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L'ingresso della Difesa Popolare Nonviolenta (DPN) nella legislazione italiana

1. Aldo Capitini profeta della DPN
2. Dai maestri della nonviolenza alla costruzione del SC come inizio di una DPN
3. Dalla DPN movimentista all'obiettivo della DPN istituzionale
4. Il cammino giuridico della DPN in Italia
5. Un bilancio politico di una lunga lotta nonviolenta
6. La contromossa: la sospensione della leva
7. Il difficile rapporto dell'esercito professionale con la difesa alternativa
8. L'opposizione crescente alla sbagliata difesa nucleare
9. La possibilità di collaborazione tra i militari e i nonviolenti per una difesa comune
10. Le proposte
12 ottobre 2005 - Antonino Drago

--- 1. Aldo Capitini profeta della DPN ---

Nel lontano 1968, poco prima della scomparsa, Capitini scriveva un importante articolo su Azione Nonviolenta (giugno-luglio 1968) dal titolo "Difesa e nonviolenza", dove si proponeva la difesa popolare nonviolenta come soluzione al problema della difesa istituzionale. E' la prima presentazione ragionata di questo tema in Italia.

"La crescente trasformazione della nonviolenza in un piano di attività costanti e convergenti, destinate a costruire nuove realtà e nuove coscienze, si vede non solo nei grandi fatti della società, ma anche in quegli aspetti del mondo quotidiano, che pur sono così importanti per il cambiamento del costume. Perché oramai alcuni punti sono chiari: le armi nucleari, specialmente nella loro utilizzazione missilistica, impongono un diverso modo di considerare i rapporti tra le grandi potenze...; la possibilità di rivoluzioni violente all'interno degli Stati va diminuendo... [e molte persone] si vengono... concentrando per una permanente rivoluzione nonviolenta...
Ma vediamo quanto ci si aggiorna per il concetto di difesa.
[Dopo aver discusso il tema "La legittima difesa" dal punto di vista nonviolento, Capitini passa al tema]
"La difesa della Patria
Ma c'è un'azione da compiere per sostituire vecchi modi di pensare, che nel dramma di tutto il passato storico dell'umanità, sono stati generatori inesauribili di violenze. Si richiede oggi un esame oggettivo dell'espressione "difesa della Patria". Nella mente dei più essa è connessa con due idee: che la difesa non possa essere che con le armi; che la patria sia l'insieme delle cose e delle strutture politico-sociali nelle quali uno vive.
La prima idea è quella che oggi viene discussa da alcuni:
1) Nel senso critico: come è possibile difendere adeguatamente dalle armi nucleari... il territorio della patria?...
2) Nel senso costruttivo: ... Il metodo nonviolento è in grado di organizzare, nei più minuti particolari, una resistenza nonviolenta, sulla base della noncollaborazione e del rendere molto difficile l'azione bellica dei nemici; che finisce di essere una difesa ancora più risoluta e tenace di quella dei militari... E quel termine "sacro" dovere,... quanto più opportunamente sarà usabile per una difesa, quella nonviolenta, che potrà avere nel suo fronte Cristo e Francesco, che di "sacro" si intendevano. Si capisce che la strategia della difesa della patria richiede un addestramento lungo, un'attrezzatura di materiali, una mobilitazione organica.
Un altro vantaggio della strategia della difesa nonviolenta è di rendere evidente che l'assoluto che viene difeso non è tanto un territorio, quanto una patria universale... Questo vuol dire che l'idea stessa di patria viene ad arricchirsi di ideali e ragioni di vita universali.
[Dopo aver riportato l'art. 52 della Costituzione, conclude:] Vi è dunque, una distinzione tra la difesa della patria [detta nel primo comma], che non è prevista come necessariamente armata, e il servizio militare [detto nel secondo comma], per il quale la "legge" che [come nonviolenti] si auspica potrebbe stabilire l'obiezione di coscienza, e un servizio alternativo non armato, come "limite" [al servizio militare; quindi come uno dei "limiti" previsti dall'art. 52]. Ma ciò che qui importa è di non connettere indissolubilmente l'idea di difesa con l'idea del servizio armato: non lo permette la Costituzione, e tanto meno lo sviluppo dell'idea stessa della difesa.
In conclusione:
... 4) l'attività della nonviolenza può attuarsi come "difesa" della patria mediante un'organica ed efficiente strategia di difesa nonviolenta, oltre che in altri modi di alta tensione etica e sociale, che sono anche essi una "difesa" della patria nel quadro dell'umanità..."

Un mese dopo, agosto 1968, la gente di Praga si difendeva "a mani nude" dalla invasione dei carri armati russi. Per la prima volta gli occidentali si accorsero che la difesa popolare nonviolenta era possibile anche in Europa ed aveva addirittura la capacità di combattere ad armi pari un potere militare tecnologicamente avanzato che nello stesso tempo era un potere politico che sembrava inattaccabile.
Vent'anni dopo, nel 1989, le popolazioni dei Paesi dell'Europa dell'Est si difendevano con delle lotte nonviolente da regimi autoritari come pochi altri nella storia; e riuscivano a scalzarli. In più dimostravano che il loro territorio, che sarebbe stato distrutto da una difesa nucleare, veniva preservato dalla difesa nonviolenta, così come Capitini aveva sostenuto.
Pochi anni dopo, nel 1992, il Segr. Gen. ONU, Ghali, ha lanciato il programma Agenda per la pace, il quale riconosceva una capacità di difesa della pace ai peacekeepers civili e ai peacebuilders civili.
Trent'anni dopo Capitini, nel 1998, il Parlamento italiano approvava una legge (la n. 230) che per la prima volta all'art. 8 lett. e) programmava una "difesa civile non armata e nonviolenta" da parte dello Stato.

--- 2. Dai maestri della nonviolenza alla costruzione del SC come inizio di una DPN ---

In Italia quella legge era stata preparata e sostenuta politicamente da almeno tre gruppi sociali: i numerosi maestri della nonviolenza italiani, gli obiettori di coscienza che prestavano il servizio civile (SC) e gli aderenti alla Campagna nazionale di disobbedienza civile, quella di obiezione alle spese militari per la difesa popolare nonviolenta (OSM-DPN).
In Italia, oltre Capitini, molti sono stati i maestri della nonviolenza: Lanza del Vasto, Dolci, La Pira, Don Zeno, Don Milani, Don Tonino Bello. Essi hanno formato gli italiani a questo metodo come non è avvenuto in alcun altro Paese europeo. In più i maestri italiani (a differenza di quel che si è fatto in Occidente) non hanno separato l'etica dalla politica nonviolenta; per cui hanno inteso e insegnato una nonviolenza politica innanzitutto come una testimonianza, che poi si allarga all'intervento di trasformazione sociale. Questo atteggiamento etico ha inciso sulle coscienze degli italiani, ben più che l'atteggiamento tattico, di presentare la nonviolenza come insieme di sole tecniche.
Con questo atteggiamento etico è stata affrontata la prima questione che ad un nonviolento poneva la società di un Paese occidentale, il quale ha una lunga tradizione militarista, autoritaria al suo interno e colonialista all'esterno: rifiutando il nonviolento le armi e quindi l'esercito (quale massima espressione sociale dell'autoritarismo violento), deve essere declassato (fedina penale sporca), o può avere gli stessi diritti di ogni altro cittadino? Questa domanda in effetti si riferiva al fondamentale patto costituzionale: questo patto può essere stipulato da coloro che non accettano la difesa collettiva così come la si fa normalmente, preventivando l'uso delle armi?
Alla grande influenza dei maestri della nonviolenza è dovuto il fatto che in Italia questa lotta per il riconoscimento giuridico dell'obiezione di coscienza non è caduta nell'individualismo anarcoide e antistatale. Mentre alcuni (anarchici, individualisti) evitavano di scontrarsi con la leva militare, sottraendosi ad essa in vari modi, i nonviolenti hanno avuto fiducia che la giurisprudenza fosse migliorabile ed hanno aperto una lotta per essere riconosciuti come cittadini veri, nonostante il loro rifiuto della struttura militare.
Davanti allo Stato, gli obiettori (a differenza di frange estremiste) si sono posti come gruppo solidale che voleva sottostare coscienziosamente alla pena che la legge infliggeva loro; e, secondo l'insegnamento gandhiano (che prevede che una regola disobbedita in coscienza, va ricostruita al meglio) il gruppo era disposto a sostituire il servizio militare con un SC impegnato nel sociale. Dal punto di vista politico, la lotta era tra uno strapotere militare e dall'altra la sola forza della nonviolenza, quasi sconosciuta in Occidente. Era una lotta sociale e politica impari, simile a quella lotta che vuole condurre in tempo di guerra chi vuole sostenere una DPN: una lotta di un gruppo di nonviolenti che vuole affrontare senza armi un esercito.
Eppure dopo poco più di due decenni, gli obiettori hanno ottenuto la legge 772/1972, che ammetteva come cittadino l'obiettore di coscienza, pur dandogli da svolgere un SC più lungo di quello militare.
Nell'attuare questa legge lo Stato aveva promesso (art. 5 comma 3) un SC nazionale; ma non l'ha istituito. Il Ministero della Difesa ha cercato di inviare gli obiettori a Passo Corese presso la Difesa Civile istituita per accordi Nato; ma gli obiettori hanno rifiutato questo sostituto paramilitare del SC. Allora il Ministero ha lasciato loro piena autonomia, forse facendo conto che gli obiettori, senza sostegno di ampie organizzazioni, si sarebbero dispersi e fatti male da soli.
Ma gli obiettori (almeno in parte) hanno progettato con decisione di costruire la novità sociale del SC, pur non avendo sostegni esterni, oltre quello dei piccolissimi gruppi dei nonviolenti. Partivano da zero anche politicamente, perché nessun gruppo politico dava fiducia a tale impresa; anzi, i radicali, che negli ultimi anni li avevano accompagnati nella lotta per ottenere la legge sull'obiezione di coscienza, li spingevano a rifiutare il SC, visto da loro come una imposizione illiberale; e non essendo seguiti dagli obiettori, nel 1978 hanno "sfederato" la Lega Obiettori di Coscienza che stava organizzando il SC. Si può dire che gli obiettori hanno cominciato a lavorare per il SC in condizioni simili a chi organizza una resistenza in una società sconfitta da un oppressore straniero.
Sin dall'inizio del SC gli obiettori hanno svolto attività esemplari: contro la nocività in fabbrica, per la apertura degli ospedali psichiatrici, lavoro di quartiere, valorizzazione di chi sceglieva di vivere in campagna, mercatini città-campagna, promozione delle energie alternative, ecc.. Certo, non tutti gli obiettori (110 mila nel 2001) erano convinti di ciò; ma ciò era da imputare in gran parte al Ministero della Difesa, che, avendo tutta la gestione del SC, la portava avanti malvolentieri; tanto che non ha dato agli obiettori tutto il finanziamento che competeva ad un militare di leva (cioè il finanziamento per: equipaggiamento, formazione, vestizione, missioni), ha interrotto la attività di formazione al SC che nei primi anni aveva ammesso, ha mantenuto segreto l'elenco degli Enti di SC ed ha frapposto difficoltà burocratiche incomprensibili (circolari poco valide) ; soprattutto, ha sempre favorito la "obiezione alla caserma", invece della "obiezione alla guerra".
In questo regime di restrizioni supplementari e di difficoltà amministrativa, l'importante è stato, per gli obiettori e per la società italiana, che un numero consistente di obiettori ha dato l'esempio positivo, realizzando un'esperienza nuova. Dal 1980 il maggiore esempio è stato quello degli obiettori della Caritas Italiana. Questo Ente ne aveva più di ogni altro Ente; e a sue spese ne organizzava la formazione, anche sulla DPN.
Se per qualcuno il SC doveva costituire la prova della lealtà civica di questi "strani" cittadini, la prova è stata sicuramente superata; anzi, essi hanno guadagnato anche la solidarietà politica di molti Enti di SC e, in generale, la simpatia della popolazione.
Dopo trent'anni dalla legge istitutiva, la azione nella società degli obiettori di coscienza (circa 800.000 cumulativamente) e degli Enti di SC che si sono schierati con loro, è risultata così efficace, che il SC è diventato una necessità dell'organizzazione sociale ed ha costituito un nuovo spazio politico. Quindi è per interesse dello Stato stesso che, in previsione della sospensione della leva, lo si è continuato al di là della legge sull'obiezione di coscienza: nel 2001 è stata approvata la legge n. 64, che ha iniziato un SC, che non è più legato alla obiezione di coscienza, ma è volontario, per tutte le giovani e anche per i giovani riformati dal servizio militare. Esso è salito subito a 30.000 SC.isti. Dal 2005, sospesa la leva, questo nuovo SC è stato aperto a tutti i giovani, dai 18 ai 28 anni.
I piccoli gruppi dei nonviolenti proponevano la DPN come l'obiettivo politico ultimo del SC degli obiettori. Questa ha ricevuto un forte sostegno da molti obiettori e dagli Enti più impegnati, che hanno o favorito o accolto la loro proposta politica. La formazione degli obiettori forniva la occasione per la riproposizione della tematica DPN e del suo approfondimento teorico; la attività di SC degli obiettori realizzava quella che è la premessa della DPN, la solidarietà in mezzo alla popolazione. Si tenga conto che tutto ciò è avvenuto senza l'aiuto di alcun Partito (ma solo di alcuni deputati di centro o di sinistra).

--- 3. Dalla DPN movimentista all'obiettivo della DPN istituzionale ---

Nel 1982, dopo la lotta (allora apparentemente infruttuosa) contro i missili a Comiso, i piccoli gruppi dei nonviolenti DPN sono andati oltre la sola azione di difesa dal militarismo; hanno lanciato la proposta politica di introdurre nello Stato una componente difensiva alternativa a quella armata. Su questo obiettivo hanno lanciato una Campagna nazionale di disobbedienza civile, la Campagna per l'obiezione alle spese militari per la DPN (OSM-DPN).
A questo nuovo tipo di disobbedienza civile partecipavano non solo dei giovani, appena affacciatisi alla società, ma degli adulti pienamente inseriti in ruoli sociali; e per la prima volta partecipavano le donne. La loro pressione politica era più forte di quella di una obiezione personale di coscienza e di quella dell'attivismo nel sociale del SC; era la pressione per il cambiamento della struttura della difesa nazionale in senso nonviolento, affinché lo Stato istituisse la DPN nella difesa nazionale; in concreto: 1) la riforma della legge per l'obiezione, con il riconoscimento a domanda dell'obiettore di coscienza, che potesse svolgere il SC anche in missioni di pace all'estero; 2) l'inizio di una alternativa strutturale alla difesa tradizionale, solo distruttiva; cioè, una prima istituzione statale di DPN; 3) la opzione fiscale, cioè la possibilità per il contribuente di destinare le sue tasse alla difesa alternativa, invece che a quella armata.
La Campagna ha sùbito avuto un seguito molto più ampio (400 aderenti) del totale degli iscritti ai piccoli gruppi nonviolenti; è poi arrivata fino a 10 mila aderenti (in un Paese di contribuenti che si nascondono al fisco perché solitamente evasori!). In un mondo istituzionale ostile e contro un potere pressoché assoluto come quello militare, la Campagna ha cercato di costruire dal basso le novità sociali desiderate, come strutture-ombra di quelle future. Ogni anno le tasse negate allo Stato sono state cumulate in un fondo nazionale, che, anticipando gli obiettivi della Campagna serviva a promuovere studi e convegni sulla DPN, sostenere iniziative dal basso per la DPN e per un nuovo modello di sviluppo, ecc.. Questa campagna di obiezione fiscale è sttaa capace di tenere unite tutte le associazioni italiane per la pace, per più di quindici anni; è stata considerata la più forte tra le tante che esistono nei vari Paesi del mondo.
Nel movimento italiano per la pace alcuni gruppi (ad es., i Centri sociali) hanno lottato contro le basi militari USA in Italia; altri (ad es., Pax Christi) si sono impegnati per il disarmo, il controllo del commercio delle armi e la riconversione delle industrie belliche; altri hanno chiesto la smilitarizzazione dell'Europa; altri (ad es., Mov. Nonviolento) hanno premuto affinché l'Unione Europea costituisse un Corpo civile di Pace; altri (ad es., EE.LL. e sindacati) si sono dedicati a richiedere la riforma dell'ONU. Rispetto a queste politiche di base per la Pace, quella di proporre la DPN istituzionale è risultata una politica particolarmente forte, perché ha avuto un'ampia base sociale negli obiettori di coscienza ed era sostenuta dalla forte pressione politica della Campagna nazionale di disobbedienza civile.

--- 4. Il cammino giuridico della DPN in Italia ---

I nonviolenti italiani hanno recepito anche la lezione di Capitini di avere fiducia nella democrazia. Infatti essi, per avanzare la proposta della DPN istituzionale, hanno agito come gruppo di base che democraticamente propone una innovazione di interesse pubblico, quindi da far approvare dal Parlamento; inoltre hanno chiarito pubblicamente la proposta: sin dal primo convegno sulla DPN (Verona 1979) hanno lanciato un primo progetto di legge per la DPN in Italia; poi nel 1989 l'on. L. Guerzoni ha presentato in Parlamento un preciso progetto di legge, sottoscritto da 80 deputati.
Questa strategia è stata differente da quella usualmente seguita dai nonviolenti di altri Paesi d'Europa, laddove essi hanno cercato piuttosto il rapporto diretto con i militari, per ottenere qualche concessione all'interno del settore difesa (ovviamente non per legge): finanziamenti, accesso alle istituzioni, collaborazioni, ecc..
Le suddette spinte della base dei decenni passati hanno fatto nascere in Italia una rivoluzione giuridica sul tema della difesa. Grazie anche all'art. 11 della Costituzione italiana ("L'Italia ripudia la guerra...") e all'art. 52 (letto, come abbiamo visto che faceva Capitini, staccando l'obbligo del servizio di leva, che è contingente per le particolari situazioni, dal dovere della difesa collettiva, che è universale e sempre valido) la Corte Costituzionale ha emesso varie sentenze (dalla n. 164/1985 alla n. 228/2004). Queste hanno sancito il diritto degli italiani alla libertà di difesa collettiva. Anzi, queste sentenze hanno dichiarato equivalenti la difesa collettiva della Patria senza armi (a incominciare dalla attività del SC) e quella con le armi. Sono tuttora le prime dichiarazioni statali del genere nel mondo.
Su questa base è stata ottenuta la legge 230/1998 (di riforma della obiezione di coscienza), la quale ha istituito l'Ufficio Nazionale per il SC (UNSC), separato dal Ministero della Difesa perché dipende solo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Esso ha il compito (art. 8, e)) di effettuare una
"istruzione e sperimentazione di una difesa civile non armata e nonviolenta" (DCNANV, il nome giuridico della DPN istituzionale).
Si noti che per la prima volta nel mondo una legge ha usato la parola "nonviolenta".
Già allora si poteva affermare che con l'UNSC era nata la prima istituzione della difesa alternativa. Ma il fatto che il governo non era simpatetico a questo obiettivo (tanto da forzare la gestione dell'UNSC alla sola sopravvivenza del SC) non permetteva di slanciarsi in affermazioni impegnative di questo tipo. Inoltre la legge aveva lasciato nell'ambiguità se il SC fosse già DPN (anche se la Corte Costituzionale lo aveva affermato).
Un passo avanti decisivo lo si è avuto quando nel 2001 è stata approvata la legge n. 64, sul nuovo SC, di tipo volontario; il suo art. 1 lett a) stabilisce che la prima finalità del SC è:
"concorrere, in alternativa la servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed azioni non militari".
Dopo tutto ciò il governo doveva passare ai fatti. Finalmente, dopo altri tre anni, il 18 febbraio 2004 un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ha istituito un Comitato specifico per la DCNANV. La composizione era accettabile: su 16 persone, solo 6 istituzionali (dei quali due delle FF.AA. e uno degli Min. Interni). Esso ha compiti consultivi e propositivi verso l'UNSC (ora diretto dall'Ing. Palombi ed assistito per legge da una Consulta degli Enti di SC, il cui presidente è Licio Palazzini dell'Arci).
Il Comitato può contare su un finanziamento di 400 mila euro l'anno. Certo, il bilancio del Ministero della Difesa è ben di più: nel 2005, 20 miliardi di euro; rispetto a questa cifra, l'UNSC riceve (quest'anno in cui ha raddoppiato la sua dotazione) appena l'1%; e a sua volta la dotazione per la DCNANV rispetto alla cifra dell'UNSC è circa lo 0,15%. E' tutto molto poco. Ma per l'inizio della DPN questa somma non è affatto da disprezzare, né da far scoraggiare; anche perché oggi non è banale saperla spendere intelligentemente.
Tutto ciò ha iniziato una DPN istituita dallo Stato; e quindi ha iniziato un processo, detto di transarmo, nel quale le due ipotesi principali di difesa nazionale convivono democraticamente come due istituzioni diverse, ma ambedue in funzione della difesa del medesimo Paese (fino ad una futura decisione sul miglior sistema da mantenere).

--- 5. Un bilancio politico di una lunga lotta nonviolenta ---

A questo punto possiamo compiere un bilancio della Campagna nazionale OSM-DPN. Dopo più di vent'anni, i suoi obiettivi iniziali sono stati raggiunti quasi completamente: il primo, con la legge 230 del 1998; il secondo, con la costituzione dell'UNSC, separato dal Ministero della Difesa, e la istituzione del Comitato DCNANV; il terzo è stato ben approssimato dalla possibilità di un contributo volontario per la voce del bilancio dell'UNSC per la DPN.
Tra gli aderenti alla Campagna, i nonviolenti hanno vinto una lotta, lunga e molto qualificante, per entrare nella società italiana a pieno titolo. Essi avevano iniziato a farsi riconoscere come cittadini in senso pieno (riconoscimento giuridico della obiezione di coscienza). Inoltre, costruendo il SC, si erano dimostrati dei cittadini propositivi: hanno fondato quella "cittadinanza attiva", che oggi viene proposta come il massimo ideale a tutta la gioventù europea. Inoltre essi sono stati dei cittadini esemplari per la politica democratica del Paese: hanno portato avanti una loro proposta politica (la DPN) nelle dovute forme legali e presso gli organismi democratici preposti (innanzitutto il Parlamento). Il riconoscimento giuridico della DPN (attraverso l'UNSC e il Comitato) li ha accettati come gruppo politico.
Questo è il punto di arrivo di una precisa progressione del loro fare politica: partiti dalla singola obiezione politica, poi sono passati alla politica della obiezione (obiezione collettiva), poi alla politica della pressione parlamentare (riconoscimento giuridico), poi a quella della proposta sociale (SC, DPN). Infine essi sono stati capaci di introdurre il loro progetto politico qualificante nella legislazione italiana, nonostante la sua grande novità storica; e finalmente sono passati alla politica della gestione (Comitato DCNANV) di un settore, sia pur piccolo, della vita pubblica.
Tra tutte le strategie politiche del movimento italiano per la Pace, questa strategia, che puntava sulla DPN, è una delle due strategie che è riuscita a realizzare i suoi obiettivi iniziali (l'altra è quella contro il commercio delle armi; per alcuni anni ha ottenuto una legge migliorativa). Esse per la prima volta hanno qualificato la politica all'intero movimento per la Pace, mediante concrete alternative istituzionali.
La DCNANV italiana è anche una grande novità internazionale: è la prima volta nel mondo che una legge introduce nella struttura dello Stato una difesa nonviolenta istituzionale. Chi in Italia opera per la pace si può ben gloriare di questa novità.

--- 6. La contromossa: la sospensione della leva ---

Ma le vittorie dei nonviolenti italiani hanno fatto incontrare non solo la resistenza delle istituzioni, ma anche le loro contromosse al livello più altro. Tra queste istituzioni, certamente ha avuto un ruolo centrale quella dei militari (intendendo con essa il complesso militare-industriale e la sua lobby parlamentare).
Dall'inizio del SC (1974) ogni anno i giovani che sceglievano questo servizio al posto del servizio militare, realizzavano implicitamente un referendum sul tipo di difesa, se armata o non armata; questo referendum risultava sempre più negativo per i militari. Quando poi gli obiettori hanno incominciato a rappresentare l'esigenza di un'altra difesa, non solo indirettamente attraverso il grande numero di obiettori, ma anche direttamente attraverso una precisa legge (la n. 230/98 ), allora i militari hanno trovato l'accordo con il Governo per promulgare una legge che sospendeva il servizio di leva (comma 1 dell'art. 7 del Decreto legislativo n. 215 del 2001), e che così faceva passare l'esercito a quello solo professionale.
A tutti i costituzionalisti è chiaro che questa legge non è nemmeno un escamotage, è una legge incostituzionale; perché la Costituzione non prevede affatto la sospensione della leva.
Il primo risultato politico di questa legge è stato l'aver fatto scomparire dalla visibilità sociale gli avversari politici, cioè la popolazione degli obiettori. e quindi il sostegno e la base sociale per la difesa alternativa, appena legiferata.
Questo fatto è grave anche perché all'interno della Costituzione gli obiettori sono concittadini dei militari; essi, sostenuti dalla Corte Costituzionale, avevano semplicemente sollevato il problema politico di come difendere il Paese. I militari e i politici, rispondendo con la sospensione della leva (che ha fatto scomparire gli obiettori ed ha deresponsabilizzato la popolazione sul tema difesa), hanno scelto di sfuggire ad una novità storica che fa parte del patto costituivo dello Stato.
Ma ciò non è successo impunemente. Perché quella legge ha avuto altre gravi conseguenze di tipo difensivo e sociale, che attualmente pesano su tutta la popolazione.
Affinché nel 2001 la popolazione italiana accettasse una tale azzardata interpretazione delle responsabilità costituzionali di una difesa generale, la sospensione della leva è stata presentata come un ammodernamento delle FF.AA. secondo le nuove tecnologie belliche, tali che si potevano lasciare a casa i giovani di leva. In più, la stampa ha volutamente travisato, senza smentite autorevoli, quella legge come "abolizione della leva" (il che per la Costituzione italiana è proprio impossibile). Così la popolazione è stata indotta ad accogliere quella decisione come il distacco definitivo della società civile dai militari (quasi che questi venissero confinati in un ghetto e la guerra venisse allontanata definitivamente dall'Italia); e quindi come il suo essere ormai esonerata da ogni forma di difesa nazionale (salvo coloro che la vogliano fare come proprio lavoro).
Il costo sociale allora è stato il disimpegno per la difesa nazionale, tanto che oggi in Italia c'è una gioventù imbelle, che non sa sacrificarsi per la difesa collettiva (né per quella militare né per quella alternativa). Il che, oltre tutto, va anche contro ciascun militare; anche lui ha una famiglia e dei parenti; egli dovrebbe chiedersi chi proteggerà questi suoi familiari.
Qui c'è una grande responsabilità politica. E' vero che al momento della decisione anche gli obiettori, gli Enti di SC e i nonviolenti erano divisi; in una parte che voleva la sospensione della leva, perché la intendeva come la liberazione della società civile dall'esercito e quindi (illusoriamente) come l'anticamera dell'abolizione dell'esercito armato; ed una parte (Caritas e mondo cattolico; e in quel tempo anche l'Arci) che voleva mantenere la obbligatorietà della leva, e che anzi, dato che ormai si poteva scegliere tra servizio militare e quello civile, proponeva il servizio di leva anche per le giovani.
Ma la principale responsabilità della incostituzionale sospensione della leva è da attribuire ad una parte dei politici ed ai militari; cioè, proprio ai due attori politici nazionali che dovrebbero difendere e proteggere per primi la Costituzione, come pure la solidità della popolazione. Tra i partiti, quelli della sinistra hanno avuto un ruolo cruciale a favore della sospensione della leva. La mossa decisiva è stata compiuta nel 1999 dal governo D'Alema (quello stesso governo che si insediò per compiere "responsabilmente" la guerra in Kosovo).

--- 7. Il difficile rapporto dell'esercito professionale con la difesa alternativa ---

Inoltre la ulteriore decisione dei militari è stata quella di premere, pubblicamente e a lungo (dal 1990), per ottenere la loro (costosa) riforma della difesa armata, secondo un particolare "Nuovo Modello di difesa" che centralmente prevedeva l'esercito solo prefessionale.
Questo tipo di riforma innanzitutto va contro ciò che a prima vista dice l'articolo 11 della nostra Costituzione. Infatti nel quadro mondiale del dopo 1989 la difesa italiana non è più ristretta alla "linea di Gorizia"; un attacco all'Italia può avvenire ad esempio dal mare, lungo una costa che è lunga varie migliaia di km. Per difendere questa costa con la strategia della risposta armata occorrerebbe che l'esercito professionale fosse ben più numeroso dell'attuale; il che però richiederebbe costi esorbitanti. Allora, pur di passare comunque ad un esercito professionale ci si è accontentati dell'attuale esercito ridotto; che allora però sa intervenire solo preventivamente, cercando di combattere ovunque nel mondo quello che venga indicato come "nemico" da un giudizio nostro (o degli USA: oggi i "Paesi canaglia" del terrorismo internazionale); cioè con una strategia di attacco; proprio quella strategia che è esclusa con precisione dall'art. 11 della Costituzione. Questo fatto crea una ferita nella Costituzione italiana, con conseguenze politiche negative per l'unità e la solidarietà della popolazione.
Inoltre questo esercito professionale del Nuovo Modello di difesa è talmente slanciato nella funzione extraterritoriale che non assolve il compito della difesa diretta della popolazione italiana, perché:
1) per la ragione detta in precedenza, non si prepara a difendere l'Italia da attacchi dal mare (e neanche da scontri con i Paesi al confine delle Alpi: stavano per abolire gli Alpini).
2) lascia sola la popolazione italiana anche nel caso di atti terroristici, contro i quali non ha i mezzi tecnici per intervenire; tanto meno sa difendere le grandi città italiane (Milano) e ancor meno le città artistiche (Firenze), che sono patrimoni della cultura mondiale.
3) lascia la popolazione italiana priva di un Corpo nazionale di Protezione Civile, che dovrebbe essere composto da centinaia di migliaia di persone (così come è in Francia, in Austria e in Svizzera); oggi non abbiamo nemmeno un sottosegretariato alla PC. Nel passato, quando è accaduta una catastrofe naturale, il governo ha improvvisato un intervento specifico, utilizzando i militari di leva, trasformati per l'occasione in lavoratori civili. Ma adesso questa trasformazione non è più possibile; nel nuovo esercito i professionisti non vogliono fare, ad esempio, gli spalatori. Cosicché da alcuni anni la popolazione è del tutto sguarnita rispetto alle calamità naturali (per grande fortuna, nel frattempo non ce ne sono state).
4) ignora l'apporto possibile del movimento per quella nuova difesa che è sorta dalla società italiana. Il loro Nuovo modello di difesa ignora la difesa non armata; né si è mai proposto di aggiornarlo per tenere conto di quanto stabilisce la legge n. 230/98 sulla DPN. Né si è aperto un dialogo pubblico con i sostenitori della novità, la DPN, che in Italia hanno compiuto tutte le azioni democratiche (le sentenze della Corte C. e le leggi approvate in Parlamento) necessarie per far riconoscere come valido il loro obiettivo, e che esprimono una esigenza storica (non solo nazionale) e una esigenza popolare.
In definitiva, il costituire una ferrea organizzazione di centinaia di migliaia di persone assieme al dotarsi di armi il più possibile distruttive oggi non è più sufficiente per difendere la popolazione italiana in tutti i casi di un attacco al Paese. Infatti non basta rispondere con le armi ad un uragano, anche qui occorre difendersi senza armi.
Quindi la decisione suddetta (quel NMD) è grave perché ha lasciato un vuoto di iniziativa pubblica nella riforma della difesa nazionale (dei confini nazionali, dal terrorismo, Prot. Civile, nonviolenta, ecc.), che così è rimasta incompleta. L'immagine esterna della difesa oggi è quella di una difesa tecnologica e professionale, ma attorno ad essa il nulla. Per cui nell'opinione pubblica questa immagine fa scomparire ogni altra ipotesi di difesa nazionale; in particolare fa ignorare quella difesa dell'habitat della popolazione, per la quale la società civile dovrebbe essere incoraggiata a non a usare le armi, ma a mettere in atto una solidarietà popolare; quella solidarietà che la inviterebbe alla scelta della DPN nella difesa nazionale.
Dobbiamo concludere che con questa politica per ora i militari hanno cercato di mantenere il loro tradizionale monopolio sulla difesa nazionale ed hanno ottenuto un ampio e tacito consenso a mantenerlo, secondo la loro tradizione: la difesa distruttiva, benché già due leggi abbiano introdotto la difesa alternativa.
Quindi la scelta dei militari di preoccuparsi solo del loro Nuovo Modello di Difesa, di tipo aggressivo e tecnocratico, trascura quella solidarietà che, di fronte alle emergenze, cerca la conciliazione nazionale in vista di uno sforzo unitario.
Come all'inizio del SC, nel 1974, i militari lasciarono soli gli obiettori che si sostituivano allo Stato nel costruire quel SC nazionale, che la legge indicava; così dal 2001 i militari hanno lasciato soli quelli che vogliono costruire una difesa nazionale alternativa, che pure è proposta dalla storia (1989) ed è stata decisa dalla legge; e anzi essi hanno anche lasciato sola la popolazione in vari casi di difesa nazionale.
Questa politica è ancora più grave quando si consideri che non è originale; è del tutto simile a quella scelta dagli USA in ambito internazionale negli ultimi anni. Infatti anche qui una difesa alternativa, composta dai peacekeepers e dai peacebuilders civili, è stata istituita dall'ONU nel 1992. Ma gli USA prima hanno fatto allontanare il promotore, il Segr. gen. Ghali; poi hanno svuotato di importanza la politica ONU ed il diritto internazionale; cioè, hanno cancellato il quadro di riferimento del peacekeeping civile, allo scopo di affidare solo alle tradizionali FF.AA. (degli USA) l'intervento internazionale; che, chiamato intervento "di pace", propone una strategia di bombardamenti sulla scena mondiale, nel mentre a New Orleans la protezione civile si fa trovare impreparata per salvare la popolazione (segno preciso di una decadenza storica della difesa collettiva USA). Si può anche pensare che questa politica USA sia stata poi imposta ai Paesi della Nato, dato che quasi tutti hanno compiuto contemporaneamente le stesse riforme sull'esercito (abolizione della leva, esercito solo professionale, struttura di comando omogenea a quella USA).

--- 8. L'opposizione crescente alla sbagliata difesa nucleare ---

Per una maggiore consapevolezza della situazione, allarghiamo lo sguardo prima alla storia e poi alla società tutta. La politica difensiva dei militari segue una secolare tradizione; che è composta da due caratteristiche: la risoluzione dei conflitti con la (minaccia e la) distruzione dell'avversario; e, dai tempi di Napoleone, la scelta della strategia offensiva più quella difensiva; cioè, secondo una politica di potenza. Nell'attuare questa politica, l'esercito aveva ottenuto dallo Stato un potere pressoché assoluto sui cittadini.
Fino a poco tempo fa, non era stato possibile costruire un movimento della società civile contro questa politica. Ora però il quadro sociale è cambiato. Intanto gli obiettori e il gruppo dei seguaci di Tolstoj, Gandhi e Capitini hanno distrutto il carattere assoluto del potere dei militari, introducendo la legalità della obiezione di coscienza.
Inoltre ora anche la cultura popolare è insofferente all'autoritarismo militare. Soprattutto l'autorità morale delle chiese procede verso il distacco dalla tradizionale politica militare. La Chiesa cattolica, con la enciclica Pacem in Terris (1963) si è separata dalla corsa agli armamenti, non vedendola più in maniera positiva. Anzi, ha proclamato fuori della realtà la moderna guerra nucleare, con un giudizio secco: "alienum est a ratione bellum…" (n. 80; "la guerra è al di fuori della ragione"; anche se la traduzione ufficiale in italiano dice solamente "la guerra è irragionevole"). Per risolvere i conflitti internazionali la Chiesa ha proposto di sostenere l'ONU e le organizzazioni internazionali; cioè la diplomazia e gli apparati giuridici internazionali.
Ma soprattutto le religioni hanno compiuto azioni precise grandi atti per cancellare quella che è stata finora una delle maggiori giustificazioni della guerra: "Dio lo vuole!". L'incontro di Assisi del 2002 ha tolto questa giustificazione dalla bocca di Bush.
Inoltre oggi le religioni non vogliono più ripetere gli errori del passato, di combattersi tra loro in nome di Dio (magari dello stesso Dio!); e cercano di risolvere i conflitti tra loro con metodi non distruttivi (cioè senza ricorrere ai militari). Così esse stanno eliminando quello che nella storia dell'Occidente è stato uno dei più grandi motivi di guerra.
Anche la giurisprudenza sta facendo passi impensabili fino ad alcuni decenni fa. Il Tribunale dell'Aia (International Court of Justice, 8/7/1996) ha stabilito che gli strumenti più potenti della strategia militare, gli ordigni nucleari, potrebbero ben essere considerate illegittimi; il che è giusto il passo che precede la messa al bando internazionale di queste armi di distruzione di massa.
La politica di pace, ancorché non rappresentata da vertici istituzionali, è oggi un impegno centrale per il movimento dal basso che cerca un nuovo ordine mondiale; recentemente (febbraio 2003) questo movimento ha saputo qualificarsi come la "seconda superpotenza mondiale".
Infine tutta la gente si chiede come si possa scatenare una disastrosa guerra per trovare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, indicate giustamente come un orrore per l'umanità, e intanto averne tante da riempire enormi arsenali. E soprattutto si chiede come si potrà dare l'ordine di utilizzarle in una prossima guerra. E se non sia criminale obbedire a quell'ordine. Perché per la gente non vale più quanto hanno sempre dichiarato i nazisti e le SS, quando furono processati per stragi e crimini di guerra: che si deve obbedire a qualsiasi ordine; regolarmente si è risposto loro (nel Tribunale di Norimberga, di Gerusalemme e di Roma) che in certi casi è necessario disobbedire. Oggi la gente si aspetta che si obbedisca prima al popolo e poi alle gerarchie.
Tutto ciò dimostra che, contrariamente alle speranze di alcuni militari, gli obiettori non scompariranno; perché ormai è tutta la popolazione che si è allontanata dall'esercito e, posta di fronte alla guerra, chiede casomai un altro tipo di difesa da quella di distruzione di massa.

--- 9. La possibilità di collaborazione tra i militari e i nonviolenti per una difesa comune ---

Perciò la sciagurata sospensione della leva non ha cancellato i problemi, li ha solo rimandati per un po' di tempo. Sarebbe saggio riprenderli subito, in anticipo sul tempo futuro in cui diventeranno inevitabili. A tale scopo i militari e i nonviolenti oggi potrebbero iniziare un dialogo per ridiscutere la politica della difesa nazionale, da attuare eventualmente in comune.
Qui un tema cruciale può ben iniziare il dialogo. La sempre più sviluppata tecnologia bellica sta trascinando i militari (specie quelli USA) a rinnovare il mito della "guerra assoluta"; quella guerra che è condotta come puro automatismo distruttivo che "atterra l'avversario", senza subire vincoli di sorta. Attratti da questa prospettiva tecnocratica, essi non vedono alternative; tanto che a loro sono rimaste incomprensibili le liberazioni del 1989; ci hanno visto solo il crollo di un muro. Per questo motivo oggi essi non 'vedono' la DPN.
Ma lo stesso Clausewitz ammoniva che la natura umana non è mai unidimensionale; e che in realtà, la guerra assoluta non c'è mai stata, se non per caso; sempre c'è la "guerra reale", quella che deve tenere conto dei vincoli che vengono posti dalla società, dalla politica, dalla storia. Oggi, a più di un secolo e mezzo da Clausewitz, la "guerra assoluta" subisce ben più che dei vincoli; subisce una vera e propria alternativa, come quella avvenuta nel 1989; quando tanti popoli, sotto la minaccia della guerra "assoluta" della distruzione nucleare, hanno scelto deliberatamente una difesa nonviolenta; muovendosi all'unisono sono stati capaci di porre termine ad una oppressione mondiale (quella che fu stabilita a Yalta nel 1945) e hanno fatto nascere su scala mondiale una nuova politica di difesa. In quell'anno la frase di Clausewitz, "La guerra [reale] non è altro che la diplomazia con altri mezzi", si è inverata al massimo grado: tutta una guerra mondiale è stata risolta senza armi e mediante la sola diplomazia popolare.
In effetti i militari avvertono che c'è una novità storica, ma la sottovalutano: pensano di poterla assorbire all'interno della loro struttura; la quale così si ingigantisce seguendo un sogno di super-potere. Ecco allora il "monstrum" del militare tecnologico e super-armato che si impegna nelle "missioni di pace"; e che, con il mitragliatore e il carro armato, porta assistenza alla popolazione debilitata. Ecco la inclusione delle donne nelle strutture esasperatamente maschiliste dell'esercito, ecco l'acquisto delle ONG per fungere da puntelli essenziali della strategia delle operazioni belliche; ecco le Accademie militari che danno lauree civili; ed ecco la tifoseria per le operazioni armate della polizia a cui è stata ridotta la capacità d'intervento della società civile, gestita dall'associazione "Libera".
Qui al fine di avviare un dialogo, c'è un primo passo da fare da parte dei militari: uscire dai monologhi autoreferenziali sulla prospettiva di una guerra assoluta di tipo tecnocratico; e riconoscere le liberazioni del 1989 come fatto storico decisivo per la nascita di una difesa alternativa alla tradizionale difesa solo distruttiva; e perciò ripensare in maniera radicalmente nuova, rispetto a quella "assoluta", il servizio della difesa della popolazione.
Per questo ripensamento i militari italiani hanno un grande vantaggio su quelli di ogni altro Paese; essi non debbono inventare novità giuridiche; basta che tengano presente la giurisprudenza italiana che nel frattempo è stata costruita dai nonviolenti sul tema della alternativa istituzionale nella difesa nazionale. Infatti il dialogo può avvenire dentro quel quadro costituzionale e giuridico che già è espresso dall'art. 11 della Costituzione; e che poi è stato sentenziato dalla Corte Costituzionale sin dal 1985 (n. 164); e che infine è stato normato dalle leggi 230/98 e 64/01: il pluralismo nella difesa nazionale.
Allora si vedrebbe bene che c'è una collaborazione tra nonviolenti e militari da attuare subito, per elaborare la novità storica attraverso una nuova pratica istituzionale statale.
Finora la partenza è stata molto timida. Dopo ben sei anni dalla legge 230/98, il Governo ha iniziato una istituzione di difesa alternativa; ma ha scelto l'organismo istituzionale meno impegnativo: non ha organizzato un primo Corpo nazionale di obiettori, né ha fondato una Accademia specifica per la formazione dei SC.isti alla Difesa alternativa. Ha invece istituito un Comitato ministeriale, che può avanzare solamente proposte verso l'UNSC; il quale, se le accetta, poi dovrebbe promuoverle con i suoi impiegati (che per legge non possono essere più di 100, pur dovendo gestire gli attuali 40.000 SC.isti), per poi farle attuare quasi esclusivamente dai giovani del SC.
Per di più oggi, dopo un anno di vita, questo Comitato sembra bloccato da una impasse. Non solo la popolazione generica, ma anche molti Enti di SC hanno inteso la sospensione della leva come abolizione; e quindi come esenzione della società civile dalla difesa nelle guerre; cioè oggi questi Enti concepiscono "privatisticamente" la Patria; essi, come massimo ideale, propongono ai giovani del SC la solidarietà civica di una cittadinanza attiva che non vede alcun conflitto sociale; e che quindi lascia i giovani del tutto impreparati davanti a qualsiasi tipo di conflitto: dalla classica invasione, al terrorismo, alla mafia.
Segnale preciso di questo atteggiamento è la presentazione nel marzo 2003 da parte dell'on. Realacci e di molti altri importanti deputati (sia di destra che di sinistra), del progetto del legge n. 3748, rilanciato nei mesi scorsi anche dall'on. Prodi. Discusso preventivamente con molti Enti di SC, il progetto, ripetendo le finalità dell'art. 1 della legge 64/01 sul SC, cancella proprio la finalità della difesa alternativa.
In questo senso i responsabili diretti della impasse del Comitato sono alcuni Enti di SC; i quali (così come anche qualche giurista sta sostenendo, con inaudite interpretazioni giuridiche ) chiudono il SC nella solidarietà utile ai loro progetti sociali (il che è proprio l'atteggiamento politico contrario a quello che fino a qualche anno fa spingeva questi Enti a chiedere la nuova legge sull'obiezione di coscienza e la DPN). Una politica ideale (quella che gli obiettori di coscienza ha costruito un SC in vista della DPN) è stata attesa al varco istituzionale (la attuazione della l. 64/01) per utilizzarne i risultati in termini di crescita di un settore privato, sia pure specializzato in progetti di promozione sociale.
Questo atteggiamento privatistico e il conseguente blocco del Comitato hanno tolto sostegno alla prospettiva della pluralità delle difese, armata e non armata: molti Enti di SC lasciano che la difesa nazionale resti (contro le leggi approvate) un monopolio dei militari.
Sarà responsabilità anche dei militari (che, si noti, sono presenti anche nel Comitato DCNANV) se la prospettiva di un nuovo tipo di difesa nazionale verrà assorbita negli interessi privatistici degli Enti di SC, in accordo con la politica dei militari di mantenere il monopolio della difesa nazionale. In definitiva qui il Paese legale, regolato da un patto costituzionale tra uguali, sembra cedere il passo al paese reale, che è regolato dai gruppi di potere, tra i quali quello degli Enti di SC e quello dei militari hanno un ruolo determinante.

--- 10. Le proposte ---

Per contrastare questa tendenza privatistica e gli effetti deleteri della sciagurata sospensione della leva, occorre richiamare la popolazione alla difesa nazionale. Lo si può fare lanciando una Conferenza nazionale sulla difesa della Patria oggi; in modo che tutte le componenti della difesa nazionale (e anche l'ONU) abbiano una ampia sede nazionale di discussione e di collaborazione su come proporre una nuova modalità di interagire con la massima efficacia nelle emergenze nazionali ed internazionali. Sarebbe la prima conferenza nazionale di tale tipo nel mondo, capace di dare un indirizzo politico determinante alla politica di difesa di tutti gli altri Paesi.
C'è poi un primo obiettivo difensivo da attuare assieme: la protezione civile (PC); occorre attivare un Corpo di Protezione civile che sia collegato funzionalmente alle due ipotesi di difesa nazionale. Infatti, la pratica della PC diffonde nella popolazione una cultura ampiamente compartecipata sui conflitti e sulle loro modalità di soluzione: se la popolazione impara a difendersi dalle calamità civili, impara a difendersi anche dalle calamità superiori, comprese quelle belliche. Per questo obiettivo l'apporto del SC nazionale è fondamentale, poiché il sostegno naturale di una PC è il SC (che è una attività essenzialmente difensiva della popolazione). Per attuare questo obiettivo è quindi essenziale la partecipazione attiva degli Enti di SC e di volontariato della suddetta Conferenza nazionale.
Occorre inoltre inaugurare il contributo concreto dei nonviolenti alla difesa nazionale generale. Innanzitutto si tratta di istituire un Albo nazionale degli obiettori di coscienza; in modo da metterli in grado di interagire tra loro come collettivo. Ciò permetterebbe loro di aggregarsi in un Corpo difensivo di obiettori, che esprima il loro tipo di difesa, effettuando interventi sia all'estero che all'interno. Questa nuova istituzione dà la possibilità di misurare sul campo le capacità di una difesa alternativa. Ma, costituendo essi un piccolo gruppo, la loro strategia dovrebbe essere concordata con il comando delle FF.AA.; da questi accordi temporanei potrebbe iniziare una collaborazione con i militari, che in futuro potrebbe portare ad assolvere assieme il compito di una difesa nazionale.
La quale sarà tanto meglio preparata quanto più sarà studiata da docenti anche civili di insegnamenti universitari, dentro e fuori le accademie militari; e dai SC.isti in appositi corsi di formazione istituiti nazionalmente dall'UNSC e tenuti da civili e da militari.
Ma in concreto, quale tipo di difesa nazionale potrebbe essere sostenuta sul campo anche dagli obiettori? Il nonviolento Galtung ha già indicato come possibile una difesa solo difensiva, l'unica che in effetti deriva dall'art. 11 della nostra Costituzione. Essa, pur accettando la filosofia distruttiva tradizionale, non supera i vincoli di una ben ristretta difesa: rinuncia alle armi che hanno una gittata molto oltre i confini nazionali. Purtroppo l'Italia odierna è lontana da questo tipo di difesa; ad es., ha i caccia bombardieri nucleari Tornado e quelli EFA in costruzione, e soprattutto ha non una, ma due portaerei (quando l'Italia stessa è una enorme portaerei nel bel mezzo del Mediterraneo!) Solo quando si sarà passati a questo tipo di difesa quei civili che vogliono una difesa alternativa potranno collaborare con i militari anche nelle operazioni sul campo e sostenere assieme una difesa generale della popolazione e delle istituzioni democratiche.
Tutto ciò è nelle nostre possibilità concrete di uomini liberi, nonostante oggi esistano forti condizionamenti negativi da parte di alcune istituzioni nazionali e internazionali. Se ci lavoreremo. potremo affrontare delle novità storiche di grande importanza, le cui soluzioni possono creare una grande apertura della politica internazionale alla pace tra i popoli.

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