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    La guerra delle balene

    Da quasi un mese eco-guerrieri ambientalisti di Greenpeace e balenieri giapponesi si fronteggiano nei gelidi mari tra l'Australia e il Polo sud. Una vera e propria battaglia con gommoni da una parte, arpioni e cannoni ad acqua dall'altra
    10 gennaio 2006 - Cinzia Gubbini
    Fonte: www.ilmanifesto.it
    8.01.06

    . E' successo di nuovo ieri mattina: i balenieri giapponesi hanno puntato minacciosamente il loro arpione (trattasi di un fucile a granata di pentrite che pesa 45 chili) contro uno dei gommoni degli attivisti di Greenpeace, che dal 21 dicembre stanno cercando in tutti i modi di impedire l'ennesima campagna di caccia alle balene nel Pacifico meridionale, condotta formalmente per «fini scientifici». Lo racconta Andrew - uno dei membri dell'equipaggio internazionale, composto da 70 persone provenienti da 19 paesi, compresa una skipper italiana - nel blog aggiornato quotidianamente: «L'episodio è stato confermato da tutte le persone che erano presenti sul gommone - puntualizza Andrew - Mi sembra un atteggiamento ben strano visto che tutti i balenieri sono sempre così accorti quando si tratta della loro sicurezza personale. Sono sicuro che non si sognerebbero mai di puntare un arpione contro un membro del loro equipaggio». E' una vera guerra quella che si sta consumando nelle acque gelate dei mari del sud, dal `94 dichiarati ufficialmente dalla Commissione baleniera internazionale «Santuario delle balene», ma da sempre nel mirino delle nazioni interessate a questa lucrosa caccia. Una guerra che si alimenta di atteggiamenti aggressivi in acqua, di corse inaspettate - la settimana scorsa la flotta giapponese ha cercato di seminare le due imbarcazioni ambientaliste, la Esperanza e la Arctic Sunrise, azionando i motori a tutta velocità e navigando per due giorni senza sosta - ma anche di dichiarazioni minacciose. In una lettera aperta a Greenpeace il direttore generale dell'Istituto di ricerca sui cetacei, Hiroshi Hatanka, ha accusato gli ambientalisti di assumere comportamenti pericolosi: «Chiedo con forza che Greenpeace smetta immediatamente di inseguire le nostre navi di ricerca e si astenga dall'avvicinarsi ancora in futuro - si legge nella lettera pubblicata sul sito dell'istituto - Le vostre azioni costituiscono pirateria». Ancora peggiori le accuse contro l'imbarcazione della Sea Shepherd conservation society partita insieme a Greenpeace. Per Hatanaka sono «ecoterroristi». Come se non bastasse in un bollettino dell'Istituto si afferma che è stata addirittura chiesta la sorveglianza della marina Usa, proprio in virtù dei presunti atti di pirateria in corso. Lo ha denunciato il leader dei verdi australiani Bob Brown, che in questi giorni si sta battendo perché il suo paese obblighi il Giappone a rispettare i confini del Santuario. .

    Eppure le tecniche di interposizione sperimentate in questi giorni dagli attivisti sono sempre le stesse: sgommare con il gommone per agitare il mare oppure spruzzare acqua salata con le pompe intorno alla balena, così da confondere la mira dell'arpione. Solo una volta c'è stato un piccolo scontro tra uno dei gommoni e una nave giapponese, senza particolari conseguenze e con accuse da una e dall'altra parte su chi avrebbe tentato di speronare l'altro. Le attività di disturbo messe in campo dall'associazione ambientalista qualche volta funzionano, e l'arpione manca il bersaglio. Ma la caccia giapponese va avanti senza particolari problemi: da due giorni - dopo uno stop di dieci giorni dovuta al maltempo e al tentativo di seminare l'Esperanza e la Arctic Sunrise - sono state uccise una quindicina di cetacei. Non è un bello spettacolo vedere morire una balena cacciata dall'uomo. Il metodo è impressionante: dalla nave parte l'arpione che penetra il dorso dell'animale per 30 centimetri e poi scoppia al suo interno. L'agonia può durare anche mezz'ora.

    Il Giappone aderisce, ovviamente, alla moratoria alla caccia a fini commerciali sancita nel 1986 dalla Commissione internazionale. Ma si appella - come anche la Norvegia e ultimamente l'Islanda - alla necessità di cacciare le balene per condurre ricerche scientifiche. Le tre navi in azione in questi giorni portano sulle fiancate delle grandi scritte: «Ricerca». «Lo fanno da vent'anni e vorrei proprio sapere cosa hanno scoperto: che la carne di balena sta molto bene con la salsa di soia?», ha dichiarato ironico Bob Brown, alludendo al vero scopo di queste battute scientifiche secondo gli ambientalisti: «Come documentano le immagini di Greenpeace le balene a bordo vengono pesate, sezionate e impacchettate per raggiungere i mercati del pesce», denuncia l'associazione sul suo sito. Il Giappone sostiene di dover cacciare le balene per «studiare come l'ecosistema marino venga condizionato dalle abitudini di procacciamento del cibo dei cetacei». La nazione del Sol Levante vuole dimostrare che le balene mangiano i pesci e che questo sta distruggendo l'ecosistema marittimo. In realtà, spiegano gli ambientalisti, il Giappone caccia soprattutto le balene minori, quelle che si cibano di krill. Per quanto riguarda le altre specie, si cibano perlopiù di pesce non commercializzabile. Intanto quest'anno il Giappone ha più che raddoppiato il suo universo di studio: ad essere cacciate saranno 935 balenottere minori, 50 megattere e 50 esemplari di balena comune.

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