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    Honduras - La cultura: un anticorpo contro la barbarie golpista

    Dall'esilio le voci della Resistenza nel documentario "Quien dijo miedo. Honduras de un golpe"
    18 giugno 2010 - Giorgio Trucchi

    Locandina originale del documentario

    Il colpo di Stato ha generato molteplici reazioni e processi di emancipazione che erano latenti nel popolo honduregno. Alla protesta pacifica nelle piazze si è sommato il lavoro di coscientizzazione e formazione politica. 
    Le voci si sono moltiplicate e hanno cercato nuove forme di espressione, per gridare la propria indignazione di fronte alla brutalità golpista. L'arte e la cultura si sono fatte largo tra il clamore popolare e hanno conquistato uno degli spazi più originali ed innovatori di questa epoca. 
     
    Katia Lara, documentarista honduregna, ha lasciato il suo paese in dicembre 2009. Se ne è andata in esilio in Argentina, paese che l'aveva accolta nel passato per portare a termine i propri studi universitari. Ora è tornata come rifugiata politica. 
     
    Per lei, la vita in Honduras era diventata difficile. Non solo le minacce, la persecuzione e la repressione mettevano a rischio la sua vita e quella dei suoi compagni di lavoro, ma minavano anche il lungo e minuzioso lavoro di documentazione audiovisiva iniziato la mattina stessa del colpo di Stato.

    Decine di ore di registrazione che denunciavano la barbarie golpista e mostravano la reazione di un popolo che si stava svegliando, che affrontava la violenza in modo risoluto e pacifico. 
     
    Per la documentarista honduregna, l'esilio si è trasformato nell'occasione per portare a termine questo importante progetto. Per continuare a dare voce e volto a tutte quelle persone che il regime honduregno pretende zittire. 
     
    Uno sforzo che ha partorito il lungometraggio documentario "Quien dijo miedo. Honduras de un golpe". 
     
    Coprodotta dall'Istituto nazionale di cinema ed arti audiovisive, Incaa, dell'Argentina, questa opera prima di Katia Lara è stata inaugurata a Buenos Aires in una sala affollata di gente e di personalità e verrà presentata in vari paesi e continenti. Il prossimo 28 giugno, primo anniversario del colpo di Stato, sarà invece la prima di "Quien dijo miedo. Honduras de un golpe" in Honduras.

    Katia Lara © (Foto G. Trucchi)

    Approfittando della presenza di Katia Lara in Nicaragua, Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" hanno conversato con lei.


    - Quando hai maturato l'idea di parlare del golpe attraverso le immagini? 

    - È stata una cosa automatica. Dopo il golpe abbiamo iniziato a filmare e denunciare tutto ciò che stava accadendo. Trasmettevamo le immagini attraverso un sito in youtube. 
    Quando ci siamo resi conto che la situazione non si sarebbe normalizzata velocemente, abbiamo deciso di iniziare a lavorare attorno ad un progetto che, oltre a denunciare, facesse un'analisi più profonda di quanto stava accadendo. 
    C'era bisogno di fare di più e in modo più incisivo. È stato così che è nata l'idea di un lungometraggio documentario. 
     
    - Come si sviluppa il documentario? 
    - Ha come filo conduttore la vita di René, un compagno che aveva partecipato come attore alla campagna pubblicitaria che promuoveva la IV Urna e che dopo il colpo di Stato si è incorporato totalmente alla Resistenza. 
    Attraverso la sua vita e quella di suo fratello gemello, Guillermo, presentiamo ciò che è stato il golpe, ciò che ha significato per il paese e la capacità a reazione del popolo honduregno. Si conclude con la partenza del presidente Manuel Zelaya verso la Repubblica Dominicana nel mese di gennaio di quest'anno. 
     
    - Qual è il messaggio di questo progetto? 

    - Che si è aperto un processo inedito in Honduras. Che si è creato un movimento di resistenza pacifica che ha saputo affrontare la repressione in modo propositivo, che continua a lavorare e che dobbiamo inserire la situazione honduregna in un contesto latinoamericano. Non possiamo abbassare la guardia e dobbiamo fare attenzione a ciò che il golpe può rappresentare per tutto il continente. 
     
    - Credi che l'avere affrontato in modo pacifico la violenza e la repressione del regime golpista sia stata una decisione azzeccata? 
    - Non poteva essere che così. Molte volte ci siamo domandati fino a quando avremmo potuto sopportare questa violenza senza reagire. Non è stato facile, tuttavia non potevamo fare altrimenti. 
    Sarebbe stato uno scontro disuguale. Ciò che ha permesso alla Resistenza di godere di credibilità a livello nazionale ed internazionale è stato proprio il fatto di mantenere un atteggiamento combattivo, indomabile, propositivo e soprattutto, pacifico. 
     
    - Può la cultura nelle sue molteplici espressioni essere un "anticorpo" contro la barbarie? 
    - È stata un componente molto importante durante tutta questa lotta pacifica. Ci siamo costituiti come Artisti in Resistenza, nell'azione e soprattutto nella formazione. 
    Siamo artisti e militanti. Attraverso le fotografie, le caricature, il teatro, la musica e il canto, le immagini ed ora con questo documentario, siamo riusciti ad avere un forte impatto, perché è un registro comunicativo diverso dal semplice discorso. 
    È più potente e fa parte di un modo nuovo di pensare, una forma che integra e la gente sta acquisendo questa capacità. 
     
    - Che effetti "positivi" ha generato questa difficile situazione del golpe? 

    - Ha unito persone ed organizzazioni che erano distanti e che lavoravano separatamente. C'è ora un progetto comune che è quello di arrivare ad installare una Assemblea Nazionale Costituente. 
    Ci siamo svegliati per ciò che riguarda la ricerca dell'unità, i progetti comuni e l'organizzazione. Abbiamo preso coscienza della nostra appartenenza all'America Latina. Io non mi ero mai sentita latinoamericana come in questo ultimo anno. 
    La reazione di rifiuto al colpo di Stato e la dimostrazione di solidarietà con il popolo honduregno a livello continentale e mondiale ha creato un collegamento. Questa integrazione è qualcosa di nuovo e l'Honduras non è più un paese scomparso. 
    Ora ci conoscono come un popolo che ha saputo resistere, che continua a resistere e proporre attraverso la partecipazione cittadina per rifondare il paese. È un fenomeno nuovo ed è irreversibile. 
    Il documentario punta proprio a queste cose: essere uno strumento prezioso d'analisi e mostrare ciò che il popolo honduregno ha saputo fare. 
     
    - Hai dovuto abbandonare il tuo paese. Quali sono stati i momenti più difficili in questi sei mesi? 

    - Durante le riprese degli spot che promuovevano la IV Urna ci sono stati episodi d'intimidazione e minacce, ma dopo il golpe le cose sono peggiorate. Poco prima delle elezioni di novembre 2009 la gente della Resistenza mi disse che dovevo allontanarmi da Tegucigalpa, perché ero in pericolo. Alla fine ho deciso di abbandonare il paese per potere finire il montaggio del documentario. 
    È stato difficile, ma per me la cosa più importante era finire il lavoro. Se non fosse stato per il documentario non avrei mai lasciato il mio paese. Sicuramente mi sarei incorporata in altre attività, rischiando la vita come hanno fatto molte altre persone. 
     
    - Il 28 giugno si presenta il documentario in Honduras. Come ti immagini il tuo ritorno e questa data? 
    - Me l'immagino come una grande celebrazione. Come l'anniversario della Rivoluzione Sandinista. Questi momenti felici, storici, indimenticabili. Una grande festa che non potranno reprimere. 
    È l'inizio di una nuova tappa, di un nuovo processo nel quale riaffermiamo il nostro impegno per creare un nuovo Honduras. Affinché tutta questa accumulazione di lavoro, tutti questi morti, abbiano un senso.

    Note:

    © (Testo e Foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org )

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