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    Il Nuovo Municipio alla prova del “federalismo dal basso”

    Assemblea nazionale delle esperienze partecipate negli enti locali per fermare la spirale di privatizzazione
    21 ottobre 2006 - Claudio Jampaglia
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    Non siamo ancora nel Venezuela che la inserisce nella Costituzione e neppure nel Brasile che la sperimenta da vent’anni tra città e governi locali, ma la democrazia partecipativa marcia in Italia con la Rete del Nuovo Municipio.
    Dopo la fase dello studio e della traduzione dei modelli latinoamericani, quella delle grandi assemblee e forum, è arrivato il tempo degli assessorati e della pratica. Un bilancio unico non c’è, perché l’argomento si declina sui territori e nella storia di ogni comunità. Si possono al limite misurare luci e ombre, singoli successi e prospettive generali di due percorsi ormai affermati: un federalismo municipale solidale di enti locali come risposta al federalismo del centrodestra che decentra per ri-accentrare nei governi locali tutto il potere; e un percorso dal basso di vertenze e domanda di partecipazione dalla Val Susa al Ponte sullo Stretto.

    Per provare a confrontarsi su questo doppio binario, si sono ritrovati a Milano associazioni e amministratori nella “quarta assemblea nazionale degli enti locali che sperimentano pratiche partecipative”, ospiti non a caso dell’assessorato alla partecipazione, pace, giovani della Provincia guidato da Irma Dioli. Milano è sempre stata una provincia ricca anche di una dimensione pubblica dei servizi e la furia privatizzatrice della “casa delle libertà” può trovare nella provincia un freno sostanziale.

    Da un lato il presidente Filippo Penati, con il grosso del centrosinistra, a rifondare un’istituzione locale azionista e imprenditrice di reti stradali, acqua e municipalizzate con cui fare economia del territorio; dall’altra Sinistra europea, associazioni e movimenti a chiedere che siano beni comuni e partecipazione diretta dei cittadini a guidare lo sviluppo locale. Non sono modelli inconciliabili, ma difficile non vederne il confine. Chi governa i processi, le scelte, le ricadute economiche e sociali?

    La domanda se la pongono tutti, ma ancora pochi ci provano: una cinquantina di comuni, una manciata di province e cinque regioni con 500 associazioni e comitati che spingono dal basso. L’esempio della necessità di fare di più viene ancora da Milano, metropoli e hinterland, dove fioriscono molte esperienze. Dai resistenti urbani di Molise Calvairate, un grande quartiere di case popolari dimenticato da anni con tanto disagio sociale, che con il Comitato popolare lavorano, tra le tante cose, sul doposcuola partecipato, alla Cascina Cuccagna, luogo sociale e di comunità in via di recupero. Dalla “metodologia di sviluppo di comunità” dell’amministrazione di Pioltello, con servizi, operatori e teatro forum sul territorio, in un contesto difficile e storicamente di confine, al ciclo completo di bilancio partecipato (emersione dei bisogni, costruzione della griglia di priorità operative e scelta finale delle stesse in più assemblee e confronti pubblici tra maggio e novembre di ogni anno) che il comune di Pieve Emanuele sperimenta dal 2003.

    Tanti bilanci partecipativi in itinere tra Vimercate, Locate Triulzi, Vimodrone, Rozzano, Cesano Boscone, Cinisello Balsamo e piani regolatori partecipati a Mezzago, Trezzo d’Adda, Cornate. Processi istituzionali e popolari per gestire la cosa pubblica, il bene comune per eccellenza. Il resto è sparso tra Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Marche, mentre si assiste a una forte crescita delle presenze nel Sud (Calabria, Campania e Puglia): una promessa di rinascita della partecipazione e della trasparenza sulle scelte pubbliche. Si chiama fame di democrazia. E poi ci sono le esperienze d’acqua, di cooperazione, pace e scambi internazionali, il contratto mondiale sull’energia e tutti i pezzi di movimento della partecipazione.

    Di fronte al cammino federalista non ci sono alternative e sul governo locale si giocherà gran parte del destino di una politica progressista, popolare, di sinistra. L’esempio è ancora la Lombardia: con la “questione del Nord” e il federalismo alla Formigoni, via accentramento di tutti i poteri e deleghe private, che sembra piacere a buona parte del centrosinistra. Ma potremmo allargare il quadro al paese intero con l’offensiva lanciata sulla privatizzazione dei servizi dalla ministra della funzione pubblica Lanzillotta.

    A rispondere ci sono movimenti e reti, dalla sanità ai trasporti, ma bisogna fare lo sforzo di un’altra politica possibile di governo. Proprio a partire da un “un nesso inscindibile tra partecipazione e federalismo”, come spiega Alberto Magnaghi, presidente della Rete. Come? Facendo diventare la partecipazione e il dibattito pubblico la forma ordinaria della politica sui territori, dando fiato a saperi diffusi e progettualità molecolare, con l’autogoverno locale dei beni comuni e il superamento della dicotomia tra uso pubblico o privato grazie al riconoscimento “dell’uso comune” di beni e territorio.

    Un “federalismo dal basso” in sostanza, contrapposto non solo a quello devoluzionista piovuto dall’alto ma allo stesso concetto di città globale della competizione e di megafunzioni di consumo, trasporto e dell’abitare. Come dire, con Giorgio Ferraresi del Politecnico di Milano, che per dire sviluppo locale bisogna saper puntare sulla produzione di ricchezza e di benessere dei beni comuni, su nuovi stili di vita e nuova domanda sociale di beni di qualità e ambiente.

    Sembra un’altra politica, dove il primo ad essere diverso è colui che ne detiene l’autorità: assessore, sindaco o presidente di circoscrizione o provincia. Un passaggio non facile, non solo per la cultura politica dei singoli, ma soprattutto per la solitudine del percorso in giunte e governi dove si è quasi sempre minoranza. Il rischio del “ghetto” è ben noto ai quasi 700 assessori delegati alla partecipazione di Rifondazione in giro per l’Italia e a noi la racconta Salvatore Amura, uno che è riuscito a farcela nel suo territorio come vicesindaco di Pieve Emanuele, ma che da fondatore della Rete si preoccupa del percorso: «Siamo riusciti a introdurre la partecipazione nei programmi e nelle alleanze, abbiamo assessorati specifici un po’ ovunque, però senza fondi, senza l’impegno della coalizione la via istituzionale non paga».

    La sensazione è che dopo le primarie pugliesi, il resto del centrosinistra guardi alla partecipazione come qualcosa di pericoloso per la politica, da centellinare; qualche principio e pochi fatti. «L’unico modo è allargare ancora la partecipazione e sapere rispondere alle rivendicazioni territoriali che ci sono senza aspettare che succeda una Val Susa per muoversi - dice Amura - Bisogna aprire ai cittadini a partire dai servizi più prossimi».

    Quindici anni di tagli sui servizi e amministrazioni comunali che non coprono più del 30% dei servizi diretti al cittadino (dagli asili ai senza casa) si accompagnano a continue alienazioni di servizi pubblici e di porzioni di territorio. Domanda sociale e risposta liberista spingono la spirale. Questo è il confine, solido e concreto su cui lavorare. Dovrebbe farlo anche il governo, «ma il bel capitolo sulla partecipazione nel programma dell’Unione, dov’è finito?», chiede Irma Dioli.

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