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Obiettare alla guerra per obbedire alla legalità e alla giustizia

Assolti i 17 attivisti nonviolenti che fermarono i treni che portavano armi per la guerra del Golfo del 1991
26 febbraio 2005 - Alessio Di Florio

Nel linguaggio corrente si adopera spesso l'espressione "cieca obbedienza". Probabilmente nessuno si sognerebbe di sostituirla con qualcos'altro, tipo "obbedienza sorda". Anche se non ci pensiamo, in quanto convinti che sia un "modo di dire" come tanti altri, in realtà è una scelta che segue una logica. Per capirla dobbiamo però prima interrogarci sull'etimologia della parola obbedire. Sui nostri vocabolari la definizione è pressapoco:attenersi agli ordini, ottemperare, sottomettersi. Peccato che sul dizionario dove l'ho trovata non sia riportata anche l'origine del termine! Perché permetterebbe di fare scoperte decisamente interessanti. Obbedire, come tantissime altre parole della lingua italiana, proviene dal latino. Deriva dal termine ob-audire, ovvero: ascoltare stando di fronte. Tutt'altro quindi dalla definizione di poche righe fa del vocabolario. L'ho scoperto, stupendomene non poco, leggendo alcune riflessioni di don Tonino Bello proprio sul valore dell'obbedienza. Don Tonino prosegue poi affermando che è falso il concetto di obbedienza intesa come passivo azzeramento della volontà ... Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esaltà ... Si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe. Partendo da questi presupposti non devono quindi apparire sorprendenti le conclusioni, dove don Tonino invoca la "fierezza dell'obiezione" e la disobbedienza civile. Perché esse sono essenza dell'ascoltare stando di fronte, dell'obbedienza appunto.
Solo con questo principio ben fissato possiamo capire il reale significato e l'epocale portata della sentenza di assoluzione dei giorni scorsi, emessa dalla Corte d'Appello di Venezia. La sentenza viene a concludere quattordici anni di cronache giudiziarie. Il 12 febbraio 1991 diciassette attivisti realizzano un'azione diretta nonviolenta per fermare alla stazione di Balconi di Pescantina il treno partito dalla Germania e diretto a Livorno, treno carico di armi per la guerra del Golfo. Accusati di "blocco ferroviario" vengono rinviati a giudizio. Una prima vittoria porta la data del 27 gennaio 1997, quando in primo grado arriva l'assoluzione dal Tribunale penale di Verona. La sentenza di definitiva assoluzione del 24 febbraio scorso conclude il processo di secondo grado. I giudici hanno assolto tutti gli imputati in quanto "il fatto non sussiste". Addirittura si sono spinti oltre,, riconoscendo che l'azione diretta nonviolenta era tesa non già ad impedire od ostacolare la libertà dei trasporti ma a rendere palese e ad esternare una posizione di non allineamento a quella degli organi ufficiali. Viene sostanzialmente quindi affermato il valore della disobbedienza civile.
Dopo l'immane tragedia della II guerra mondiale, per preservare la generazioni future dal flagello della guerra, memori del fallimento della Società delle Nazioni, si posero le basi del diritto e della legalità internazionale moderni. Con la "Carta di S. Francisco", documento fondatore dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, di decise di costruire un ordine mondiale fondato sulla Pace, sul dialogo e su corrette relazioni tra gli Stati. E' in fin dei conti lo stesso principio che ritroviamo in tutti i manuali di diritto, ove viene scritto che le norme regolano i rapporti tra i consociati, evitando il ricorso alla violenza. La legalità è quindi basata su principi di ripudio della violenza(come espressamente dichiarato anche nell'articolo 11 della Costituzione Italiana) e di giustizia. L'ONU è nata proprio per permettere il rafforzamento e l'applicazione di questi principi. In occasione del processo di primo grado, nel 1997, ricordava il prof. Antonio Papisca che, secondo la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 e successive dichiarazioni delle Nazioni Unite(segnatamente i "Covenants" del 1966 sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali), la guerra è vietata, anzi proscritta quale "flagello". Rifacendosi ai principi del diritto internazionale dimostrò che la guerra, specificatamente la I nel Golfo Persico, era contraria alla legalità internazionale.
Nel momento in cui i governanti decisero di intraprenderla, l'obbedienza a cosa dovrebbe portare? Davanti al flagello bellico ha senso sottomettersi ciecamente, come vorrebbe il pensiero unico dominante? I 17 attivisti nonviolenti decisero di obiettare, di disobbedire agli ordini dei "signori della guerra". Hanno preferito "ascoltare stando di fronte", ribadendo i principi di S. Francisco. La legalità e il diritto devono impedire la degenerazione e la prevaricazione violenta dei conflitti. Quando ciò non succede ne viene tradito lo spirito e le radici profonde. Non si può quindi rimanere in silenzio! I 17 attivisti quel 12 febbraio 1991 decisero di non farlo. La sentenza del 24 febbraio ribadisce, come già avvenne nel 1997 in primo grado, che la strada intrapresa era quella giusta. Come ha affermato Peppe Sini nel suo editoriale su "La nonviolenza è in cammino": i giudici hanno riconosciuto la verità e la giustizia in azione, il diritto legale, il dovere morale. E lo hanno sentenziato in nome del popolo italiano, in nome dell'umanità.

Note:

Approfondimenti sul sito del Movimento Nonviolento:
Azione Nonviolenta Gennaio-Febbraio 1997
http://www.nonviolenti.org/content/view/305/

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