Alex Zanotelli

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Discorso di Alex Zanotelli - Fidenza, 18 marzo 1996 #2/12

Dare dignità ai poveri

18 marzo 1996 - Alex Zanotelli
Fonte: Cedoc - centro di documentazione per la pace
Via A.Costa, 2 - Fidenza (PR) - tel. 0524/528955

Sono partito dai nostri volti, sono andato ai volti degli immigrati in mezzo a noi, permettetemi di essere qui questa sera a parlare dei volti delle vittime dell’Impero. Anche gli immigrati sono parte delle vittime dell’Impero; se vengono in mezzo a noi è perché fuggono, in buona parte, da situazioni disperate. Se pensate che terrete gli immigrati fuori con l’esercito, dimenticatevelo. L’Impero Romano ha tentato di farcela, molti anni fa, con i cosiddetti barbari (che poi non so chi era più barbaro, se i barbari o i romani; dipende molto da dove vedete la storia, da come la leggete). Questi cosiddetti barbari non solo non sono rimasti fuori, nonostante lo strapotere delle legioni romane, ma lentamente sono entrati e alla fine hanno preso l’Impero come un frutto cotto. La disperazione porta i popoli a gesti che sono il prodotto di un sistema economico mondiale impazzito. Ve lo dicono i volti di questa gente, ve lo dicono i volti di Korogocho...

A molti di voi è stata data la mia -lettera agli amici-, il tentativo di ricordare, semplicemente, i volti della mia gente, i volti di chi soffre a Korogocho. Volevo riprendere, leggendoli, soltanto due o tre volti, per essere brevi e per darvi il sentore di cosa significa vivere nei sotterranei della Vita e della Storia.

Vorrei ricordare tre volti. Il volto di Giuliana, "abbandonata con tre figli dal marito, che sospettava che la moglie avesse L’AIDS... Giuliana non riuscì più a pagare l’affitto della baracca... Il padrone buttò fuori dalla stanzetta lei, i bimbi e le poche masserizie... Giuliana (già grave) passò quella giornata sulla strada battendo i denti e sotto shock. La Piccola Comunità Cristiana riuscì a trovarle a tarda sera un’altra baracca, dove, alla rinfusa, ammassarono le poche masserizie". Quel giorno era stato destinato, molto tempo prima, al suo Battesimo. Era lei che aveva chiesto, da tantissimo tempo, di essere battezzata. Sapeva che stava venendo meno e quella sera era stata designata come la sera del suo Battesimo. Quel giorno lo aveva vissuto buttata fuori al freddo (certi mesi a Nairobi fa veramente freddo), era lì intirizzita, in fase quasi terminale di AIDS. Quando l’ho vista alla sera, nell’altra baracca dove era stata portata, l’ho vista mentalmente persa e mi sono detto: "Forse non vale proprio la spesa neanche di andare avanti con il Battesimo perché non capisce nulla".

Ma poi ci ho riflettuto e mi sono detto: "Ma chi sono io? Chi sono io per giudicare? A Lei che ha continuamente chiesto di averlo, non è forse il momento di dare questo segno dell’acqua come segno della fedeltà di un Papi che, quando tutti ci abbandonano, Lui non ci pianta?".

"...E riandai alla figura di Agar, la schiava di Abramo, dalla quale ebbe un figlio, ma che Sara prontamente scacciò di casa. "Agar se ne andò e smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora Agar depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: -Non voglio vedere morire il fanciullo-. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo" (Gen. 21, 14-19). Agar, figura emblematica di tutte le donne-schiave della storia, di tutte queste donne di Korogocho... Di Giuliana, che pochi giorni dopo, abbandonata, moriva in quella baracca. Volto di Giuliana, volto di Martin... Uno dei raccoglitori di rifiuti nella discarica. Stroncato dal male, a sera tardi, davanti alla sua baracca, vegliato durante la notte dalla sua gente perché quel corpo non fosse sbranato dai cani. Lo trovai al mattino, ai bordi della stradina, adagiato in mezzo ai rifiuti, avvolto da uno stuolo di mosche...

Tolsi lo straccio nero, e vidi quel volto tumefatto.... Guardo e riguardo: è il volto del crocefisso... -Dio mio, Dio mio, Dio mio assente e lontano! Io ti chiamo di giorno e tu muto... E io invece un verme, non uomo, un obbrobrio di uomo, un rifiuto!- (Salmo 22). Un -rifiuto- tra i rifiuti ai bordi della discarica, a pochi metri dall’acquitrino dove si era gettata per disperazione Joan...-.

Joan era una donna di 28 anni, per buona parte drogata, prostituta. So che quel giorno è stata violentata ripetutamente e poi battuta con spranghe di ferro alla testa. Disperata, ha preso la rincorsa e si è buttata in questo acquitrino che chiude Korogocho. L’avevo salvata varie altre volte Joan. Mi ricordo una notte: mentre stavo pregando nella cappellina sento urla, esco e vedo che Joan tenta di buttarsi dentro. La prendo, la porto con me dentro nella baracca, in questo angoletto per pregare. Si butta lì in un cantone e piange; poi, all’improvviso, me la vedo che scatta in piedi e comincia a buttare via i vestiti che aveva addosso. "Ma cosa fai, lo spogliarello proprio davanti al Santissimo?". E dice: "Alex guarda! Ma guarda il mio corpo! Ma tu non capisci nulla!". Quando vedete i corpi di queste ragazze... Mamma, che roba! "...dove si era gettata per disperazione Joan, a fianco del -fiume- Nairobi, le cui acque puzzano come quel -rifiuto- fuori le mura di Gerusalemme... Pregai con la gente della discarica per dare dignità a quest’uomo che non l’ha mai avuta. Questo dare dignità ai poveri!

Come quella sera quando entrammo nella baracca di un giovanotto distrutto dall’AIDS... Non riuscivamo neanche ad entrare in quella baracca sommersa dall’acqua (pioveva a catinelle). Per ripararsi Njuguna aveva messo un pezzo di nylon sopra il letto - l’unica maniera perché pioveva da tutte le parti - (il tetto era tutto un buco!)". Questo giovane era in fase terminale di AIDS, è morto poi tre giorni dopo. "...Ovunque sputi, rifiuti, vomito, ... "Ho sete" fu l’unica parola che riuscì a dire. Corremmo a prendergli un bicchiere d’acqua. Volevamo celebrare l’Eucarestia, ma non c’era neanche un angolo dove mettere il pane... Ma forse era già celebrata, anche senza pane e vino, con quell’acqua ("Ho sete")... quel corpo -spezzato- di quel giovane abbandonato da tutti, anche dai suoi familiari... (la -messa- dei disperati, l’-acqua- della speranza)".

Sono volti, volti delle vittime del Sistema, volti scavati, volti di chi paga pesantissimamente un Sistema mondiale assurdo (mondiale ma anche locale, è la stessa cosa a Nairobi). Questi volti, i volti di Martin, di Joan, di Giuliana, di Njuguna, sono i volti della gente di Korogocho. Korogocho è una delle tante baraccopoli, è costruita su di una collina a schiena d’asino, lunga 2 Km. e mezzo, larga 1 e mezzo, su cui sono accatastati 100.000 abitanti almeno.

Nairobi, questa bellissima città, chiamata la -città del sole-, è circondata da una paurosa corona di spine: le baraccopoli. Costruita dagli inglesi, è una città bella, almeno nelle zone- bene, mentre il centro è caotico come in tutte le grandi città. Nairobi ha oggi 3 milioni di abitanti. Prospettive demografiche dicono che dovrebbe avere 18 milioni di abitanti tra vent’anni. L’urbanizzazione è spaventosa in Africa. Quello che è sconcertante, a Nairobi, è proprio questa spaccatura tra la gente che sta bene, che vive da nababbi, e quella che vive nella miseria più nera. Sono due mondi, fianco a fianco. Di ricchezza ce n’è a non finire a Nairobi. Vorrei pregarvi che nessuno qua dentro si metta in testa che sono venuto per puntare il dito contro qualcuno. Assolutamente! Io non ho bisogno di venire a Fidenza per puntare il dito contro di voi. Se voglio puntare il dito, a 3 Km. da Korogocho c’è Muthaiga, con delle ville che voi ve le sognate. E’ la contraddizione del Sistema che mi sta a cuore e sulla quale vorrei che rifletteste: questa divisione assurda, incredibile, fra gli straricchi e gli strapoveri.

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