Rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza Iraq: la tragedia continua
Sono passati 5 anni dall’inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Crediamo che nessuna promessa sia stata mantenuta. L’Iraq oggi, ci dicono alcuni amici con cui siamo in contatto da anni, non è più un Paese, non ha autorità credibile né amministrazione efficiente, né la possibilità di fare passi verso la riconciliazione.
“Se non ci fosse stata la guerra a Saddam Hussein, se si fosse ascoltato Giovanni Paolo II che scongiurava tutti di non fare la guerra, non staremmo a piangere tutti questi morti.
La Santa Sede disponeva di informazioni sicure sul fatto che Saddam era pronto ad accettare le condizioni dell’Onu. Le ispezioni stavano funzionando e sarebbe stato sufficiente attendere un mese, ma non si volle questa attesa”. (Card Raffaele Martino, presidente Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, Corriere della Sera 14 marzo 2008)
Non sapremmo aggiungere altro a queste parole che condannano, se ancora serve, in modo definitivo la strategia di guerra avviata in Iraq dagli Usa e da una ampia coalizione, appoggiata anche dal governo italiano, ora rieletto. Già nel 1963 la Pacem in Terris diceva: “a tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”. La tragedia della guerra scatenata in Iraq, contro Saddam, contro quel popolo e altre nazioni, per portare democrazia, libertà e libero mercato ha calpestato puntualmente e indecentemente ogni prospettiva di pace e di giustizia, di democrazia e di libertà effettiva:
… ha calpestato la verità
perché una infinità di menzogne sono state vendute come “verità” puntualmente smentite da chi le aveva addotte come motivo per intervenire in Iraq: le armi distruzione di massa in mano a Saddam non esistevano, lo ha detto la Cia; Saddam non copriva il terrorismo fondamentalista di Al Qaeda, lo ha detto il Pentagono. Troppi paesi occidentali, in testa l’Italia, hanno appoggiato Bush e le sue bugie, scatenando la tragedia di una guerra inutile. Centinaia di giornalisti sono stati costretti all’esilio e al silenzio, oppure eliminati (Reporters sans frontières considerano l’Iraq “il Paese più micidiale del mondo per i media”: dal marzo 2003 sono 210 i giornalisti e operatori dei media uccisi e 87 sequestrati). Due “verità” taciute non sono state smentite dalla realtà: accanto alle aziende di contractors che hanno fatto affari d’oro con la sicurezza e la protezione degli interessi non irakeni, è di pochi giorni fa l’elenco delle compagnie straniere ammesse a partecipare alle gare di appalto per lo sfruttamento di gas e petrolio dei ricchi giacimenti irakeni: Royal Duch Shell, BP, Exxon Mobil, Chevron, Total, Conoco Philips, la russa Lukoil, la spagnola Repsol, l’australiana BHP Billiton, l’italiana Gruppo Edison e la Korea Gas Korp.
… ha calpestato la giustizia
perché il prezzo pagato non giustifica gli impalpabili risultati raggiunti. Sono stati 5 anni di “carneficina e disperazione” come denunciano Amnesty International e alcune agenzie Onu. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) documenta 151.000 irakeni uccisi da marzo 2003 a giugno 2006 e per la maggior parte civili (uno studio del gennaio 2008 della Britannica Opinion Research Business (ORB) parla di un milione di vittime); oltre 70.000 vedove e centinaia di migliaia di orfani; più di 4.400.000 irakeni sono stati costretti ad abbandonare le loro case (2.500.000 sfollati interni e 1.900.000 profughi nei paesi vicini nell’Iraq: fonte UNHCR), 1 irakeno su 3 sopravvive con gli aiuti di emergenza, 2 su 3 non hanno accesso all’acqua potabile, un sistema sanitario “in condizioni peggiori che mai” (fonte: Comitato Internazionale della Croce Rossa – ICRC); un programma di ricostruzione non ancora decollato che ha visto stanziati (tramite Usa, Ue e Onu) decine di miliardi di dollari e non ha visto risultati significativi. La situazione umanitaria nella maggior parte dell’Iraq è fra le più critiche al mondo (ICRC). E ancora: 4.000 soldati statunitensi morti, 6.000 reduci Usa suicidi, almeno 500 miliardi di $ spesi fino a oggi secondo le stime più caute per questa guerra, 3 mila miliardi secondo il premio Nobel Joseph Stiglitz; un Irak distrutto, diviso e lontano dalla democrazia in cui le minoranze sono sempre più calpestate, un mondo diviso come non mai fra occidente e islam, un mondo più insicuro e a rischio..
… ha calpestato la libertà, la legalità e i diritti umani.
“Iraqui Freedom” si chiamava l’operazione che ha scatenato la guerra in Iraq. “Cinque anni dopo l’invasione guidata dagli Usa che ha rovesciato Saddam Hussein, l’Iraq è uno dei Paesi più pericolosi al mondo” (fonte Amnesty International rapporto 2008). Nessuna guerra libera, anzi, genera altre catene, tanto più una guerra preventiva che ridicolizza in modo irreversibile e tragico l’Onu: basta ricordare Falluja e l’uso di armi chimiche; Abu Grahib o Guantanamo e le torture ai detenuti; oltre 51.133 detenuti (fonte: rapporto Onu sulla situazione dei Diritti Umani in Iraq, dic 2007) molti dei quali senza possibilità di difesa, in carcere solo per sospetti o senza prove effettive e senza garanzie di un giusto processo; la presenza nelle carceri irakene di 1.350 minori di età compresa fra i 10 e i 17 anni (fonte Unicef); una costituzione che contempla la pena di morte velocemente applicata; le vendette trasversali ormai incontenibili; la divisione etnica del paese e la conseguente violenza contro le minoranze (cristiani, yazidi, …); la tragedia della criminalità organizzata e i continui rapimenti a scopo di lucro; la drammatica situazione delle donne (vedi rapporto del Women for Women International); il fatto che oggi l’Iraq è il paese in cui Al Qaeda è saldamente presente con la su ideologia di morte; la creazione di muri di divisione sempre più invalicabili in Medio Oriente e nel mondo intero.
Rifiutiamo ogni tentativo di disimpegno in atteggiamenti dimissionari che minimizzano il male, in fuga nel privato che separa ambito sociale e morale, in fuga nello strategico che ci porta a una azione umanitaria incapace di mettere in discussione il nostro sistema e le nostre scelte.
Ma ci domandiamo: cosa resta dopo una tale violenza devastatrice?
Resta un popolo che vuole dignità e risposte semplici al vivere quotidiano da troppo tempo inascoltate: acqua, elettricità, scuole, lavoro, strade, cibo
… chiediamo al governo irakeno e a chi lo ha voluto e lo sostiene di rispondere innanzitutto alle necessità della gente.
Resta una piccola comunità cristiana che non vuole essere confinata in alcuna riserva o territorio (vedi il progetto della piana di Ninive) ma che desidera condividere il futuro dell’intero Iraq e dell’intero popolo che lo abita portando il messaggio evangelico come buona notizia e progetto di vita per tutti
… esperti di convivenza i cristiani di Iraq possano essere garanzia di riconciliazione e ponte di dialogo fra l’islam e il mondo moderno. Non siano lasciti soli, ma siano ascoltati e appoggiati dalla chiesa universale e dalle nostre comunità nella loro scelta di cittadinanza irakena e di uno stato di diritto.
Resta una necessità grande che le religioni diventino sempre più capaci di dialogo, di incontro, di profonda spiritualità; capaci di dare corpo a quel decalogo di Assisi che è la strada condivisa per vincere ogni tentazione di scontro di civiltà, obbedendo all’unico e fondamentale comandamento dell’amore
… chiediamo alle donne agli uomini di fede e ai responsabili religiosi il coraggio della fraternità, la forza di disarmare Dio e la religione e la capacità di delegittimare in nome di Dio ogni gesto e scelta, ogni strumento e strategia che calpesta la vita e la dignità delle persone.
Resta una comunità internazionale ferita che nel 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani vuole ritornare alla forza della legge e alla tutela della dignità di ogni persona e di tutti i popoli superando la tragedia di una sicurezza che cancella la libertà e di interessi che calpestano la giustizia
… vorremmo vedere meno strategie di sicurezza nazionale e più strategie di giustizia e bene comune, chiediamo alle nazioni e ai popoli di rileggere, riconfermare e applicare in ogni modo la Carta dell’Onu e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Resta la via della nonviolenza come unica percorribile e capace di costruire speranza e rapporti nuovi e vitali, e la via della riconciliazione e ricostruzione della fiducia come unica capace di sguardo al futuro e di limitare le vendette dirette o trasversali
… chiediamo la profezia della nonviolenza innanzitutto ai nostri Vescovi, eredi della profezia di pace del Cristo, alla nostra Chiesa e a chi si riconosce nel vangelo di Gesù. Rispondere al male con il bene sia la nostra unica testimonianza.
Resta la scelta del disarmo e del rifiuto di ogni strategia terroristica e di guerra, santa, giusta, preventiva, umanitaria, di liberazione o di occupazione, sempre e solo “avventure senza ritorno”
… chiediamo al nostro nuovo governo e al parlamento di rispettare la Costituzione, di ascoltare la voce della propria coscienza e di avviare una politica di pace fatta di disarmo e di riduzione delle spese militari sempre più di offesa che di difesa (vedi aereo cacca F35); di privilegiare una politica di rifiuto di ogni strumento violento e militare nell’affrontare le situazioni di conflitto (vedi l’ipotesi di tornare con i nostri soldati in Iraq). Chiediamo a chi ci rappresenta in sede Europea di insistere in ogni modo perché le politiche di prevenzione dei conflitti e di difesa nonviolenta ci vedano sempre più protagonisti sul palcoscenico mondiale.
Resta aperta solo la prospettiva quotidiana di chi sa costruire ponti, incontro, scambio, cooperazione, collaborazione. Metodi molto più congeniali e adatti alle Ong, ai Corpi Civili di Pace, alla Societa Civile che agli eserciti e alle multinazionali
… chiediamo a tutti noi maggiore sobrietà di vita e il coraggio della povertà, di mezzi e strumenti, per non dover dissanguare i popoli e le nazioni che hanno nel loro sottosuolo quelle riserve di energia e di materie prime che sono spesso motivo di guerre.
Resta lo sguardo dal basso: dei piccoli, delle donne, delle vittime di ogni violenza. E’ il nostro punto di vista da cui guardiamo e giudichiamo la politica, la storia, l’economia, la religione
… coscienti di un’altra efficacia riconoscibile nella storia, rispetto alla tragica logica della difesa, del possesso e dominio, vogliamo essere fra i molti che non cessano di cercare il bene e il vero, dedicando a questo la nostra vita e riconoscendo in questo il senso e il compimento della nostra esistenza.
Mons. Paolo Faraj Rahho, vescovo di Mosul, servo del Vangelo di Cristo, rapito e trovato ucciso il 13 marzo 2008, ci lascia nel suo testamento una lucida testimonianza e un impegno che facciamo nostro:
“L’uomo, che dona la sua vita, se stesso e il suo essere e tutto ciò che possiede a Dio e all’altro esprime così la profonda fede che ha in Dio e la sua fiducia in Lui. Il Padre Eterno si prende cura di tutti e non fa mai male a nessuno. Perché il suo amore è infinito. Lui è Amore, ed è anche la pienezza della paternità. … Chiedo a tutti voi di essere sempre aperti verso i nostri fratelli musulmani, yazidi e tutti i figli della nostra Patria amata, di collaborare insieme per costruire solidi vincoli di amore e fratellanza tra i figli del nostro amato Paese, Iraq.”
Come già detto più volte in questi anni, rinnoviamo l’impegno a non cedere alla tentazione crescente dell’assuefazione, dell’indifferenza, della rassegnazione.
Come Pax Christi siamo stati molte volte in Iraq per essere accanto a chi subisce la follia della guerra con tutte le sue conseguenze. L’ultima volta, lo scorso mese di febbraio.
Per questo ci sentiamo di affermare che i dati presentati in questa riflessione, i numeri e le cifre non solo sono tragicamente veri, ma per noi hanno un volto, concreto e ben definito: quello delle persone che abbiamo incontrato.
Anche con loro e per loro, rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza.
Allegati
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