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Divagando, Natale, memoria e solitudine

“M’immagino qui essere accanto agli amici, in cerchio in una grande sala e davanti a un caminetto acceso. Storie che ci raccontiamo, il bicchiere in mano e per qualcuno il piacere di una pipa, il cui aroma si spande nell’aria assieme al tipico profumo della legna che arde.”
Inizia così il mio contributo augurale agli amici che seguo, telematici e non. E il fluire dei ricordi ha portato a…
25 dicembre 2010 - Roberto Del Bianco

M’immagino qui essere accanto agli amici, in cerchio in una grande sala e davanti a un caminetto acceso. Storie che ci raccontiamo, il bicchiere in mano e per qualcuno il piacere di una pipa, il cui aroma si spande nell’aria assieme al tipico profumo della legna che arde.
Forse un’immagine da persone un poco avanti con l’età, ricordi che si accavallano di una giovinezza che sembra ancora lasciata lì poco distante, uno o due chilometri di strada al massimo, dal nostro cammino di viandanti della vita.
Eppure contando gli anni, ecco una sottile malinconia, il tempo trascorso è ben più ampio, la memoria già tradisce l’abisso tra quel “come eravamo” e il sentiero ancora vergine che ci attende, avanti a noi.

Fuga in Egitto Natale di ragazzo, e prima ancora di bambino. Con l’emozione dell’attesa, i regali sotto l’albero, e oltre alle gioie dei primi Natali infantili, ricordo il sussulto di tristezza - frequentavo si e no la prima elementare - quando ebbi la notizia che dietro il “Gesù Bambino” dei doni trepidamente aspettati, in realtà si celava mio padre.
Ma un altro ben più reale “Gesù”, bambino e soprattutto adulto, ebbi modo mano a mano di conoscere; e non portatore di doni sotto l’albero ma di doni altrettanto gratuiti seppure più impalpabili e mescolati così intimamente con le umane vicende di gioia e sofferenza da lasciarvi poi una penombra di dubbio, sulla loro provenienza, e a volte di incredulità.

Quanto era grande la mia fede di ragazzo! E così alimentata non da dogmi imparati al catechismo ma dall’esperienza concreta dei tanti personaggi che offrivano la vita per il mondo, personaggi reali con ideali tanto forti da essere impossibile trovarci una razionalità tutta umana - e con lo stesso Vangelo del tal Cristo a testimoniare il perché di scelte così radicali.
Personaggi, almeno qualcuno, che ebbi modo pure di conoscere a tu per tu; e la frequentazione giovanile di gruppi e comunità sì addentro nelle scelte radicali di vita, piano piano forgiavano pure la mia, di personalità. E fu una buona cosa, ché le cose banali del mondo alla fin fine hanno scalfito ancora poco di quel che io sono, dentro di me.
E ringrazio anche tutto ciò che ho vissuto, da giovane forse un poco ingenuo ma entusiasta della vita e dell’umano, se ancora adesso scopro di avere una visione a volte ampia, “stratosferica”, del mondo… ma non me ne vanto anche perché guardar lontano è più fonte di sofferenza che di orgoglio, e l’avvertire il distacco tra quel che io sono e la quotidianità della vita di tutti finisce per acuire un senso di solitudine che la quotidianità non appaga.

E guardo intorno, e le notizie del mondo a me arrivano trasparenti e non attenuate dalle ombre e gli specchi del gossip quotidiano; e vorrei urlare sgomento e ricerca di speranza, ma come fossi in una stanza chiusa e insonorizzata capisco che l’urlo non può arrivar lontano. Vi riesco forse dalla Rete, spicchi di umanità legati assieme dal tenue filo telematico, isole di pensiero che arrivano a un’intesa. Però anche avverto che qui non basta, ché l’ansia di pace e serenità per il mondo fatica ad uscire dalle trame dei bit e delle icone stilizzate nei browser.

Volo di gabbiano verso l'orizzonte Ma Natale per me tuttora resiste come evento storico che tagliò in due la storia dell’umano. Anche se forse in pochi sentiamo il perché di quella storia così diffusa ma nello stesso tempo così sfalsata nelle forme e nelle tradizioni. E i personaggi della fede esistono sempre ma ancor più di un tempo le loro opere si svolgono nel silenzio. E pure la mia fede s’è modificata, forse più incuneata nell’idea di ineluttabilità del vivere e del morire umano, e con l’altalenante dubbio se ciò che noi speriamo oltre quel traguardo in fondo alla via, non sia reale sbocco all’aperta dimensione oltre lo spazio ma struggente aggrapparsi dell’umano alla vita.

Epperò intanto sulla strada ci sono, e il cammino è continuo. Pesante o leggero a seconda del momento, spesso viandante solitario che s’interroga sull’orma dei suoi passi.

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