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Prefazione ad "Europa in movimento"

1 gennaio 2002 - Alex Zanotelli
Fonte: Europa in movimento - a cura di Alberto Zoratti e Monica Di Sisto

Gli ultimi 15 anni della mia vita li ho passati in Africa, il continente che più degli altri ha sofferto la sua cosiddetta "scoperta" da parte della vecchia Europa. Quel lontano giorno in cui l'Europa, con i suoi eserciti, ha toccato terra, ha segnato l'inizio di 500 anni drammatici per i popoli indigeni, perché il vero obiettivo del viaggio di Magellano era stato quello di rompere l'accerchiamento economico dell'Europa da parte del mondo islamico. Circumnavigando il nuovo continente, Magellano aprì nuove rotte per l'America Latina e l'Asia, proiettando in avanti l'Europa e innescando il processo, lentissimo ma inesorabile della globalizzazione. L'apertura dei mercati africani ai capitali europei ha significato, innanzitutto, per l'Africa la schiavitù. Non è facile fare un conto esatto di quante donne, uomini e bambini siano stati deportati attraverso l'Europa: in America sono arrivati tra i 10 e i 20 milioni di schiavi, altrettanti sono stati trasportati come merci verso il Medio Oriente e l'India.
Gli schiavi non sono stati liberati, come spesso ci raccontano e vogliamo credere, grazie agli sforzi di alcuni movimenti europei. Semplicemente, dopo la prima industrializzazione, si è capito che altre braccia umane da sfamare non servivano più, ma che c'era ancora tanto da depredare, in Africa come nelle altre terre di conquista. Quei continenti lontani, oltre alle vite umane, potevano offrire alla nostra Europa materie prime. Nasce così il neo-colonialismo: spietato, violento, ha favorito nei vari Stati oltre-oceano un'indipendenza fittizia, per assicurarsi di tenere ben strette le redini del neoliberalismo, e sotto il giogo del commercio internazionale ha continuato a dissanguare l'Africa e tutte le ex colonie con i volti delle varie dittature che hanno fatto gli interessi suoi e del mercato mondiale. E tutti i trattati commerciali che ha promosso negli anni, hanno visto, in particolare nell'Africa, la nuova frontiera ove il mercato mondiale potesse buttare i propri prodotti quando gli altri mercati fossero saturi.

Un marchio nell'anima
Nessun crimine contro l'umanità può essere paragonato alla schiavitù. Essa ha impresso un marchio di vergogna nell'anima di generazioni di africani, un marchio doloroso e difficile da cancellare. E' importante che l'Europa sia consapevole che questi 500 anni hanno imposto a centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini deportati in catene una povertà antropologica, ancora più terribile della povertà economica. Abbiamo imposto loro il rifiuto di se stessi, di credere nelle proprie possibilità, l'impossibilità di convincersi che l'africano abbia una propria dignità, una propria cultura. Sulla violenza che gli antropologi neri hanno scoperto essere insita nelle società tradizionali africane, nelle quali regnava la paura e un senso di schiacciamento e sottomissione, si è innescato il colonialismo che ha utilizzato l'anima tribale repressiva, l'ha rafforzata col proprio potere rendendola ancora più spietata. In un'escalation inarrestabile è subentrato il processo di formazione degli Stati neocoloniali: duri, repressivi, ancora più violenti, hanno offerto un terreno ideale per il dilagare del neoliberismo del mercato internazionale, che ha dato la botta finale all'orgoglio africano, e alla possibilità persino di immaginare, di sognare in quei Paesi un futuro davvero libero. Un pezzo d'Africa è stato complice delle nostre razzie. L'abisso che si è scavato tra le masse popolari africane e le élite, è stato causato da tutti quegli abbienti e potenti locali che hanno tradito il proprio popolo, si sono arricchiti, hanno accettato di essere corrotti. Su questa lenta spoliazione, di ricchezze, di diritti e di dignità, le chiese hanno messo il loro segno di croce, e nella loro incapacità di capire la violenza della propria omissione, hanno benedetto questo sistema. In un momento delicato della vita di tutto il pianeta come quello odierno, se l'Europa non coglie le radici profonde del malessere sociale che la circonda, e che ha in gran parte determinato, non potrà pensare di aiutare in alcuna maniera i Paesi che ha oppresso.
Se proprio la tragica storia dell'Africa, la cui devastazione sta sotto agli occhi di tutti, può servire come caso di studio per un'analisi globale dell'evoluzione sociale ed economica della nostra Terra, l'Europa, la fortezza Europa deve ammettere di aver funzionato come l'espressione più perfetta del neoliberismo imperante, e di continuare ancora oggi a dissanguare l'Africa e il mondo, prosciugando i suoi beni ma anche il suo futuro. Come prete, sono convinto che se oggi l'Europa vuole davvero fare qualcosa per l'Africa e per tutti i gli impoveriti, deve innanzitutto pentirsi. Deve nascere dall'Europa una teologia indigena della penitenza, con atti concreti di riparazione. L'Europa dovrà smetterla di pensarsi e strutturarsi come fortezza arroccata, davanti a una tragedia immane come quella che la circonda, se non vorrà essere sommersa da ondate di disperati che non hanno null'altro da perdere che morire, di fame o di malattia. Dobbiamo cominciare a capire che non possiamo non offrire a questi continenti, speranza e opportunità concrete per rimettersi in piedi.
Se il pentimento per quanto è avvenuto è sincero, bisognerà innanzitutto trovare nuove formule per riformare profondamente il sistema degli aiuti. Non credo che riusciremo a avviare percorsi virtuosi di cambiamento facendo business, ma non penso basti neanche più fare cooperazione. Persino la parola solidarietà mostra la corda, edulcorata in una sorta di sentimento buonistico ma inutile. Si tratta di costruire reciprocità, di sostenere con convinzione una nuova partnership dal basso. Nelle nostre città, nei nostri quartieri, nelle chiese come nelle strade, incontriamo persone che spendono la propria vita per un sogno di giustizia. Sono loro la società civile, i protagonisti di questa nuova alleanza tra Sud e Nord, ma anche tra il Nord e le sue periferie. E' una società civile che unisce cuore e capacità, passione e competenze per cominciare a restituire ricchezza e diritti, a costruire una nuova cittadinanza globale. E' questa società civile che dovrebbe prendere la guida dell'Unione europea, e attraverso la creazione di un dicastero politico, che non sia espressione degli interessi economici degli stati membri ma dei gruppi e delle organizzazioni popolari che vogliono davvero fare qualcosa, si potrebbero costruire partnership solide con le ong dei Paesi oppressi, le cooperative, le organizzazioni popolari, le comunità di base, per sostenerle, superando i governi corrotti.

La rinascita della società civile
Al mio ritorno in Italia, dopo 15 anni d'Africa, ho avuto difficoltà a leggere la realtà sociale italiana. Ho provato un profondo disagio, e ho sentito di avere bisogno di nuovi strumenti per comprendere l'involuzione culturale che ha portato le nostre città, a partire dalle aree più periferiche, a identificarsi con modelli di chiusura, di egoismo, di ricerca della ricchezza fine a se stessa. Allo stesso tempo ho sentito ancora più forte la necessità di aprire vie nuove e inventare nuove pratiche per dare fiato a tutte le espressioni di base che resistono nelle nostre città, perché diventino soggetti più solidi e riconoscibili, per osare un tempo nuovo. Se l'Europa non esiste in chiave politica, è perché siamo nelle mani dell'economia mondiale, del mercato internazionale, perché la politica, intesa come gestione condivisa della cosa pubblica attraverso i meccanismi della rappresentanza, è sempre subordinata a meccanismi internazionali di controllo del consenso attraverso aggiustamenti strutturali, sanzioni e vincoli internazionali, spesso mascherate da sanzioni ma anche da missioni umanitarie. Ecco perché sono convinto che il pentimento dell'Europa potrà dimostrarsi solamente attraverso l'azione ampia, trasparente, coordinata della società civile
Abbiamo bisogno, però, di pensiero, di ricominciare a pensare un'Europa aperta e solidale, di creare coscienza critica. È necessario, e questo libro è un piccolo, serio tentativo, di mettere al lavoro "le menti migliori della nostra generazione" e di quelle successive, perché s'assumano la responsabilità di individuare e proporre parole, pensieri e pratiche di alternativa. In Europa c'è sempre stato, ed è diventato forte soprattutto negli ultimi venti anni, un pensiero critico molto articolato, che si è espresso con grande vigore. Minoritario? Certo. Eppure, una parte dell'intelligenza europea, di cui possiamo apprezzare un ampio spaccato in queste pagine, ha osservato quello che ci è successo, l'ha descritto e interpretato. Un Pensiero forte di minoranza, che ha espresso le istanze degli ultimi. Si tratta di ricominciare ad agirlo. È importante raccoglierlo, spezzarlo e dargli fiato perché conquisti un pubblico più ampio, diventi sapere collettivo, fondamenta per un nuovo patto sociale. E' questa la teologia della conversione alla quale accennavo, questa la consapevolezza che deve tradursi in azione, questa l'unica strada per permettere all'Europa di liberarsi dalla cappa di piombo che l'Impero del denaro le ha imposto e che ci sta opprimendo tutti, di nutrire speranza per il futuro in un mondo che sia altro da quello che abbiamo conosciuto.

 

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