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    “L’America Centrale si rimilitarizza” (3ª parte)

    Secondo le organizzazioni sociali, la rimilitarizzazione provoca morte e violenza

    “Buttati in acqua, non fermarti!” - urlò Clara Wood Rivas a suo figlio, Hasked, mentre i proiettili provenienti dall’elicottero militare passavano sfiorando il suo corpo e colpivano la piccola barca. Clara nuotò con tutte le sue forze per raggiungere la riva del fiume Patuca. Si voltò per cercare suo figlio nel buio. Lo chiamò, ma non ottenne risposta.
    18 dicembre 2012 - Giorgio Trucchi

    Militarizzazione in Honduras © (Foto G. Trucchi)

    Quella fu l'ultima volta che Clara vide il suo piccolo in vita. Hasked Brooks Wood aveva solo 14 anni e cadde sotto i colpi mortali sparati da agenti dell’operativo congiunto della Fast (Squadra di Appoggio Consultivo all’Estero), della Dea (Drug Enforcement Administration) e della Squadra di Risposta Tattica della Polizia Nazionale dell’Honduras.
    Con lui, persero la vita Emerson Martinez Henriquez (21 anni), Juana Jackson Ambrocio (28) e Candelaria Pratt Nelson (48 anni). Quattro persone furono gravemente ferite. Juana e Candelaria erano al quinto mese di gravidanza.

    Secondo l’indagine indipendente condotta dal Cofadeh (Comitato dei Familiari dei Detenuti Scomparsi in Honduras) nella regione della Mosquitia in Honduras, la piccola barca che trasportava 16 persone fu attaccata da agenti honduregni e statunitensi, ritenendo che la barca stesse trasportando droga scaricata da un aereo poche ore prima.
    L’indagine ha messo in evidenza che non ci sarebbe stato nessuno scontro a fuoco, ma che l’attacco sarebbe provenuto dagli elicotteri e che sarebbe continuato a terra, "sottoponendo i civili ad arresti illegali, minacce di morte, razzie, saccheggi di proprietà, trattamenti crudeli, inumani e degradanti", si legge nella relazione.

    La Dea ha negato qualsiasi coinvolgimento delle sue truppe nell’attacco. Allo stesso modo, l'ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras, Lisa Kubiske e il ministro degli Esteri honduregno Arturo Corrales, hanno assicurato che le truppe che hanno effettuato l’incursione hanno agito "correttamente e per legittima difesa", presumibilmente in risposta ai colpi di arma da fuoco provenienti dalla piccola barca.

    "Sfido tutte queste istituzioni che hanno agito contro la vita delle persone a essere coraggiose. Che ammettano di aver sbagliato e di aver sparato su civili che non hanno legami con il traffico di droga. Invece di giustificare la morte di donne incinte e di bambini, dovrebbero chiedere scusa alle famiglie delle vittime ", ha detto Bertha Oliva, coordinatrice del Cofadeh.

    Un mese dopo (25/6), gli agenti della Dea hanno sparato e ucciso un uomo che, presumibilmente, avrebbe partecipato allo scarico di cocaina nella zona di Brus Laguna. Pochi giorni dopo, hanno abbattuto il pilota di un piccolo aereo che si è poi schiantato nella zona di Olancho, durante il tentativo di eludere un’operazione antidroga. La Dea ha riconosciuto che il numero complessivo di morti durante queste operazioni in Honduras negli ultimi due mesi è stato di otto persone.

    "La militarizzazione porta sempre con sé morte e gravi violazioni dei diritti umani. Quello che è successo nella Mosquitia honduregna è il risultato di una politica di Stato che si sta diffondendo in tutta la regione, ed è volta a rimilitarizzare la società ", ha detto Oliva.

    Militarizzazione e violenza

    Il processo di rimilitarizzazione che sta vivendo in questi ultimi anni l’America Centrale, insieme al riposizionamento strategico-militare degli Stati Uniti con il presunto obiettivo di combattere il narcotraffico, ha generato un acceso dibattito e un malessere profondo in molti settori della società.

    Secondo varie organizzazioni, programmi come la Carsi (Iniziativa per la Sicurezza Regionale per l'America Centrale) o l'Iniziativa Merida, così come l'adozione di nuove tattiche di guerra asimmetrica e irregolare, molto simile alle operazioni militari controinsurrezionali utilizzate dalle truppe statunitensi in vari angoli del mondo, sarebbero pretesti utilizzati dagli Stati Uniti per confermare la propria presenza nella regione e tutelare i loro interessi. Come è avvenuto durante i conflitti armati degli ultimi decenni, la popolazione civile è quella che maggiormente soffre le strategie belliche

    "Il nostro territorio si è trasformato in un centro di operazioni e di movimento di capitali controllati dalla criminalità organizzata, e i paesi del Sica (Sistema di Integrazione Centro Americana) sostengono di poter usare la stessa strategia,  di per sé fallimentare, di lotta contro traffico di droga adottata in Colombia e in Messico. In questi paesi, la soluzione militare non solo non ha risolto il problema, ma lo ha addirittura peggiorato", ha detto Jorge Coronado, membro della Commissione Nazionale di Enlace Costa Rica.

    In Costa Rica l'esercito è stato abolito nel 1948. Tuttavia, negli ultimi anni è aumentata la "militarizzazione" della polizia attraverso l'acquisto di armi e la creazione di unità di pronto intervento. Si è perfino applicata una nuova tassa alle imprese per finanziare il Ministero della Pubblica Sicurezza.

    Coronado ha detto che la polizia viene addestrata dal Mossad (servizio di intelligence e controspionaggio israeliano), dai carabinieri cileni e dalle forze speciali dell'esercito colombiano e messicano. La Dea ha inoltre finanziato l'intera area della sicurezza pubblica e, insieme ai “consulenti” della Cia (Central Intelligence Agency), è coinvolta in ogni operazione. "Siamo sull'orlo di una escalation della militarizzazione, della violenza e di una guerra regionale ", ha avvertito l'esperto.

    Nel Triangolo Nord - Guatemala, Honduras ed El Salvador - la Dea ha preso il controllo delle operazioni anti-narcotici. "Si fa accompagnare da truppe nazionali solo per dare una parvenza di legittimità alle operazioni segrete. Nessuno sa veramente cosa stia succedendo in queste aree remote del paese", ha detto Gustavo Porras Castejón, sociologo guatemalteco.

    Secondo lui, il riposizionamento dell'esercito statunitense nella regione risponde anche ad altri interessi come, per esempio, la preoccupazione di fronte ai processi di unità e rafforzamento dei paesi latinoamericani. Il progetto di creare il Cds (Consiglio di Difesa Sudamericano), un meccanismo di cooperazione e integrazione militare guidato dall'ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, e applicato nel 2008 dall’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane), sarebbe, per esempio, uno degli elementi fondanti della decisione degli Stati Uniti di installare sette basi militari in Colombia, così come di rafforzare le sue operazioni navali a Panama e lanciare una escalation militare in America Centrale.

    "In poco tempo, la guerra contro la droga e la criminalità organizzata ha rivelato l'ipocrisia degli Stati Uniti. Con la loro politica di sicurezza stanno facilitando nuovi processi di militarizzazione, spostando i cartelli (della droga) fino ai confini con i nostri paesi e allontanando i problemi dal loro territorio. Lì, nessuno sta facendo qualcosa per combattere il traffico di droga e il consumo ", ha detto Maria Silvia Guillen, ex commissario della Cidh (Commissione Interamericana per i Diritti Umani) e direttore esecutivo della Fespad (Fondazione per lo Studio dell’Applicazione del Diritto).

    Nel caso del Salvador, Guillen ha messo in guardia sui rischi derivanti dalla militarizzazione delle istituzioni salvadoregne. "L'esercito ha occupato posizioni chiave in materia di sicurezza pubblica. Ci sono già due generali in pensione che controllano il Ministero della Giustizia e Sicurezza e la Polizia civile nazionale (PCN). Questo contrasta apertamente con la Costituzione e con gli Accordi di pace ", ha detto. La direttrice del Fespad ha denunciato anche un aumento delle esecuzioni extragiudiziali nel paese, con il coinvolgimento diretto delle forze armate. "Stiamo tornando al passato", ha detto.

    A Panama, l'esercito è stato abolito dopo l'invasione degli Stati Uniti nel 1989 e le basi militari  sono state chiuse dopo la consegna del Canale alle autorità panamensi nel 2000. Nonostante ciò, la presenza militare degli Stati Uniti non solo non è scomparsa, ma si sta addirittura  incrementando come mai nel passato.

    In effetti, negli ultimi anni, c'è stato un aumento sproporzionato dei pattugliamenti aerei e marittimi, manovre militari congiunte (Panamax) e la partecipazione nordamericana ai posti di blocco in tutto il paese. È stato perfino concesso ai guardacoste statunitensi di apporre la bandiera panamense sulle proprie imbarcazioni.

    "Negli ultimi tre anni sono stati spesi 1,5 miliardi di dollari per l'acquisto di armi e il bilancio della polizia è cresciuto di 550 milioni. Inoltre, si stanno costruendo 14 basi aeronavali che favoriranno la politica di sicurezza degli Stati Uniti ", ha detto Silvestre Diaz, membro del Frenadeso (Fronte Nazionale per la Difesa dei Diritti Economici e Sociali).

    Per molti, la rimilitarizzazione della regione centroamericana è parte del grande business della vendita di armi. Nel 2011 le esportazioni di armi degli Stati Uniti sono triplicate, raggiungendo la cifra record di 66,3 miliardi di dollari. Secondo Andrew Shapiro, assistente segretario di Stato per gli Affari Politico-Militari, il complesso militare-industriale degli Stati Uniti ha venduto il 78 per cento delle armi del mondo. Nel mese di giugno 2012, gli Stati Uniti avevano già ricavato 50 miliardi di dollari dalla vendita di armi all'estero.

    Il caso Nicaragua

    Nonostante il Nicaragua abbia mostrato, negli ultimi anni, un leggero aumento nel bilancio dell'esercito e della polizia, e abbia annunciato l’attivazione di un nuovo battaglione di forze navali nella costa del Pacifico e un distaccamento anti-droga della Marina sul fiume San Juan, all’estremo sud-est del paese, la sua partecipazione alla lotta contro il traffico di droga e la criminalità organizzata gode di sfumature molto particolari.

    "La guerra contro la droga deve essere analizzata in base al modo con cui ogni paese la applica. Il modello nicaraguense è molto efficace e senza conseguenze per la popolazione, perché il nostro esercito e la nostra polizia sono istituzioni nate con la rivoluzione sandinista. Lì c’è l'anima stessa del popolo. Sono istituzioni, quindi, profondamente radicate nella comunità e legate alla gente ", ha detto l'ex presidente del Parlamento centroamericano e attuale legislatore sandinista, Jacinto Suarez.

    Infatti, il modello preventivo, proattivo e comunitario, unito all'efficacia dell'esercito nazionale, non solo sta dando risultati molto concreti e rappresenta un baluardo contro il traffico di droga, ma è anche studiato in tutta l'America Latina.

    Dal momento in cui il leader sandinista, Daniel Ortega, è diventato presidente del Nicaragua, il nuovo governo ha chiarito quale dovesse essere il ruolo degli Stati Uniti nel paese, per quanto riguarda la guerra alla droga. "La lotta contro la droga non vuol dire che adesso la Dea debba venire qui, creando basi proprie, portando elicotteri e truppe. Assolutamente no! Per questo abbiamo il nostro esercito nazionale e la nostra polizia", ha detto il presidente Ortega pochi mesi dopo il suo insediamento nel 2007.

    "Con la Dea coopereremo, ma staremo anche molto attenti. Non possiamo essere ciechi di fronte alla Dea, perché sappiamo che ha interessi che vanno ben oltre la lotta contro il traffico di droga. In linea di principio, non gli permetteremo di entrare con le proprie truppe, perché siamo già  a conoscenza di cose terribili accadute durante le operazioni della Dea ", ha detto Ortega.

    Il processo contro l’imprenditore nicaraguense Henry Fariñas, l’ex magistrato elettorale Julio Cesar Osuna e altre 22 persone, così come l'arresto di 18 falsi giornalisti della catena televisiva messicana Televisa, detenuti con più di nove milioni di euro al confine con l'Honduras, è un chiaro esempio dell'efficacia del modello nicaraguense.

    Fariñas è accusato di riciclaggio di più di nove milioni di dollari, di avere legami diretti con i cartelli messicani e con il costaricano Alejandro Jimenez, alias "El Palidejo", primo sospettato di essere la mente dell'attacco contro Fariñas, durante il quale è rimasto ucciso il cantautore argentino Facundo Cabral.

    Saccheggio delle risorse

    Incutere terrore nelle popolazioni che si trovano in mezzo al fuoco incrociato, facendole spostare dalle loro terre per poter così sfruttare impunemente le preziose risorse naturali del suolo e del sottosuolo, è l'accusa che diverse organizzazioni dell'America Centrale muovono alla presunta strategia adottata dagli Stati Uniti per combattere la droga..

    "È da tanto che denunciamo questa strategia. Gli Stati Uniti, insieme alle oligarchie locali e agli interessi multinazionali, stanno applicando una strategia militare atta a saccheggiare le nostre risorse, appropriarsi del nostro territorio, cambiare la nostra cultura ", ha detto Bertha Cáceres, coordinatrice nazionale del Copinh (Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras).

     "I popoli indigeni e neri vengono criminalizzati, stigmatizzati e assassinati. In questo modo vogliono allontanarci dalle nostre terre perché è lì che ci sono le risorse naturali più importanti", ha detto.

    Per la coordinatrice del Copinh, l'escalation militare fa parte del progetto di dominazione economica e politica a cui si vuole sottomettere la regione centroamericana. "La violenza è un prodotto dell’ingiustizia sociale e della disuguaglianza. Non è che un asse del sistema politico-economico neoliberista imposto dagli Stati Uniti ai paesi dell'America Centrale ", ha aggiunto.

    Erlinda Ethlen Wood, coordinatrice dell’organizzazione Echi della Mosquitia, esprime la sua profonda preoccupazione per le continue persecuzioni da parte di corpi speciali che operano in questa zona remota dell’Honduras. "Dopo il massacro dell’11 maggio a Ahuas, i soldati honduregni e gli agenti americani stanno ancora abusando e violando i diritti civili del popolo miskito. Tutti siamo ormai sospettati di qualcosa ed è un peso psicologico molto grande. Nessuno si sente più al sicuro e il nostro stile di vita sta cambiando. Chiederemo il ritiro immediato di tutte le basi militari 'gringas' dal territorio Miskito ", ha detto Wood.

    Per i popoli garifuna honduregni, l’accaparramento della loro terra e l'espulsione dai loro territori è il risultato della voracità di alcuni potenti che controllano il paese e del capitale multinazionale. In questo modo, vogliono essere sicuri di poter sviluppare senza ostacoli i loro megaprogetti idroelettrici e turistici, l’ampliamento dell’attività mineraria, l’estensione delle monocolture su larga scala. "E se l'esercito e la polizia non fossero sufficienti, c'è un esercito di guardie di sicurezza privata armate fino ai denti e senza nessun controllo, pronte a difendere gli interessi dei loro padroni a qualsiasi costo", ha detto Miriam Miranda, coordinatrice dell’Ofraneh (Organizzazione Fraterna Nera Honduregna).

    Criminalizzazione della protesta

    In questo contesto, la lotta di varie organizzazioni sociali e popolari per contrastare l’avanzata di un capitale che si è armato ed è pronto a saccheggiare, costi quel che costi, viene brutalmente repressa e criminalizzata.

    Uno degli elementi utilizzati per "dare un giro di vite" contro i movimenti sociali è l'uso, sempre più frequente, delle forze armate per svolgere compiti di pubblica sicurezza. Nei paesi del Triangolo Nord, i Parlamenti hanno legiferato per attribuire all’esercito funzioni che sono proprie della Polizia.

    "Esiste una persecuzione sistematica contro i leader delle comunità e i leader della protesta. Lo abbiamo visto a Santa Cruz Barilla, a San Juan Zacatepeque, a Nebaj e in tutti i posti in cui le persone si sono organizzate per combattere contro i megaprogetti e l’industria mineraria. Solo per il fatto di protestare e di denunciare il silenzio complice delle istituzioni, i movimenti sociali vengono accusati di terrorismo e di criminalità", ha detto Juan Pablo Ozaeta, ricercatore del Cer Ixim (Collettivo di Studi Rurali) del Guatemala.

    In questa lotta contro lo sfruttamento delle risorse da parte delle grandi multinazionali americane ed europee sono già state uccise diverse persone. È stata anche denunciata la violazione sistematica dei diritti umani, a causa della crescente militarizzazione e l'uso di nuove tecniche di spionaggio militare per intercettare e identificare i leader delle comunità.

    A Panama, l’approvazione di leggi antisociali ha generato una forte reazione da parte della popolazione. La repressione nei confronti dei lavoratori bananeros a Bocas del Toro e del popolo Ngobe Buglé nella regioni di Chiriqui, ha lasciato sul terreno vari morti e feriti. L’uso improprio di fucili a pallettoni ha inoltre provocato la cecità di decine di lavoratori delle piantagioni di banane.

    "Le persone sono scese in piazza per reclamare i propri diritti e la risposta è stata nuovamente la repressione. Tutto ciò nel contesto di una presunta lotta contro il traffico di droga, che viene utilizzata per reprimere la protesta sociale ", ha detto Silvestre Diaz.

    Diaz ha spiegato che la creazione di unità speciali del Senafront (Servizio nazionale di frontiera) è servita principalmente per reprimere la popolazione. "Tutto ciò ci riporta a un passato molto triste che credevamo ormai lontano", ha detto.

    Più Stato e meno militarizzazione

    Secondo ampi settori della società centroamericana non è con la militarizzazione, né con la violenza che si risolverà il grave problema del traffico di droga e della criminalità organizzata. Durante il Convegno "Rafforzamento delle istituzioni democratiche", Carmen Rosa Villa, rappresentante regionale delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha condannato l’uso del "pugno di ferro" che lo Stato sta applicando per combattere il crimine. "Lo Stato deve recuperare il suo ruolo sociale, che è ora nelle mani della criminalità organizzata, e i governi devono attuare politiche di prevenzione dei fattori di rischio della violenza, attaccando il problema alle radici, come per esempio la mancanza d’istruzione e lavoro", ha detto.

    Secondo Francisco Dall'Anese, ex procuratore generale del Costa Rica, la mancanza d’opportunità e il disinteresse nei confronti di una adeguata distribuzione della ricchezza nella regione hanno portato a questa situazione. "In queste zone in cui lo Stato non fornisce servizi, non risolve i problemi di alloggio, salute, istruzione, lavoro, la criminalità organizzata arriva e offre ai cittadini ciò di cui hanno bisogno. Questi gruppi sociali finiscono per legittimare chi ha dato loro speranza e cibo", ha detto.

    Anche per Jorge Coronado, risolvere i problemi relativi alla povertà e all'esclusione sociale è l'unico modo per attaccare, alle radici, le cause che portano interi settori della società ad avvicinarsi al traffico di droga e alla criminalità organizzata. "Le grandi fasce di povertà sono il terreno propizio da cui i cartelli della droga attingono la loro manodopera. Come movimenti sociali abbiamo il compito di approfondire la nostra analisi per contrastare la proposta di militarizzazione e la violenza ", ha detto Coronado.

    Parallelamente alle problematiche sociali, la lotta contro la corruzione e la penetrazione delle istituzioni, così come la fine dell'impunità, sembrano essere altre delle misure urgenti e necessarie per combattere il crimine. "Abbiamo bisogno di rafforzare le istituzioni statali e rivedere il loro funzionamento, in modo da capire se sono al servizio degli interessi nazionali o della criminalità organizzata", ha suggerito Maria Silvia Guillen.

    L'ex commissario della Cidh ha spiegato che i governi devono riempirsi di sovranità. "Invece di preoccuparsi della frontiera con gli Stati Uniti, devono curare gli interessi di ciascuno dei nostri paesi", ha detto.

    Per la dirigente garifuna Miriam Miranda, esiste una politica ipocrita contro il narcotraffico. "La criminalità organizzata è penetrata nelle istituzioni. Tutti lo sanno e nessuno fa niente. Preferiscono criminalizzare le persone, perseguirle, aprendo la strada agli interessi del capitale multinazionale".

    Molti dicono, inoltre, che il vero problema non è in America Centrale, ma nel Nord. "Nonostante tutta la volontà e le capacità che si possano avere, il problema non siamo in grado di risolverlo noi. L’azione dei grandi cartelli della droga non finisce alla frontiera con gli Stati Uniti, perché in territorio nordamericano c’è chi riceve, trasporta e distribuisce la droga. È lì che c’è la domanda e ci sono i consumatori. Cosa stanno facendo gli Stati Uniti per attaccare questi gruppi e combattere il consumo di droga? " si è chiesto Jacinto Suarez.

    Una lotta che, comunque, deve necessariamente coinvolgere la popolazione. "Dobbiamo coinvolgere le comunità, trovare le strategie insieme al popolo, indagare a fondo i gruppi economici e di potere che sono collusi con questo fenomeno. Se non si mette un freno all'impunità, se non si attacca la povertà e la miseria, se non si modifica questo modello economico fallimentare che ci ha portato a questo punto, non potremo mai risolvere questo problema ", ha concluso la dirigente indigena  Bertha Cáceres.

    (Continua) 

    Leggi anche la prima e la seconda parte su itanica.org
     
    Pubblicazioni originali:
     
    - Opera Mundi (portoghese)
    - Alba Sud (spagnolo)

     
    Note:

    (Traduzione cortesia Raffaella Cristofori)

    © Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org

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