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Sono solo "sotto-uomini"

1 ottobre 2009 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

Lo scorso agosto, durante l'ultimo giorno del campo di lavoro Gim (Giovani impegno missionario), che si è svolto a Castelvolturno (Caserta), incentrato sul tema "In ascolto degli immigrati", abbiamo saputo dei 73 migranti eritrei lasciati morire di fame e di sete in mare, mentre tentavano di raggiungere le coste italiane. Un crimine contro l'umanità, del quale né l'Italia né Malta si sono assunte la responsabilità e che si può spiegare solo con l'abbrutimento delle nostre coscienze. Quegli eritrei fuggivano dal regime dittatoriale di Isaias Afwerki. Lasciarli morire così è stato il massimo dell'ingiustizia.
A Castelvolturno abbiamo potuto toccare con mano come gli oltre 5mila immigrati lungo il litorale domizio vivano in condizioni disumane e abbiamo colto la loro rabbia. Con loro abbiamo visto il documentario Come un uomo sulla terra (prodotto da Marco Carsetti e Alessandro Triulzi, per Asinitas Onlus, e da Andrea Segre, per ZaLab): una forte denuncia su come le autorità libiche trattano i migranti africani. A commento del documentario, alcuni migranti provenienti dall'Africa subsahariana ci hanno raccontato il viaggio per arrivare in Libia: i fuggiaschi dell'Africa Orientale via Khartoum (Sudan), quelli dell'Africa Centrale via Agadez (Niger); molti muoiono durante la traversata del deserto. E chi raggiunge la Libia non è affatto sicuro di riuscire a pagarsi il viaggio sulle "zattere del mare".
A questo proposito, che dire della politica estera italiana verso la Libia, dove è in corso la più longeva dittatura del continente: quella di Muammar Gheddafi? La visita di Berlusconi a Tripoli, con l'esibizione delle Frecce tricolori, è stato un insulto a tutti coloro che si battono contro la violazione dei diritti umani e il genocidio in atto nel Mediterraneo.
Stime giornalistiche dicono che nel Mare Nostrum, dal 2002 al 2008, sono morti 42mila uomini e donne, con una media di una trentina di annegati al giorno. Si tratta del più grande genocidio europeo dopo quello della Shoah. Sono esseri ritenuti inutili ed esclusi dal "sistema". E l'Unione europea, con la sua politica di controllo delle frontiere esterne, porta gravi responsabilità. Ha ragione Marina Corradi a ricordarci, su Avvenire, l'indifferenza dell'Europa, durante il nazismo, di fronte al genocidio degli ebrei, considerati untermensch ("sotto-uomini"). Con la stessa indifferenza, oggi assistiamo noncuranti alla morte di migliaia d'immigrati, che per noi sono "sotto-uomini". Il vocabolario e il razzismo leghista trionfano e diventano la nuova cultura italiana. E questo gli immigrati lo sentono... e provano rabbia.
A Castelvolturno abbiamo visto negli occhi degli africani tanta rabbia verso un paese che ritenevano ospitale, ma che ora riscontrano essere sempre più razzista e xenofobo. Rabbia contro il "pacchetto sicurezza" del ministro Maroni, che criminalizza il clandestino. Rabbia contro un decreto che obbliga tanti immigrati malati a non farsi curare in ospedale. Rabbia contro la costruzione di 10 nuovi Centri di identificazione ed espulsione, ritenuti dai migranti veri e propri lager. Rabbia contro la sanatoria di colf e badanti, trascurando chi lavora nell'agricoltura e nell'industria.
È possibile che noi italiani abbiamo già dimenticato che siamo stati anche noi "forestieri in terra di Egitto", dove abbiamo sperimentato emarginazione, disprezzo e oppressione?
È vero che gli organi centrali della chiesa e tanti vescovi italiani hanno preso posizione in difesa dei migranti. Siamo loro grati. Ma la situazione è gravissima. È in ballo la stessa democrazia. Per i cristiani, è in ballo la loro stessa fede. Infatti, il Dio in cui crediamo è il Dio degli stranieri, dei forestieri, delle vedove e degli orfani, e ascolta il loro grido.
Avranno i nostri pastori il coraggio di chiedere la disobbedienza civile di fronte a leggi ingiuste, razziste e razziali, come il cardinale di Los Angeles, mons. Roger Mahony, aveva minacciato di fare nel 2006, in situazioni analoghe, negli Usa?
Non possiamo più starcene con le mani in mano. Dobbiamo denunciare e agire tutti insieme, al di là delle fedi e degli schieramenti ideologici.

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