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    Un appello del XIV Dalai Lama

    "...la sua società appoggia azioni cruente e massacri di massa che violano il valore tibetano"

    Una lettera al presidente della catena di ristoranti Kentucky Fried Chicken, uno dei più grandi produttori di alimentari del mondo, affinchè abbandoni il progetto di aprire Fast Food in Tibet
    30 giugno 2004


    Caro Signor Novak,

    Scrivo a favore degli amici della PETA ( People for the Ethical Treatment of Animals), per chiedere che la KFC abbandoni il suo progetto di aprire ristoranti in Tibet, poiché la sua società appoggia azioni cruente e massacri di massa che violano il valore tibetano.

    Per anni ho avuto particolarmente a cuore la sofferenza dei polli. E’ stata la morte di un pollo che mi ha definitivamente convinto a diventare vegetariano. Nel 1965 ero ospite in una Guest House del Governo, nell’India del Sud. La mia stanza affacciava direttamente sulle cucine di fronte. Un giorno mi è capitato di assistere al massacro di un pollo, e ciò mi ha indotto a diventare vegetariano.

    I tibetani non sono normalmente vegetariani, perché in Tibet c’è scarsità di verdure, e la carne costituisce in gran parte l’alimento principale. Si considerava, tuttavia, più etico consumare la carne di animali grandi, come gli yak, piuttosto che di quelli piccoli, per limitare il numero di animali abbattuti. Per questa ragione, il consumo di carne o pesce era raro; di fatto, si allevavano i polli esclusivamente per la produzione di uova, e non come cibo, e persino il consumare uova era raro, poiché si riteneva che esse indebolissero l’intelligenza e la memoria. Il consumo della carne di pollo si è diffuso solo con l’arrivo dei comunisti cinesi.

    Oggi, quando vedo una fila di polli spennati che pendono dai ganci delle macellerie provo dolore. Trovo inaccettabile che la violenza costituisca la base di alcune delle nostre abitudini alimentari. Quando percorro in macchina le città vicine al luogo in cui vivo in India vedo migliaia di polli ingabbiati, pronti per essere uccisi. Li vedo e mi rattristo, poiché al caldo non hanno la protezione dell’ombra, e al freddo non hanno un riparo dal vento. Questi poveri polli sono trattati come se fossero semplici vegetali.

    In Tibet è usanza comune comprare animali dal macellaio e poi salvar loro la vita liberandoli. Molti tibetani, persino in esilio, continuano questa usanza, laddove è praticamente possibile. E’ pertanto naturale per me sostenere chi oggi protesta contro l’introduzione del consumo e della produzione di cibo industriale in Tibet, che perpetuerà la sofferenza di migliaia di polli.



    Cordialmente
    Sua Santità Tenzin Gyatso,
    XIV Dalai Lama

    Note:

    Traduzione per Peacelink a cura di Raffaella Malandrino

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