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    Guevara, l'eroe che continua a nascere

    Senza il sacrificio di tanti come il Che, non sarebbe germogliata, in poco tempo, in America Latina una coscienza dei propri diritti come quella che ha spinto negli ultimi anni molti paesi a rifiutare l'Alca, respingere l'arroganza di Fmi e Banca mondiale e uscire dall'impasse in cui li avevano stretti gli Usa
    7 ottobre 2007 - Gianni Minà
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Quando due anni fa, Evo Morales, indigeno aymara, ex leader dei contadini coltivatori della foglia di coca, i cocaleros, vinse con il Mas (Movimento al Socialismo) le elezioni in Bolivia, scrissi per il manifesto un articolo che fu intitolato Il Che non era un visionario. Perché aveva un valore sicuramente simbolico il fatto che questa elezione fosse avvenuta nella terra dove Ernesto Guevara si era immolato, solo trentotto anni prima, per tenere fede ai suoi ideali di giustizia sociale. Una terra che nella sua storia più recente aveva vissuto la realtà grottesca e tragica di più di cento colpi di stato, una terra che era stata spesso governata (si fa per dire), fino agli anni '90, da impresentabili militari, assassini e corrotti, quasi tutti istruiti nella famigerata Escuela de las Americas, gestita dagli Stati Uniti, prima a Panama e poi a Fort Benning (Georgia).
    Dopo l'elezione di un aymara in Bolivia, che ora molti Nobel della Pace hanno indicato come degno di questo riconoscimento per il 2007, è venuta quella di un quechua, Rafael Correa, in Ecuador, un economista formatosi all'Università di Lovanio, in Belgio, quella dove per anni ha insegnato sociologia François Houtart, il religioso, ora ottantaquattrenne, che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre, il laboratorio politico che, a partire dal 2000, ha battuto il tempo dei cambiamenti sociali, progressisti, in corso in America Latina.
    Dunque, il continente che sta a sud degli Stati Uniti poteva essere liberato, come sognava il Che, o almeno avviato ad un riscatto, ad una riappropriazione delle risorse, saccheggiate per tanto tempo dalle politiche predatrici delle multinazionali del nord del mondo.
    Credo che, a quaranta anni dal suo assassinio, bisogna riconoscere a Ernesto Guevara questa intuizione e questa fede. Molti, specie quelli che il subcomandante Marcos ha definito, in un suo recente intervento all'Enah (Scuola Nazionale di Antropologia di Città del Messico), «la sinistra mediatica», quella di moda, insomma, obbietteranno che non c'era quindi bisogno, come sosteneva il Che, della lotta armata. Questo «beautiful people», come lo chiamava ironicamente Manolo Vasquez Montalban, dimentica però, con assoluto cinismo, le migliaia e migliaia di vittime fatte dalla politica ufficiale, anche quando era definita democratica. E specie quando questa politica è diventata un vero e proprio «terrorismo di stato», come avvenne per il genocidio autorizzato dagli Stati Uniti in Guatemala negli anni Ottanta. O come la mattanza ordinata proprio in Bolivia nell'ottobre del 2003, dall'ex presidente Sánchez de Losada, solo perché gli indigeni (la maggioranza del paese, che però allora non governava), bloccavano le strade della capitale La Paz, perché si negavano alla svendita a un cartello di multinazionali, del gas naturale, ultima risorsa di un paese depredato.
    Senza il sacrificio di tanti come il Che, che «sentivano come una ferita aperta sulla propria pelle ogni prepotenza o ingiustizia commessa ai danni di un essere umano», in un continente in ostaggio come l'America Latina, non sarebbe germogliata, in poco tempo, una coscienza dei propri diritti come quella che, negli ultimi anni, ha portato Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, oltre a Bolivia ed Ecuador, a rifiutare l'Alca (il trattato del libero commercio voluto dagli Stati Uniti), a respingere l'arroganza di organismi come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, o a sognare addirittura, attraverso il MercoSur, di costruire una comunità latinoamericana, autonoma e indipendente.
    Senza il sacrificio di tanti come il Che, eroi silenziosi ed ignorati di una guerra civile continentale, pianificata dal Plan Condor voluto da Nixon e combattuta per anni contro feroci dittature militari, sconce oligarchie, politici corrotti, ma elusa o manipolata dai media, forse neanche il Cile della Concertazione avrebbe trovato il coraggio di processare Pinochet e la sua gang familiare, e di eleggere presidente, in un paese machista e militarista, una donna, Michelle Bachelet, che aveva conosciuto sulla propria carne gli oltraggi della dittatura militare.
    E forse, senza l'esempio del Che, un movimento come quello zapatista non avrebbe costretto la politica messicana a riscrivere la propria agenda, decretando la prima disfatta in ottant'anni del Pri, il partito stato, e obbligato l'oligarchia di quel paese a ricorrere all'ennesimo broglio per non far vincere le elezioni, per la prima volta, a una coalizione di centro sinistra.
    Ogni paese, ovviamente, ha scelto la sua via a seconda delle circostanze, dell'autonomia e del coraggio dei propri nuovi leader, ma in tutto il continente spira ora un'aria nuova, se perfino in Paraguay è nato un fronte progressista guidato da un vescovo, Fernando Lugo, che ha lasciato l'abito talare per inseguire un sogno politico di giustizia ed equità.
    Ma, ora lo riconoscono in molti, tutto è nato con la presunta utopia del Che e della Rivoluzione cubana, esempio incredibile, pur fra tanti limiti e contraddizioni, di «resistenza e dignità», come ha dichiarato il presidente brasiliano Lula. Quell'imperdonabile popolo cubano, come ha ricordato recentemente il subcomandante Marcos, che è stato anche l'ultimo nel continente a rendersi indipendente ma il primo a liberarsi.
    Per questo lascia perplessi, fra i tanti volumi usciti in questi giorni per approfittare della ricorrenza della morte dei Ernesto Guevara, che anche un diplomatico colto come Ludovico Incisa di Camerana, scriva nel suo appassionato libro I ragazzi del Che, di una rivoluzione mancata, che non è riuscita a cambiare un continente. E che dovrebbe ancora succedere in America latina, visto che a seguire alla lettera la politica che conviene agli Stati uniti sono rimasti solo la Colombia, terra di paramilitari senza legge, il Messico, sempre sull'orlo di un'esplosione sociale e -in parte- il Perù dell'impresentabile Alan Garcia?
    Ma c'è anche chi tenta, come Dario Fertilio, un romanzo, La via del Che, ambientato in una Cuba «inquieta e spettrale, al crepuscolo del regime di Fidel Castro». Un'ambientazione che appare francamente improbabile. Vorrei umilmente ricordare a Fertilio che Cuba è stato sempre un paese allegro e bailarino, anche nei momenti più duri, come quelli che segnarono gli anni Novanta, quando il paese dovette affrontare, oltre all'embargo americano, anche la fine dei rapporti economici con gli ex paesi comunisti dell'Est europeo. Figuriamoci adesso, con un Pil che supera il 9%, tutto il nichel estratto che viene venduto a un prezzo conveniente alla Cina, e il problema energetico risolto con l'aiuto del Venezuela di Chavez in cambio di un consistente sostegno alla sanità di quel paese.
    Purtroppo per la credibilità dell'informazione, da quarant'anni il Che e Cuba sono quasi sempre raccontati come gli Stati uniti e i tanti supporters della loro politica vorrebbero che fossero, non come sono stati in realtà. Così, mentre in Occidente si cercava di capire cosa sarebbe stata la transizione nell'isola, dopo l'infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica, Cuba è già entrata nel suo futuro, senza scosse e senza tensioni. E il Che, quarant'anni dopo che un agente della Cia, Felix Rodriguez, sotto le mentite spoglie di Felix Ramos, capitano dei rangers boliviani, gli dette il colpo di grazia al cuore in una scuola di Las Higueras in Bolivia, continua ad essere un protagonista della comunicazione del nostro tempo e, per molti, un indiscutibile punto di riferimento etico.
    Ricordo sempre una riflessione di Eduardo Galeano: «Per quale motivo il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più egli nasce. E' il maggior nascente del mondo. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere così straordinario in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano perché non si conoscono?»

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