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L’acqua nell’urna

1 aprile 2011 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

L’impegno per l’acqua pubblica è stato per me un’esperienza straordinaria. Un’esperienza umana di grande rilievo, che mi ha davvero permesso di incontrare tanta gente, di partecipare a innumerevoli dibattiti, dove ho visto crescere la passione per i beni comuni, per i processi democratici, per un’informazione seria e approfondita.
Ricordo anche la partecipazione delle persone a Dakar, lo scorso febbraio, in occasione dell’undicesimo Forum sociale mondiale, alle tante discussioni sull’acqua bene comune. Mi ha impressionato ascoltare gli interventi dei rappresentanti dei diversi paesi africani, le cui risorse idriche sono a rischio, perché sono nel mirino delle multinazionali del settore.
Mi ha toccato soprattutto il fervore dell’ultima assemblea di Dakar, quando si è deciso di cominciare subito a lavorare per prepararci a “Marsiglia 2012”, cioè al prossimo Consiglio mondiale dell’acqua, uno strumento che è in mano alla grande finanza internazionale e alle multinazionali dell’acqua. A Marsiglia dobbiamo mettere il bastone tra le ruote a questo meccanismo infernale dello sfruttamento dell’acqua.
Sempre a Dakar, ci siamo incontrati con chi si è impegnato sull’acqua in America Latina e abbiamo toccato con mano che c’è un movimento realmente mondiale che si batte su questo tema.
Torniamo in Italia. Qui da noi la mobilitazione è stata ed è notevole. In questi anni si è riusciti a portare avanti un movimento unitario su un tema complesso come quello della gestione dell’acqua. Ho partecipato personalmente a centinaia di assemblee, da cui sono uscito rafforzato nella convinzione che nel nostro paese esiste, eccome, una cittadinanza attiva, che vuole conoscere e reagire.
Quello che è avvenuto sull’acqua è un processo democratico partito dal basso, prendendo gradualmente coscienza di come viene mal gestito questo bene. Vorrei ricordare le parole usate dal magistrato milanese Marco Manunta nel libro Uno statuto per l’acqua a portata di voto (MC Editrice, 2010): «Una delle cose che fa più impressione in tutto questo è stato proprio il fatto che si è percepito un deficit democratico». Credo che l’impegno dei singoli cittadini nella questione acqua è stato anche un riappropriarsi di una pratica di democrazia. Ora si va al referendum, promosso, non dai partiti, ma dai cittadini. I partiti di opposizione ci remano un po’ contro, perché hanno idee diverse sulla gestione dell’acqua. E la grande stampa guarda altrove. I promotori non hanno soldi e si autofinanziano.
Tra l’altro, si sperava di accorpare il referendum sull’acqua con le elezioni amministrative, ma in parlamento questa ipotesi è stata bocciata. Ciò significa gravare il bilancio pubblico di 350 milioni di euro. È questo il costo del referendum.
Tuttavia, noi siamo convinti che riusciremo a portare al voto 25 milioni di italiani, numero che garantisce il quorum e, dunque, la validità del referendum. Ci sono buone possibilità che i due quesiti sull’acqua bene comune e quello per fermare il nucleare ricevano il “sì” dei cittadini.
Spero che nelle prossime settimane si esprima anche la Conferenza episcopale italiana (Cei). È mai possibile che il Papa, nell’enciclica Caritas in Veritate, dichiari l’acqua un diritto fondamentale umano, e che l’episcopato italiano non abbia il coraggio di dire pubblicamente la propria posizione al riguardo? Mi auguro che la Cei si schieri a favore dell’acqua bene comune. Magari, riflettendo su ciò che ha detto il vescovo di Aysén (Cile), Luigi Infanti della Mora, nella lettera pastorale “Dacci oggi la nostra acqua quotidiana”: «La crescente politica di privatizzazione dell’acqua è moralmente inaccettabile. È un’ingiustizia istituzionalizzata, che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare».

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