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    Intervento del Naturalista, Direttore storico del Parco Nazionale d’Abruzzo, Docente di ecologia applicata alla facoltà di veterinaria dell’Università di Napoli.

    L'incredibile guerra del capriolo (o al capriolo)

    13 agosto 2006 - Franco Tassi

    Non esiste alcuna “emergenza capriolo”, ma solo uno squallido letargo della sensibilità e dell’intelligenza umana, tipico delle “società marcescenti” che vivono capovolte, rinnegando principi e valori e adorando idoli falsi e virtuali.
    Mi pare ovvio che il capriolo non rappresenta una calamità naturale, e non va considerato il nemico pubblico numero uno. Fortunatamente questo animale, dal dopoguerra in poi, ha preso a diffondersi anche dove la sua memoria era quasi scomparsa, e sarei davvero curioso di sapere quali danni alle colture si pretende di attribuirgli. Quanto al traffico, esistono molti metodi semplici e poco costosi (come catarifrangenti luminosi, barriere seminaturali, corridoi-invito di attraversamento ed altri: ma soprattutto limiti di velocità, le strade di foresta e montagna non vanno scambiate per piste), utilissimi per prevenire incidenti. Questa storia dei “caprioli che investono le automobili” mi ricorda un poco quella dei viali storici “pericolosi” in forza della quale qualche decennio fa l’ANAS fece piazza pulita di grandi alberi innocenti… Ma nessuno si chiede come mai, appena fuori dei confini italiani, è possibile ammirare uccelli, scoiattoli e anche caprioli che pascolano tranquillamente non lontani dalla strada, senza che nessuno dichiari loro guerra santa?

    Stiamo parlando di caprioli, e non di cervi o di daini, né tanto meno di cinghiali, perché ogni caso è diverso dagli altri. L’italiano non ha perso il suo atavico istinto di cacciatore-bracconiere, e trova ogni pretesto per sparare a tutto ciò che vola o si muove. Se poi gli eccessi venatori fanno terra bruciata nelle zone aperte alla caccia, allora bisogna inventare qualche buona ragione per entrare a divertirsi nelle altre: e cioè nelle bandite, e nelle aree protette, là dove la fauna stava trovando tranquillità e rifugio, le madri di cervi e caprioli allattavano i piccoli senza continue fughe da cardiopalma, e i visitatori riuscivano finalmente ad ammirare animali diventati più confidenti. Ecco nascere così i “selecontrollori”, che soddisfano non solo la voglia insana di cacciare dove è proibito, ma anche – non dimentichiamolo – gli interessi di coloro che fabbricano fucili e cartucce, ai quali il deserto faunistico rischiava di compromettere gli ottimi affari di sempre.

    Ma catturare caprioli e altri ungulati è davvero così difficile? Costerebbe tanto quanto traslocare elefanti e balene? Causerebbe alle povere bestiole traumi troppo penosi? Non esistono soluzioni semplici praticabili?

    A questo punto entriamo nel grottesco, perché chi spara al capriolo per evitargli lo “stress” di un trasferimento altrove mi ricorda la dottrina Bush che beatificava i tagli a raso nelle magnifiche foreste di conifere del Pacific Northwest, perché in questo modo si sarebbero evitati gli incendi. Catturare i caprioli è possibile, e noi lo facevamo con grande successo già una trentina d’anni fa nel Parco d’Abruzzo, quando mezzi, tecnologie e competenze erano assai più limitati. Portando nel Parco una sessantina di individui, ponemmo le basi perché il capriolo si diffondesse in tutto l’Appennino Centrale. Il costo può risultare elevato, solo se si affida questo compito a ditte e a santoni para-accademici che vi vedono un altro eco-business. Potrebbe invece trasformarsi in una splendida risorsa, se si impiegassero come volontari gruppi di studenti o neolaureati veterinari, diretti da un veterinario professionista naturalista o animalista. Sarebbe uno splendido tirocinio per futuri professionisti che sempre più dovranno affrontare le problematiche degli animali selvatici, e non solo di quelli domestici, e un ottimo investimento per l’intera comunità. Ovviamente dovrebbero essere sostenute spese tecniche e logistiche, ma dividendole tra coloro che donano e coloro che accettano i caprioli, e i ministeri, le regioni e le provincie competenti, i costi verrebbero ripartiti in quote sostenibili. Molte località del Mezzogiorno si avvantaggerebbero di un nuovo richiamo turistico.

    Eppure anche contro i trasferimenti dal Nord al Sud sono esplose polemiche, e pare che molti esperti non siano d’accordo…

    Non si tratterebbe certo di paracadutare a caso caprioli dove capita, ma di studiare un piano ben congegnato. So bene che qualche superspecialista pone il veto per difendere la purezza del capriolo italico dei Monti di Orsomarso, ma quando noi, soli contro tutti, rischiavamo parecchio per difenderlo dalla caccia e dal bracconaggio, nessuno di loro interveniva in appoggio. Per la verità, è nel loro codice genetico schierarsi sempre all’ombra del potere, magari per emungerne risorse. E forse si dovrebbe far loro sapere che Sila, Serre ed altre zone demaniali calabresi sono già state invase, fin dal secolo scorso, di caprioli settentrionali portati a più riprese dai forestali. Informandoli anche del fatto che in futuro il capriolo presente nell’Appennino Centrale, espandendosi, arriverà comunque prima o poi nei luoghi più intatti Mezzogiorno, anche a dispetto delle legioni di fucilieri in agguato. E perché non vedere i molti vantaggi dell’operazione? L’Aspromonte, alla fama sinistra del passato sostituirebbe il messaggio della rinascita della natura. I lupi calabresi inseguirebbero caprioli secondo le dure, ma ineluttabili leggi della natura, anziché dover sbranare pecore spinti dalla fame, finendo poi avvelenati…

    Un “bel Paese” non turbato da troppi spari, rumori e inquinamenti deve occupare il nostro immaginario, e non costituisce un’utopia: deve rappresentare per tutti un obiettivo e una “missione. Lasciamo che la natura possa riespandersi su ciò che resta della vera Terra, abbiamo bisogno anche di questo. E per i caprioli dico semplicemente: non rendiamoci ridicoli, non consentiamo che anche la vita di creature straordinarie diventi terreno di conquista della “partitica” sempre più invasiva. E non mi riferisco alla vera alta politica, che potrebbe essere qualcosa di assai più nobile, ma di cui da queste parti sembra si stia appannando anche il ricordo. Il novanta per cento degli interventi sparati a raffica in questi giorni sui quotidiani (abbiamo raccolto memorabili antologie di incompetenze e deliri provenienti da superspecialisti, politicanti, responsabili istituzionali, ed anche giornalisti) poteva francamente esserci risparmiato.

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