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    A Roma

    «Il Cile è una bomba a tempo»

    Patricia Verdugo, la giornalista che denunciò i crimini di Pinochet
    28 marzo 2007 - Geraldina Colotti
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    «I poveri meritano le nostre scuse, hanno sopportato oltre il limite tollerabile». Così Michelle Bachelet, presidente del Cile, ha motivato ieri la rimozione di quattro ministri, fra i suoi più stretti collaboratori. Li sostituiranno figure politiche navigate, fra cui una sola donna. Un rimpasto che rompe con due direttive dichiarate da Bachelet in campagna elettorale, la promozione di nuovi quadri e l'equilibrio di genere: «le cose non stanno andando bene», ha dichiarato Bachelet, evidenziando i limiti della cosiddetta «primavera cilena». Il passaggio del Cile da laboratorio neoliberista del Sudamerica a «stato sociale moderno ed efficiente», insomma, è tutt'altro che indolore.
    Ne è convinta anche Patricia Verdugo, autrice di importanti inchieste sui crimini della passata dittatura, che abbiamo incontrato a Roma: «Nell'87 - afferma -, quando il papa venne in Cile a stringere la mano a Pinochet, disse anche: i poveri non possono aspettare. Invece stanno aspettando ancora. La forbice tra i bassi salari e quelli alti è elevatissima. Un bambino su tre nasce povero. Il massimo a cui arriveremo è fare una legge che consenta ai lavoratori una pensione di 100 euro. Il Cile ha pagato in anticipo il debito estero, anziché ridurre la povertà. La pace sociale è a rischio. Il paese è una bomba a orologeria».
    Verdugo è in Italia per presentare il volume Gli artigli del Puma (Sperling & Kupfer), che documenta i crimini della Carovana della morte nel Cile di Pinochet: 75 cileni, sequestrati e uccisi dai militari guidati dal generale Sergio Arellano Stark. Nel '98, la denuncia dei famigliari delle vittime, fra cui Verdugo, portarono all'apertura di un procedimento contro l'ex-dittatore, che venne rinviato a giudizio solo nel 2005, dopo sette anni. Nel Cile di Bachelet - il cui padre fu tra le vittime del dittatore e lei stessa ne subì le torture - potrà prendere avvio un processo analogo a quello che sta portanto avanti il presidente Kirchner in Argentina? «Da noi - risponde - la transizione democratica è ufficialmente cominciata l'11 marzo del '90, ma solo il 13 ottobre del 2006 la Corte interamericana per i diritti umani ha stabilito che in Cile dovesse decadere la legge di amnistia, promulgata da Pinochet per difendere se stesso e i suoi assassini. E non siamo ancora arrivati a una legge. Perché? Una domanda scomoda anche per Bachelet. La tragedia cilena comincia con l'assassinio del capo dell'esercito nell'ottobre del '70, organizzato dalla Cia. Le armi entrarono tramite l'ambasciata Usa, lo comprovano i documenti desecretati dagli Usa nel 2001. Ma ancora oggi, né il governo del Cile, né l'esercito, hanno sporto neanche una denuncia contro la Cia». Il Cile, resta il cortile di casa degli Usa? «Per impedire che il Cile entrasse nel Tribunale penale internazionale - dice ancora Verdugo - gli Usa hanno usato il ricatto degli aiuti militari: solo chi s'impegna a non portare in giudizio cittadini americani può far parte del Tpi. Così gli Usa si garantiscono l'impunità». E per gli attivisti dei diritti umani, oggi che Pinochet è morto, «è persino più difficile ottenere giustizia».
    Intanto, i soldi dei cileni sono ancora nei forzieri svizzeri e americani della Riggs Banks, dove il dittatore li aveva sistemati. Intanto, «resta valido il patto di ferro che impedisce di perseguire chi ha ridotto lo Stato a proprietà dei militari: per la pace sociale. Ora - dice Verdugo -, dobbiamo riconsiderare la questione dei risarcimenti. L'unico modo di colpire gli assassini, è togliergli il denaro. Se non avremo sostegno politico dallo Stato, i nostri avvocati chiederanno un risarcimento miliardario per ogni vittima».

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