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Un Vertice fallimentare

29 giugno 2012 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

“Benvenuti a Rio+20”. Con questa scritta a caratteri cubitali siamo stati accolti all’aeroporto di Rio de Janeiro per il Vertice sul pianeta Terra convocato dall’Onu (20-22 giugno). Come missionari comboniani, abbiamo deciso di ritrovarci insieme nel contesto del Vertice per riflettere sul tema pianeta Terra, che ci tocca direttamente. La Terra, infatti, non sopporta più l’homo sapiens, il cosiddetto “sviluppo” e questo sistema economico finanziario che vive depredando il pianeta e rendendo i poveri sempre più poveri.

Sono arrivato la notte del 18 giugno nella Baixada Fluminense, uno dei quartieri più violenti di Rio, dove vive e opera una comunità comboniana. Ho avuto subito il sentore di che cos’è “l’altra Rio”. Una sensazione divenuta ancora più netta il mattino seguente, quando ho attraversato in autobus la città. Mi sono parse chiare due città, spesso l’una di fronte all’altra: la Rio degli impoveriti e la Rio dell’opulenza. Va notato che il vertice Onu dei capi di stato si tiene a Barra da Tijuca, la parte bene di Rio. Io, invece, mi sono recato subito ad Aterro do Flamengo per partecipare alla Cúpula dos Povos, che ha trovato spazio nel lungomare Bahia da Gloria.

Due vertici. La Cúpula dos Povos è fatta di indigeni, di poveri, di cittadini, di associazioni. La Cúpula dos Ricos è collocata nel cuore della ricchezza di Rio. Una vera e propria apartheid!

«Loro sono al centro, a Tijuca», ha detto Bonaventura de Souza, professore di sociologia presso la scuola di economia dell’Università portoghese di Coimbra. «Il circo del’Onu che non decide mai nulla», la definizione dell’economista spagnolo Martinez-Alier. Infatti, l’impressione che abbiamo è che il Vertice della Terra rischi di essere un altro fallimento. Fra l’altro, non hanno partecipato né Barack Obama né Angela Merkel.

Ma la speranza non viene da lì. Viene dai poveri, dagli indios, dalla cittadinanza attiva. È stato incredibile per me trovare ad Aterro do Flamengo così tanta vivacità, dibattiti, reti, campagne… Un’immensa fiera dell’inventiva umana, di culture, di associazioni.

È la stessa impressione che ho avuto, la stessa mattina, partecipando a un dibattito promosso dalla Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale (Rigas) sui nuovi paradigmi necessari per rispondere alle sfide della giustizia, non solo distributiva ma anche ambientale. Vi hanno partecipato il teologo brasiliano Leonardo Boff , Joan Martinez-Alier, Bonaventura de Souza e il coordinatore della Rigas, Giuseppe de Marzo. I lavori sono stati presieduti da Marica di Pierri, dell’associazione “A Sud”, nella sala strapiena del Museo di arte moderna.

«Il Pil non può più essere l’indicatore per l’economia», ha detto Martinez: «dobbiamo andare verso la prosperità senza crescita, secondo quanto teorizzato dall’economista statunitense Tim Jackson». Martinez-Alier ha avuto parole di elogio e di sostegno per le esperienze latino-americane di Ecuador e Bolivia.

Boff ha cominciato citando Einstein: «Non si può pensare che chi ha creato la crisi trovi anche la soluzione». Né si può accettare come principio etico quello del nostro “viver bene” occidentale, perché «questo ha significato vivere male per miliardi di persone». Per uscire dall’attuale crisi, Boff ha elencato 4 principi fondamentali: a) ogni essere ha un valore intrinseco, che deve essere rispettato; b) il dovere di prendersi cura di ciò che ci circonda; c) una responsabilità planetaria; d) cooperazione e solidarietà universali. Ha sottolineato che non si può produrre per accumulare, ma solo per condividere.

Giuseppe de Marzo ha ribadito come l’attuale crisi nasca dal non aver riconosciuto la natura e i diritti della Madre Terra. Ha urlato: «Noi siamo la terra. Basta con la crescita».

Personalmente ho portato a conoscenza dell’assemblea le lotte popolari italiane sull’acqua con il referendum e sui rifiuti con la resistenza alle megadiscariche e agli inceneritori, per muoverci invece verso il riciclaggio totale.

Infine, il prof. de Souza ha definito la green economy «il cavallo di Troia del capitalismo mondiale», mettendo tutti in guardia sul fatto che «bisogna cambiare il potere prima di prenderlo».

È stata una tavola rotonda molto valida. Sono emerse provocazioni importanti anche per noi comboniani. Qui a Rio siamo una trentina e dobbiamo riuscire a includere pienamente queste tematiche nel nostro fare missione.

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