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    Un cronista dell'Observer ha svelato il lato oscuro delle corse

    I purosangue inglesi sulle tavole di Francia

    Ogni anno uccisi migliaia di cavalli. «Mantenerli costa troppo»
    3 ottobre 2006 - Guido Santevecchi

    ascot LONDRA — Dicono che niente ecciti la regina più che veder vincere un suo cavallo. Meglio se ad Ascot, santuario delle corse che coniuga nobiltà, bel mondo, sportivi e scommettitori. D'altra parte le sfide dell'ippodromo sono note come «the sport of kings». Ma forse Sua Maestà non sa che ogni anno almeno cinquemila purosangue sono mandati al macello, uccisi con una revolverata alla testa, squartati, infilati in camion frigoriferi e spediti dall'Inghilterra in Francia dove la carne equina è particolarmente apprezzata.

    La loro colpa? Essere diventati troppo vecchi, o essere giudicati troppo lenti, o non avere sufficiente impeto nel saltare le siepi.
    Molti degli animali, che potrebbero vivere fino a una trentina d'anni, vengono abbattuti quando non ne hanno compiuto cinque. È l'industria delle corse e delle scommesse, che genera ogni anno un miliardo e mezzo di euro, a dettare le regole.
    Questo aspetto dello «sport dei re» è oscuro. O meglio lo era fino a domenica, quando l'Observer ha pubblicato un'inchiesta condotta da un suo cronista investigativo travestito da allenatore di cavalli. Ha individuato due centri di abbattimento, nelle tranquille campagne del Cheshire e del Somerset.
    I numeri: circa 5.000 purosangue sono allevati ogni anno in Gran Bretagna per essere avviati alle corse; nel mondo degli ippodromi sono impiegati 20.000 cavalli; tra i 4 e i 5.000 ogni anno si ritirano (vengono ritirati) per vari motivi. Costa 6 mila euro prendersi cura di un ex galoppatore o trottatore. L'industria dona all'associazione ufficiale che mantiene i purosangue «pensionati» 250 mila sterline (quasi 370 mila euro). Spiccioli. Il Derby da solo stacca un assegno da 740 mila sterline per il vincitore. In questi numeri sta lo scandalo.

    Il racconto dell'inviato dell'Observer gronda sangue e buone maniere. Tutti sorridenti e amabili gli interlocutori, dagli allenatori che dicono di non sapere nulla e sostengono che gli unici cavalli fatti uccidere sono quelli feriti («ma siamo fortunati e ci accade molto di rado») agli esecutori. Valerie, la proprietaria del Cheshire Equine Services, ha raccontato che il giorno per «il servizio» è di solito il venerdì tra le sette del mattino e le due del pomeriggio, quando vengono abbattuti tra i 50 e i 100 quadrupedi. «Dobbiamo "fare" tra i 2 mila e i 3 mila cavalli da corsa in un anno», ha detto al giornalista che si era presentato come proprietario con la necessità di disfarsi di due cavalli diventati inutili. A un certo punto si è sentito un colpo di pistola e due purosangue in attesa del loro turno in una stalla hanno cominciato a scalciare e a mordersi sul collo, impazziti di paura.

    Il tour del cronista investigativo nel Cheshire è finito nell'ufficio della signora Valerie: alla parete la foto di un bambino in groppa a un pony: «Gli abbiamo fatto fare un giro prima di trasformarlo in bistecche» (il cavallo, non il ragazzo). Stessa storia nel Somerset, solo che qui il giorno in cui i cavalli da corsa vengono uccisi è il mercoledì.
    Mandare al macello i cavalli per usare la loro carne nell'industria alimentare non è illegale. Tanto è vero che i difensori dei diritti degli animali nel Regno Unito non se la prendono contro i gestori dei due macelli: «Fanno solo pulizia nell'immondizia creata dal mondo delle corse». Il gruppo Animal Aid spiega che è la ricerca di gloria e profitto che spinge all'allevamento di un numero esorbitante di purosangue; quando poi si scopre che la maggior parte di questi puledri non ha possibilità di emergere in un ippodromo la si trasforma in carne da macello. Perché con le 250 mila sterline l'anno donate dall'industria si pagano le spese per non più di 90 cavalli ritirati. Il resto finisce nei camion frigo diretti in Francia.
    Animal Aid chiede solo i fondi per garantire ai purosangue di poter galoppare ancora nei prati, lontani dagli ippodromi.

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