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    La solitudine (e la paura) degli indios guatemaltechi

    La campagna elettorale dominata dalla propaganda dei soliti noti ha tolto la parola alle comunità indigene. Tra povertà, diritti violati e aggressioni politiche, in molti temono una nuova svolta autoritaria nel Paese
    8 settembre 2007 - Lorenza Salvatori
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Città del Guatemala
    Attraversare Città del Guatemala alla vigilia del voto per le elezioni significa trovarsi faccia a faccia con i segni di una campagna elettorale massiccia e invasiva. Ogni lampione, ogni spazio pubblicitario, ogni muro è ricoperto da manifesti di ogni tipo e dimensione. I murales lungo le strade e i tunnel, nonostante i recenti divieti imposti e mai fatti rispettare, ricordano i nomi e i simboli dei partiti.
    Nulla viene risparmiato dalla propaganda, neppure i profondi strapiombi su cui si arrampicano le case di lamiera delle zone più povere. Sui tetti campeggiano foto e slogan che portano alla mente un populismo neanche troppo latente. Basta leggere i programmi elettorali tutti uguali, appiattiti su tematiche legate alla sicurezza, alla lotta contro la criminalitá e all'eliminazione della povertà. Un paradosso, se si considerano i legami tra molti dei candidati e l'universo del narcotraffico e della criminalità. Un paradosso anche semplicemente osservando lo stridente contrasto tra le gigantografie dei candidati e lo stato di degrado delle strade in cui sono affissi. I manifesti "sei per tre" sono appannaggio dei grandi partiti che ricevono finanziamenti dall'oligarchia guatemalteca, che esercita in questo modo un controllo indiretto sulle politiche del futuro presidente, a qualsiasi schieramento politico appartenga. Nonostante le prescrizioni dettate dalla legge elettorale volte a garantire una forma di par condicio, è clamorosa la predominanza dei due personaggi di spicco, strettamente legati all'élite economica che controlla i mezzi di comunicazione. Da un lato l'ex generale Otto Perez Molina, del Partido Patriota-Mano Dura, noto alla popolazione come "el rey de las masacres", dall'altro Alvaro Colom, della Unidad Nacional de la Esperanza.
    Ancora una volta è la maggioranza indigena della popolazione che sente minacciati i propri diritti. Entrando in contatto diretto con diverse associazioni indigene della società civile è palpabile il clima di preoccupazione per il futuro. La consapevolezza in questi settori che la propaganda a favore dei soliti noti porterà ancora una volta il paese ad arenarsi in una situazione di stallo ha reso ancor più necessario il lavoro di sensibilizzazione di queste associazioni per un voto libero e consapevole tra le fasce più povere e private della dignità e coscienza di cittadini, un lavoro fatto in un clima di violenza diffusa che ha caratterizzato tutto l'arco della campagna elettorale. Sono stati proprio i candidati indigeni alle elezioni locali a subire minacce personali, a veder violate alcune sedi di associazioni come la Asociacion Guatemalteca de Alcaldes y Autoridades Indigenas (Agaai), fino ad arrivare alle aggressioni e agli assassini politici.
    Alcuni membri dell'Agaai, che rappresenta in maniera apartitica la popolazione indigena, nelle conferenze stampa della vigilia elettorale hanno messo in evidenza la precarietà dei processi di democrazia partecipata che si sviluppano nelle municipalità a maggioranza maya del paese. Queste comunità, infatti, di fronte al disinteresse e in molti casi alla prevaricazione del potere centrale rispetto ai loro diritti, si sono organizzate in consulte comunitarie in grado di prendere decisioni collettive, conformi alle necessità di ciascun municipio. In particolare sono attive nella lotta contro lo sfruttamento delle miniere d'oro a cielo aperto, dal fortissimo impatto ambientale, le cui concessioni sono state e continuano ad essere svendute dai vari governi alle multinazionali. Forme partecipate di questo tipo rischiano di essere cancellate se il paese andrà incontro a una nuova svolta autoritaria.
    Gli esponenti di cooperative del dipartimento di Chimaltenango impegnate in programmi di recupero della memoria storica e di lotta all'impunità dei responsabili dei massacri dei 36 anni di conflitto armato interno, sono preoccupati anche per le poche conquiste degli Accordi di Pace del 1996: i programmi di risarcimento e quelli di individuazione di coloro che hanno commesso crimini. In risposta al clima di tensione e sfiducia, un segnale importante è di certo la lunghissima fila di persone che si snodava ieri davanti al Tribunal Supremo Electoral.

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