rugova (eletto dalla popolazione albanese di quella regione-stato, in elezioni partecipatissime -  ma dalla Serbia considerate illegali, -  come Presidente del loro Stato). Questo storico, che era un convinto nonviolento, ci disse:  ”Sono anni che stiamo lottando con le armi della nonviolenza contro l’annullamento incostituzionale, da parte dei Serbi, delle nostre prerogative statuali.  Ma la Comunità internazionale non capisce il linguaggio della nonviolenza, ma solo quello della violenza, e non ci appoggia . Se continua così saremo costretti, anche noi, ad usare la violenza e le armi,  anche se questo, dato gli attuali squilibri di  armamenti   tra noi ed i Serbi, porterà, quasi sicuramente, alla distruzione del nostro popolo”. Così purtroppo è avvenuto, tanto che quasi 800.000 albanesi sono dovuti fuggire, o sono stati espulsi dal loro paese verso quelli vicini. E la Comunità internazionale si è interessata al conflitto tra albanesi e serbi  solo dopo lo scoppio dei conflitti armati nella  regione,  e dopo la  farsa delle  trattative a Rambouillet, ha fatto   guerra alla Serbia che ha portato, come conseguenza (e non come causa della guerra cosiddetta  “umanitaria”, come si è cercato di far credere), alla espulsione di una gran parte  della popolazione albanese dalla loro terra. Ma su questo avremo occasione di riparlare dopo, rispondendo alla domanda seguente. 

 

Descriva l'esperienza del Movimento Nonviolento con i Corpi Civili di Pace in Kossovo, in favore della campagna per la Nonviolenza e la Riconciliazione.

 

1)  R. E’ difficile descrivere, in poche righe, il lavoro fatto, da me e da altri  della Campagna Kossovo, di cui si parla in svariati volumi da noi curati. Un noto studioso belga, che opera da anni  nel settore della prevenzione dei conflitti armati, suggerisce, per far questo, di “adottare un conflitto” :  studiarlo a fondo, e cercare, con la stessa popolazione in questo coinvolta,  le possibili soluzioni per risolverlo,  o per lo meno superarlo, o ridurlo.  E’ quello che ho fatto, con  l’aiuto di mia moglie che mi ha seguito per tutta la mia attività,  insieme   alla Campagna Kossovo. Qui di seguito un breve racconto dell’attività della "Campagna Kossovo per una soluzione nonviolenta" nel conflitto serbo-albanese su questa regione-stato.  Il regime di Milosevic ha eliminato, nel 1989, in modo del tutto incostituzionale e sotto minaccia militare, le autonomie statuali che venivano riconosciute a questa regione-stato che, per la Costituzione del 1974, aveva quasi tutti gli stessi diritti delle altre repubbliche della Ex-Jugoslavia. Ma mentre gli altri stati, di fronte alla politica di Milosevic della Grande Serbia, hanno reagito militarmente dando così inizio alla guerra jugoslava, gli abitanti albanesi del Kossovo hanno risposto con la nonviolenza, attraverso la costituzione di un governo parallelo (in esilio), e l' organizzazione di servizi alternativi (scuole, sanità, servizi sociali, ecc. ecc.). Come abbiamo già detto prima i governi europei non hanno appoggiato, quasi per niente, questa lotta nonviolenta e si sono interessati di questa zona solo quando anche gli albanesi del Kossovo hanno preso le armi (con l'UCK - Esercito di Liberazione Kossovaro) ed è cominciato il conflitto armato. Ma fin dal 1993 i nonviolenti italiani, per iniziativa di una insegnante del Sud Italia, Etta Ragusa, del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), si sono organizzati per dar vita (con oltre una diecina di organizzazioni aderenti) a questa campagna. Questa ha lavorato per far conoscere nel nostro paese queste lotte nonviolente, ha poi organizzato una "Ambasciata di Pace" a Pristina, la capitale del Kossovo, per cercare, sentendo a fondo le ragioni delle due parti, soluzioni alternative alla guerra e per una soluzione pacifica del conflitto. Queste sono state trovate e fatte conoscere, ma la politica internazionale, per ragioni varie, ha preferito far ricorso alla guerra che non ha risolto affatto il problema, tanto che ancora il Kossovo è in uno stato di estrema incertezza con il rischio che il conflitto armato riesploda da un momento all' altro.  Ma il lavoro della Campagna non è stato inutile, ha aiutato la Comunità di Sant'Egidio a mediare un accordo tra Serbi ed Albanesi ed a far restituire, prima della guerra, a questi ultimi,  molte sedi universitarie requisite dal governo serbo ma non utilizzate, ed ha aiutato anche la Comunità Europea, ed in particolare il suo servizio per la prevenzione dei conflitti armati, ad elaborare le sue proposte fatte ai governi europei.  La cosiddetta "realpolitik" non ha accolto queste proposte e   siamo arrivati alla guerra, ma il lavoro fatto è servito comunque a comprendere a fondo le ragioni della guerra e del frequente ricorso a questa da parte dei governi a livello internazionale, e della loro sordità ai problemi della prevenzione dei conflitti armati cui abbiamo già accennato. C’è da sottolineare che le soluzioni alternative alla guerra, trovate dalla Campagna Kossovo, ed in parte riprese  da un primo lavoro per la prevenzione del conflitto armato in questa regione di una organizzazione svedese (TFFR), in realtà sono state utilizzate  anche dalla Comunità internazionale, ma non per evitare la guerra, come si era cercato di fare,  ma solo  per farla finire. I risultati della guerra sono stati comunque disastrosi: l’odio tra le due etnie è superiore a quello che c’era  prima della guerra, ed il Kossovo è spaccato in due, con la parte Nord  strettamente controllata dalla Serbia, e quella Sud solo in  parte autonoma (anche se ha dichiarato di essere Stato), perché ancora sotto controllo della Comunità Internazionale, in particolare dell’Europa. Ma il nostro lavoro  nel Kossovo, anche se la Campagna Kossovo  si è chiusa, grazie ad alcuni dei volontari che avevano lavorato con questa (anche, dopo la guerra, per fare dei training per il dialogo interetnico e per la riconciliazione che hanno avuto risultati importanti)   e che sono entrati a far parte dell’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace (l’associazione che ho presieduto per oltre 10 anni) continua, in particolare,  per il progetto qui descritto, in  appoggio  alle vedove di Krusha Grande

              Nel Kossovo, dopo la guerra,   la linea strategica  di passare dalla proprietà statale dei terreni agricoli ad una proprietà privata  ha avuto una strana   applicazione. Non avendo gli abitanti dei paesi agricoli, che prima lavoravano,  come salariati,  in queste proprietà statali,  soldi per acquistare i terreni e diventare perciò, da disoccupati (si calcola che attualmente la popolazione, in età lavorativa, disoccupata, è  circa il 50% del totale) a piccoli proprietari per il sostentamento della loro famiglia, e se aiutati ad unirsi in cooperative agricole, a vendere anche nei mercati i prodotti eccedenti, i terreni già statali sono stati venduti ad alcuni ricchi capitalisti, passando perciò dalla proprietà collettiva al latifondo.

Secondo le informazioni  ottenute da esperti del settore  circa il 70% dei terreni agricoli del Kossovo sono ora di  proprietà di cinque latifondisti. Il 30% restante è di proprietà di piccoli, e piccolissimi proprietari coltivatori.  I grandi proprietari terrieri così costituitisi non hanno molto interesse ad uno sviluppo agricolo autoctono di questa zona perché i prezzi di mercato di molti dei prodotti alimentari acquistati da altri paesi, specie da quelli del cosiddetto  terzo  mondo, sono inferiori ai costi di produzione in loco. Ed aspettano che lo sviluppo urbano, o la costruzione di strade ed altro, permetta loro di arricchirsi con la vendita dei loro terreni.

Diversa è la situazione dei piccoli proprietari  agricoli che utilizzano una buona parte dei prodotti coltivati per l'autosufficienza familiare venendo perciò, in complesso, ed in gran parte, ad affrancarsi dalla dipendenza assistenziale della Comunità Internazionale. Ma la loro proprietà è molto parcellizzata, ed oltre ad utilizzare i prodotti di autoconsumo riescono, da soli, difficilmente ad accedere al mercato per la vendita dei prodotti coltivati  eccedenti  il proprio consumo. Una esperienza estremamente interessante in un paese in cui il diritto islamico, non del tutto superato, tende a non riconoscere alle donne vedove il diritto di essere capofamiglia, e dà i loro figli, quando restano vedove,  ai familiari dei loro congiunti, è quello delle donne vedove di Krusha Maggiore (un paesino vicino a Prizren, nel Sud del Kossovo). In questo paese, di circa 7000 abitanti, si è svolta, nell'ultima guerra, -  il giorno dopo l’inizio dei bombardamenti NATO contro la Serbia, e come vendetta contro di questi -  una delle più grandi stragi di  civili (uomini di varie età, anche anziani e bambini). Circa 250 uomini sono stati uccisi, e 550 bambini  sono restati orfani.

Essendo  la maggior parte degli uccisi  piccoli proprietari-coltivatori, le loro vedove, in 140, si sono riunite nel 1999 in una associazione  (delle vedove di Krusha-Grande), hanno messo insieme i loro campi (attualmente 12 ettari, ma la proprietà complessiva delle associate,  su cui possono far riferimento, è di 50 ettari) e si sono messe  con impegno  a   fare agricoltura. L'associazione si occupa di mettere in vendita, nei mercati della zona, i prodotti che eccedono l'autoconsumo,  e di    trasformare quelli  invenduti in prodotti a lunga conservazione, che vengono messi in vendita nei mercati di tutto il Kossovo. Tra questi prodotti le vedove di Krusha hanno anche prodotto una pasta di peperoni (Ajvar)  che ha vinto moltissimi premi di qualità in vari concorsi, e che è molto richiesta dal mercato di questa area. Mentre l'attuale  produzione di questo prodotto è, in complesso,  di 6000 vasi da 500 grammi, le richieste  di acquisto sono  all'incirca del doppio. Ma la produzione di questo prodotto veniva fatta, prima dell’approvazione  di questo progetto, dalle singole donne dell'associazione nelle proprie cucine, ma per aumentare la produzione  come richiesto dal mercato l'associazione  ci aveva richiesto di poter passare dall'attuale forma di produzione casalinga ad una produzione semi-industriale, con l'impiego a tempo pieno di circa una ventina di donne che verrebbero  a lavorare in una struttura appositamente attrezzata. Inoltre  lo sviluppo di questa attività, oltre a migliorare le condizioni economiche di queste donne (che sono  le uniche sostenitrici del bilancio delle loro  famiglie)  agirebbe anche come centro propulsivo  per  l'economia dell'intera comunità.

Una motivazione in più per l'accettazione ed il finanziamento di questa richiesta  sta nel fatto che  i fondi dati  finora per attività specifiche di aiuto alle donne risultano  abbastanza  minoritari (in una relazione di una associazione che raccoglie questi finanziamenti risultano solo del 6 %). Un'ultima ragione è quella che tra le regole della giustizia riparativa (o ricostruttiva) che ha avuto una importante applicazione nel Sud Africa, e che si tende ad estendere anche in altri paesi, è quella della necessità di sostenere concretamente le vittime  delle ingiustizie e della guerra. Nel Kossovo questo tipo di giustizia trova degli antecedenti importanti nelle regole ancestrali sancite dal Kanun, ed attualizzate  dall'importante movimento di riconciliazione  che  è stato  guidato dal noto etnologo Anton Cetta, e dai suoi più stretti collaboratori,  e che ha portato alla riconciliazione di circa un migliaio di famiglie, che prima si odiavano a vicenda.   

Il progetto su delineato  è stato presentato, dall’IPRI-Rete CCP, alla Chiesa Valdese  Italiana, per il Fondo 8x1000, ed è stato da questa approvato, come cofinanziamento. Altri fondi sono arrivati anche dalle donne della “Ragnatela”, una associazione che aveva comprato una piccola casa ed un terreno agricolo   adiacenti  alla base NATO  di Comiso per opporsi al dispiegamento, in questa,  dei missili Cruise  (di primo colpo, cioè  di offesa,   perciò in contrasto con la nostra Costituzione che prevede solo guerre di difesa). L’accordo INF tra Est ed Ovest ha portato allo smantellamento della base ed alla  sua trasformazione in aeroporto civile. Per fare questo  il terreno e la casa della Ragnatela  sono stati espropriati ed una parte dei fondi ricevuto da questa associazione sono stati destinanti al finanziamento di questo progetto. Altri  fondi sono stati messi dall’IPRI-Rete stesso.

 Una visita  nel novembre 2011  alle donne di Krusha  Grande  ha potuto constatare i risultati straordinari ottenuti  con questo  progetto, dato che ora le vedove di Krusha Grande portano avanti il loro lavoro,  in una sede bene attrezzata, con  macchinari  che permettono alle 25 donne che attualmente operano nel progetto di fare il loro lavoro, con un incremento notevole della vendita dell’Ajvar (pasta di peperoni)  da loro prodotto, che attualmente viene venduto anche in grandi magazzini, e con un miglioramento notevole anche del prodotto venduto.

Se si pensa al  fiume di soldi che sono stati investiti nel Kossovo, dopo la guerra, dalla Comunità Internazionale, che sono andati  a finire, molto spesso, alla corruzione politica ed alla mafia, i risultati ottenuti  con i modesti fondi del nostro progetto, intitolato “Prendere in mano il proprio futuro”, sono sicuramente importanti  e mostrano  che è possibile andare verso un’altra strada, che parte dal basso e non dall’alto, e che dia reali possibilità a questo paese di diventare “padrone di se stesso”, e non dipendente da aiuti esterni come è ancora attualmente .

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O la Borsa o la Pace?

Tra crisi, rivoluzioni e attese.

Annuario Geopolitico della Pace 2011.

Promosso dalla Fondazione Venezia per la ricerca sulla Pace.

 

Presentazione di Maria Laura Picchio Forlati

Introduzione di Laura Venturelli e Giovanni Benzoni

Recensione di Laura Tussi

Edizioni Altreconomia

 

Il Salone dell'Editoria della Pace e il Progetto Iride, realizzato nell'ambito della Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace, pubblicano l'Annuario Geopolitico 2011, che presenta cronologie, geografie, questioni, letture, esperienze in “pagine arcobaleno” inerenti l'attualità delle situazioni conflittuali nel mondo, dall'America Latina all'Asia, dal Mediterraneo al Medio Oriente. Nella sezione “cronologie” curata da Luca Kocci sono illustrati, in sequenze temporali, gli eventi emblematici che segnano l'impegno del Movimento per la Pace, dalle controfinanziarie per la riduzione delle spese militari alle controparate pacifiste, per un ecumenismo di pace e nonviolenza, tramite il disarmo e la non proliferazione nucleare per un futuro senza armi atomiche. Importanti, per citarne alcune, le iniziative come la Giornata Internazionale della Nonviolenza e l'Altro 4 Novembre, al fine di ricordare che tutte le guerre sono un orrendo e inutile massacro e crimine contro l'umanità, per dissociarsi da ogni retorica di eroismo, con giornate antimilitariste, contro l'acquisto di armi e dei tanto famigerati cacciabombardieri F-35, tramite iniziative e attività dove i pacifisti incontrano i militari. E ancora, nell'Annuario Geopolitico della Pace 2011, si denuncia la crudeltà delle guerre, ricordando i soldati uccisi in Afghanistan e si organizzano viaggi della pace in Palestina e in Israele, continuando a scongiurare e contrastare i rifinanziamenti delle missioni militari all'estero. L'Annuario Geopolitico della Pace 2011 riporta anche un accenno alle primavere arabe e all'urgenza impellente di fermare il bagno di sangue in Libia. Un ricordo, tramite il motto “Restiamo umani” è dedicato al pacifista Vittorio Arrigoni, mediattivista e collaboratore de Il Manifesto, che ha percorso ogni luogo della striscia di Gaza con la sua umanità intensa, caratterizzata dalla protesta e dall'impegno nonviolenti, a tutela degli ultimi e dei più deboli, dell'intero popolo palestinese. E ancora moltissimi interventi di note personalità impegnate nel mondo del pacifismo, da Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, che, con il suo saggio “Bugie di guerra”, denuncia l'abuso di potere massmediatico e menzognero che offusca le ragioni della pace a favore dell'interventismo armato, fino a giungere al pensiero di Paolo Cacciari che presenta la Terza Conferenza Internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e l'equità sociale. Il titolo dell'Annuario “O la borsa o la pace? tra crisi, rivoluzioni e attese”, richiama all'apertura dei mercati finanziari, ma non quelli che sovvenzionano e sostengono le guerre, bensì un'emblematica Borsa della Pace, dove i titoli quotati sono la tutela e la qualità dell'esistenza, della vita di ogni essere umano, nel rifiuto radicale, anche economico e finanziario, della violenza militare, auspicando la dedizione umana per la difesa di donne, bambini, profughi e di tutti i diversi, gli emarginati, gli ultimi del pianeta terra, nel rispetto della qualità dell'ambiente ecologico ed ecosistemico, attraverso relazioni di pace, mediante una corretta informazione massmediatica, che trasmetta messaggi utili per la realizzazione dell'equità sociale, nella formazione alla pace, alla Nonviolenza e alla democrazia. Le crisi che ci angosciano non sono solo economiche, ma anche identitarie, complesse, pericolose, mortifere, però rappresentano anche un'occasione, per ogni singola persona e per l'intera umanità, di ampliare possibilità di crescita interiore finalizzate ad orientare diversamente il futuro, in momenti propizi di liberazione dall'egoismo, dall'individualismo, dall'accaparramento di cose e persone, nel rifiuto della negazione dell'altro. Una liberazione di pace dalle violenze e dalle guerre nella condivisione e nella giustizia sociale, nell'accoglienza, nell'ospitalità e nell'apertura all'altro e all'altrove.

 


Note:

http://www.ecoistituto-italia.org/cms-4/index.php?q=node/786

Allegati

  • GAIA, Rivista edita dall'ECOISTITUTO del Veneto "Alex Langer" propone un'intervista con il Professor Alberto L'Abate e la Presentazione dell'Annuario Geopolitico della Pace 2011
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