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Filippo, la missione e i giovani

7 ottobre 2011 - Alex Zanotelli
Fonte: Nigrizia

Poiché siamo nell’“ottobre missionario” – espressione che sa di vecchio, a volte di stantio –, voglio parlare di una recente esperienza che mi ha fatto ringiovanire. Lo scorso 9 luglio ho partecipato, a Parma, all’ordinazione sacerdotale di Filippo Ivardi Ganapini. Un evento davvero splendido. Innanzitutto, per il fatto che, per la sua ordinazione, questo giovane comboniano ha scelto la comunità di accoglienza per tossicodipendenti Betania, fondata da don Luigi Valentini, vicario episcopale per la carità della diocesi parmense. Scelta significativa, perché sottolinea che il missionario è colui che vive con gli ultimi, gli esclusi.

Filippo ha convinto il vescovo di Parma, mons. Enrico Solmi, a ordinarlo, non nella cattedrale della città, ma nella comunità Betania, per rimarcare che il missionario è chiamato a “rilocarsi”, cioè a cambiare vita e a camminare con i poveri.

Sono arrivato a Parma la sera prima dell’ordinazione per preparare la cerimonia con una tavola rotonda. Il tema: “Cosa significa che la missione viene a noi”? Prima di essere ordinato sacerdote, Filippo ha vissuto due anni in Ciad. Ovvia la domanda rivoltagli: che cos’ha da insegnare a noi, chiesa d’Occidente, la giovane chiesa ciadiana? Al dibattito hanno partecipato sia il catechista della parrocchia di Moïssala (nel sud del Ciad), con cui Filippo ha lavorato, sia il provinciale dei comboniani in Ciad, padre Pietro Ciuciulla. Personalmente, ho insistito per tradurre questi temi nella concretezza della quotidianità di Parma: il problema dei rifiuti e quello dell’acqua.

Ma la cosa più bella dell’intero evento è stato Filippo. Una vocazione sofferta, la sua, ma, proprio per questo, convinta. A 26 anni, dopo aver maturato la chiamata missionaria, lascia sia il lavoro che la ragazza, entra nell’istituto dei comboniani e chiede di essere inviato a studiare teologia a Lima (Perù). Entra, però, in profonda crisi con l’istituto, perché gli sembra di non avvertire la passione missionaria e lo slancio per i poveri che aveva incontrato in Italia. Decide, quindi, di lasciare la comunità e di fare un’esperienza di sei mesi con i Piccoli Fratelli in Bolivia.

Questo periodo lo convince che la sua strada è proprio quella comboniana. Ritorna in Italia e riprende il cammino. A 37 anni, dopo due di esperienza pastorale in Ciad, chiede di essere ordinato sacerdote. La solenne cerimonia avviene, come ho detto, nel cortile della comunità Betania, assieme ai tossicodipendenti, che contribuiscono a preparare la festa. Tantissimi i giovani presenti, tutti con il volto sorridente.

Nel riflettere sulla sua ordinazione, Filippo ha detto che il sacerdote è «colui che ama e lava i piedi degli altri, non si arrende di fronte alle ingiustizie, non appartiene più a sé ma a Dio, ai fratelli, alle sorelle, all’umanità».

Ed è con questo spirito che i molti sacerdoti presenti gli hanno imposto le mani, assieme al vescovo di Parma, il quale ha auspicato che, anche a motivo di questa ordinazione, la diocesi si apra maggiormente al mondo. Bellissimo l’abbraccio tra Filippo e lo zio, don Pietro Ganapini, missionario per 50 anni in Mozambico. Quasi un passaggio di testimone.

Visto che quello stesso giorno, il 9 luglio, il Sud Sudan diventava indipendente, c’è stato un collegamento via web con padre Daniele Moschetti, superiore provinciale dei comboniani in quel paese, che ha raccontato la grande festa di quel popolo, che ha raggiunto un sogno durato tanti anni.

Il giorno dopo, Filippo ha celebrato la prima messa alla Casa Francesco per malati terminali di aids. Anche qui, tantissimi giovani. È questo mondo giovanile che dobbiamo riscoprire nel nostro fare animazione missionaria. Dobbiamo ritornare a parlare ai giovani, la cui assenza è evidente nei nostri “ottobri missionari”. Sono i giovani che dobbiamo invogliare alla passione per la missione. In un mondo che sta saltando per aria, tocca ai giovani portare l’annuncio della Buona Novella.

A settembre, Filippo è tornato in Ciad, nel cuore dell’Africa.

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