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Spartiacque acqua

2 luglio 2010 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

Non è stato semplice far partire la raccolta di firme per il referendum sull’acqua. C’erano molte paure: sapevamo che un eventuale fallimento avrebbe messo in crisi il movimento specifico e i movimenti popolari in generale. Temevamo anche che la gente, stanca e sfiduciata, non rispondesse. C’interrogavamo, insomma, se ne valesse la pena. Ma, dopo aver riflettuto a lungo, siamo arrivati alla conclusione che non c’era – e non c’è – altra strada. Non c’era – e non c’è – una via politica in parlamento: né nella maggioranza né nell’opposizione ci sono i numeri per fare sì che l’acqua possa tornare pubblica. Non rimaneva che il referendum.
Siamo rimasti sorpresi del “miracolo” che è saltato fuori. Nelle ultime settimane ho girato molto, soprattutto nel sud del paese, ed è incredibile vedere quanta partecipazione c’è agli incontri e quanto la gente si rende conto che, partendo dal basso, si possono innescare dei cambiamenti. Sono le persone che chiedono di firmare, ancor prima che si organizzi un banchetto.
La mia impressione è che la gente sia stanca dell’attuale situazione dell’Italia e abbia fame di qualcos’altro. A evocare questo “altro” è stata l’acqua: il bene comune più importante che abbiamo. Si sta coagulando quello che definisco “un movimento di popolo”, che si amplia sempre di più. Ciò nasce dal fatto che tante realtà di base hanno saputo collaborare e fare rete.
Nel primo mese di raccolta delle firme (si è partiti il 24 aprile e si continuerà fino al 24 luglio) siamo arrivati a quota 300mila, cioè metà delle 600mila necessarie per avere il referendum. Il “popolo dell’acqua” sta sparigliando le carte della politica.
Ed è incredibile quanto questo popolo faccia paura, soprattutto ai partiti. Ecco spiegati gli attacchi da parte del Pdl, in particolare del ministro Andrea Ronchi. Vediamo che anche la Lega ha un gran mal di pancia sull’acqua: nel partito di Bossi c’è chi manifesta più di qualche perplessità sulla privatizzazione. L’Italia dei valori ha optato per un proprio referendum: abbiamo tentato di trovare una strada comune, ma Di Pietro ha preferito ritagliarsi una specifica visibilità.
Attacchi sono arrivati anche dal Pd, che non riesce ad accettare la ripublicizzazione dell’acqua. Ci sono dirigenti, come Franceschini e Marino, che hanno firmato per il referendum. A livello di singoli, non sono pochi gli esponenti di vari partiti che ci stanno aiutando nella raccolta delle firme.
Ciò che, invece, mi preoccupa è il silenzio dei vescovi. Mentre molte organizzazioni cattoliche – Agesci, Acli, istituti missionari… – sono scese in campo, i vertici della chiesa non si sono mossi (eccetto i vescovi dell’Abruzzo-Molise). Preoccupante, poi, è la flebile adesione da parte delle parrocchie. Dopo che il Papa, nell’enciclica Caritas in veritate, ha detto con chiarezza che l’acqua è un diritto fondamentale umano («È necessario che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni»), ci si chiede perché queste parole non arrivino nei consigli parrocchiali.
Per fortuna, il “popolo dell’acqua” sta andando avanti con grande coraggio e determinazione. Un bel segnale di vitalità politica su un tema che chiede di schierarsi. O si accettano nuovi modelli di governo attenti al bene comune o si sta dalla parte degli interessi del capitale. Direi che l’acqua diventa uno spartiacque nella nostra società.
Il movimento punta a raccogliere un milione di firme. Poi, la prossima primavera, si tenterà di convincere il 50% più uno degli italiani a votare per la non privatizzazione dell’acqua. Ha scritto il costituzionalista Ugo Mattei: «La battaglia referendaria sull’acqua come bene comune, è oggi una civilissima epifania italiana di un violento scontro globale, prodotto da una nuova grande trasformazione che cerca sempre di più di concentrare nelle mani di pochi la ricchezza di tutti. Intorno ai nostri banchetti (di raccolta delle firme, ndr.) si sta svolgendo una battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri costituzionali, e l’homo oeconomicus, furbo, speculatore, irresponsabile e pronto a tutto pur di arricchirsi ancora un po’».

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