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    Diritti degli uomini e diritti degli animali

    23 agosto 2004 - Valeria Anastasio


    L’intelligenza e la capacità di soffrire degli animali costituiscono un dato certo della scienza moderna.

    Nonostante ciò, adoperiamo gli animali alla stregua di oggetti e non ci sembra strano infliggere loro atroci sofferenze per ricavarne benefici. Possiamo farlo? Tecnicamente si, ma moralmente forse no. Essere materialmente in grado di compiere un'azione non ci autorizza automaticamente ad eseguirla.

    Questo è il nodo fondamentale dei problemi che sorgono nel rapporto tra l’uomo e gli altri viventi: cosa è lecito fare e cosa non lo è? In nome di quali principi posso decidere il mio comportamento? Quella dei diritti degli animali è una delle grandi sfide dell’etica contemporanea: non si tratta di semplice benevolenza o di amore per gli animali, ma, come sostiene il filosofo australiano Peter Singer e, prima di lui, Arthur Schopenhnauer, si tratta di “richiesta di giustizia”.

    E’ errato ritenere che chi s’interessa di ciò sia “amico degli animali”. Questa definizione ne ricorda tanto un’altra, “amico dei negri”, con cui i razzisti designavano chi s’impegnava nella lotta contro la discriminazione razziale.

    E’ lecito usare gli animali per fabbricare borsette, cinture, indumenti di seta? Quanti sanno che il baco è ucciso nel forno a microonde, affinché non spezzi il prezioso filo? E’ lecito testare sugli animali i cosmetici e le creme che ci fanno sembrare più belli? E’ lecito bollire viva un’aragosta per avere una polpa più tenera?

    Oggi gli animali della cui carne ci cibiamo vivono una vita che non può nemmeno essere definita vita, privati della luce, dello spazio, del movimento, di un cibo naturale, trasportati come pacchi ed alterati perfino nelle tecniche di riproduzione.

    C’è una lunga “lista degli orrori” che l’opinione pubblica non conosce e non vuole conoscere celati dietro la facciata del nostro consumismo edonistico!

    Ci sembra “normale” riservare agli animali con cui condividiamo la vita su questo pianeta un trattamento che non riserveremmo al peggiore dei malfattori. Perché? In nome di quale principio etico operiamo una simile scissione?

    Fin dall’antichità gli uomini hanno commesso l’errore di ritenere portatore di diritti solo gli appartenenti alla loro comunità. Per i greci gli stranieri erano “barbari”, in quanto la loro lingua suonava come un “bar-bar” incomprensibile. Anche oggi riteniamo gli animali diversi, perché non “parlano” come noi, ma quanto capisce del loro mondo chi ne studia il linguaggio! Il nostro non è l’unico modo di esprimerci e la ragione, di cui tanto ci vantiamo, deve servirci anche a capire che esistono linguaggi non umani. Gli animali sono considerati ancora come cose (“res”, nel diritto romano, erano schiavi ed animali).

    La scienza medica si serve e si è servita degli animali, e prima ancora degli schiavi, per aumentare la sua conoscenza. Oggi si discute sulla liceità di ciò. Da più parti si richiede una legislazione più attenta, e, soprattutto, efficaci controlli, per tutelare quella moltitudine di inermi che ogni giorno vengono sacrificati nella ricerca scientifica.

    Si richiede l’incremento di tecniche sostitutive dell’animale da laboratorio e, soprattutto, un’adeguata pubblicizzazione degli esperimenti effettuati, per ridurli al minimo e fornirne i risultati a chiunque ne sia interessato, senza sacrificare altri animali.

    Si discute anche di vegetarianesimo, di caccia, di circhi, di pellicce… Sono tutti gli argomenti da approfondire.

    Quale regola seguire nella nostra vita quotidiana? Forse basta cominciare da poco, senza estremizzazione né fanatismi: una pietanza di carne in meno, un paio di scarpe risuolate, una borsa di plastica, un cosmetico non testato su animali. E cosa si ottiene? Poco e molto. Ogni nostra scelta in tal senso ci può portare a questa riflessione: è uno in meno che soffre. Come inizio credo che vada bene.


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