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Fedele ai poveri

1 gennaio 2009 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

Il 30 novembre, prima domenica di Avvento, ero a Brescia per dire grazie al Signore di averci donato un compagno di viaggio bello e forte come Gino Filippini. Ritengo Gino la più alta espressione missionaria laicale maschile del nostro dopo-guerra. Come figura femminile sceglierei Annalena Tonelli.
Annalena, uccisa a Borama in Somaliland nel 2003, aveva detto: «Vivo il servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza contributi previdenziali per quando sarò vecchia. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio. Era un’esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato, per grazia di Dio».
Penso che in queste parole di Annalena ci sia anche la definizione di Gino, che ha dedicato quarant’anni all’Africa: gli ultimi 15 a Korogocho, la baraccopoli di Nairobi (Kenya); i precedenti 25 in Burundi, in Rwanda e in Rd Congo.
In Burundi faceva il meccanico e dava una mano ai vari missionari. In Rwanda ha fatto partire un’esperienza d’inserimento missionario nel mondo rurale, lavorando a fianco dei Padri Bianchi dal 1972 al 1983. Poi, fino al 1992, è stato nelle zone rurali dell’Rd Congo, del Rwanda, dell’Uganda e della Tanzania, seguendo vari progetti che puntavano all’autosufficienza economica di quelle comunità.
Lo incontrai nel 1992 a Korogocho. Era stato invitato da padre Gianni Nobili. Gino non aveva mai visto una baraccopoli e ne rimase profondamente scioccato. Restò tre giorni con noi. Al momento di salutarci, mi disse: «Grazie dell’ospitalità. Penso, però, che a Korogocho non ci ritornerò più». Dopo aver assistito il papà morente, Gino fece un periodo di riflessione e di preghiera. Alla fine, mi scrisse: «Ho deciso di venire a Korogocho».
Era il 1993. Da allora, Gino ha lavorato con noi, seguendo i vari progetti - come le cooperative per i ragazzi di strada - nel tentativo di "rimettere in piedi" persone. Penso che senza di lui non avremmo combinato molto. Gino è stato anche la guida, il maestro dei tanti laici che ci hanno accompagnato sulle strade di Korogocho.
Lasciai Korogocho nel 2002, quando Gino stava cominciando un altro fronte d’impegno: la lotta all’aids in baraccopoli (ne aveva fatto già esperienza in Uganda). Con i suoi collaboratori, si è dedicato anima e corpo a questo progetto, incontrando migliaia di giovani.
La malattia si era rivelata negli ultimi mesi. Gli avevano diagnosticato il mesotelioma, un tumore alla pleura. Ovvio: se l’era beccato nella discarica di Korogocho. Per questo non esito a definirlo martire: ha pagato con il sangue la sua fedeltà ai poveri. Era rientrato in Italia lo scorso settembre. Ma non c’è stato nulla da fare. È morto il 28 novembre nella Domus Salutis di Brescia, a 69 anni. Due giorni dopo, ci siamo stretti intorno a Gino in una solenne concelebrazione. Sulla sua bara, gli amici hanno deposto due crocefissi: uno proveniente dal Rwanda e l’altro, un vecchio crocefisso senza braccia, da Korogocho.
Gli abbiamo detto: «Gino, tu hai camminato con i crocefissi e anche tu, alla fine, sei stato crocifisso». Abbiamo ringraziato il Signore per averci donato un uomo dal grande animo e un vero discepolo di Gesù, che ha camminato sulle sue orme. Per questo, al termine della celebrazione, non potevamo fare altro che cantare il Magnificat.

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