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    La bancarella «critica» a Campo de' Fiori

    «Tra il salotto e piantare una vigna, io scelgo questa» Dalle battaglie femministe degli anni '70 al teatro di Grotowski, all'agricoltura biodinamica. Fino a tornare alla bancarella, come la nonna: a Campo de' Fiori ma anche al «critical wine». Per Paola Leonardi il valore della vendita diretta è la «rete di relazione».
    10 febbraio 2007 - Damiano Tavoliere
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    La potete trovare una domenica al mese a Campo de' Fiori insieme ad altri produttori di cose buone - dove acquistare biologiconon è subire una rapina - oppure al critical wine del Leoncavalloo del Forte Prenestino, e quindi in luoghi dove le facce delle persone (di norma) semmai strizzano l'occhio alla matita di Guttuso e al pennello di Caravaggio. Paola Leonardi vende succo d'uva, mele e un vino con cui intrecciare sapienti colloqui amorosi.
    L'ho incontrata così, con l'acquirente incantato dalla meraviglia dei sensi che indagava il suo volto e quello del suo compagno. Poi ho visto una copia del manifestoin fondo a un cartone ed abbiamo abbozzato insieme un sorriso silente, con quella comunanza complice e d'intesa quasi cospiratoria che caratterizza certi incontri casuali fra persone di talune sette o minoranze costituite: «Io sono una di quelle che hanno organizzato le prime manifestazioni femministe in Italia, era un pomeriggio del '74, siamo andate a Bologna - io del manifesto, Adele Busatto di Avanguardia operaiae Daniela e Maria di Lotta continua- dove con altre compagne abbiamo messo in piedi il primo corteo nazionale di sole donne che s'è svolto a Roma. Io facevo parte del Movimento femminista autonomo, quindi Bianca Maria Frabbotta, Giuseppina Ciuffreda ed altre, cioè quelle di via Pomponazzi che facevano riferimento ai gruppi di sinistra extraparlamentari, non quelle di via Pompeo Magno. Quelle di Pompeo Magno erano su posizioni più radicali, anche se avevano ragione loro su cose come la depenalizzazione totale dell'aborto (è una legge fascista del 1934 che definisce reato l'aborto) perché se avessimo conquistato quel diritto non ci sarebbero gli attentati all'aborto che ci sono adesso. Io non l'avevo capito, sono sincera, noi eravamo sulla linea di quantoera possibile e praticabile...».
    Scuola popolare
    «In quel corteo io ero sulla macchina di testa e gridavo slogan, avevo accanto una compagna che abitava con me (ora è una biologa della Sapienza). La sera di quella prima manifestazione io scrissi una canzone che fu cantata a un corteo successivo in piazza Navona e poi fu cantata a Milano, altrove, e nessuno sapeva chi l'aveva scritta; era sulle note di Mia cara moglie: "caro compagno stasera io credo / sarebbe bene noi si parlasse / non come sempre di lotta di classe /ma del mio lavoro e la mia libertà /da troppo tempo io in questa tana / lavoro gratis per il suo padrone / e proprio tu in questa oppressione / fai da catena alla mia schiavitù /voglio scoprire il piacere sessuale /voglio incontrarmi ogni volta con me / anche se questo volesse poi dire / non fare più l'amore con te...", insomma c'era tutto il femminismo di allora».
    «Ero molto impegnata politicamente, in più facevo psicologia all'università e lavoravo alla Scuola popolare, cioè facevo lezione alle persone adulte in una scuola pubblica nel tardo pomeriggio, erano corsi di alfabetizzazione. Quando ci fu il referendum sul divorzio votarono tutti per il divorzio, ma io avevo una preside fascista, la quale venne in classe e...».
    Paola racconta il lavoro di quartiere a San Lorenzo e i viaggi a Londra organizzati insieme a Simonetta Tosi per le donne che volevano abortire, l'autoriduzione delle bollette, le occupazioni alla Garbatella accompagnate dalla voce di rivolta di Paolo Pietrangeli, e qui conosce Nilde Vinci (sua «madre simbolica») che le trasmette i pensieri della Libreria delle donnedi Milano e le apre la strada all'incontro con Luisa Muraro e le altre, un rapporto tuttora vivo e palpitante che l'ha «fatta uscire dalla rabbia verso il mondo maschile».
    «La mia militanza politica in senso stretto - il lavoro di quartiere, le riunioni, la frequentazione delle sedi politiche - è durata fino al '77, che si sa è un po' uno spartiacque storico. Io dopo faccio teatro di gruppo sulla scia di Grotowski, Barba, l'Odin Teatret, il Ttb di Bergamo, dove l'anno dopo ho partecipato al Primo atelier internazionale del teatro di gruppo. A Roma ho cercato un gruppo che facesse quel tipo di esperienza, ho visto lo spettacolo del teatro Arcoirise me ne sono innamorata, così quando hanno organizzato un seminario per cercare nuovi attori...».
    Quel teatro non c'è più, ma quell'innamoramento è stato talmente fulminante che la Leonardi ha chiamato Arcoiris ( arcobaleno) la sua fattoria. In un ritiro toscano del gruppo teatrale lei conosce l'altoatesino Walter Loesch e insieme decidono di riconoscere l'uno nell'altra la metà del cielo. E' il 1979, Paola ha trent'anni, Walter sta facendo il servizio civile in una cooperativa dell'Amiata dopo essersi laureato in filosofia.
    Una normale eccezione
    Nel 1981 i due accantonano il teatro e partono per un'azienda agricola svizzera ad imparare i metodi di coltura biodinamica. «Dalla Svizzera siamo tornati in Toscana, eravamo senza una lira e siamo andati a imparare l'apicoltura dal nipote di Piana, quello che ha fatto conoscere al mondo il metodo italiano. Io e Walter abbiamo lavorato con lui tre anni nel periodo primaverile e estivo, mentre d'inverno vivevamo di traduzioni; finchè abbiamo messo su il nostro apiario, e intanto nell'83 è nato il nostro primo figlio: abitavamo in una casa senza luce, senza strada per arrivarci... poi abbiamo rilevato l'azienda attuale, vicino Chianciano, indebitandoci per trent'anni, così pagherò l'ultima rata l'anno in cui compirò settant'anni. Poco prima era nato il secondo bambino e i nostri genitori ci consideravano un po' pazzi e un po' geniali... I primi dieci anni sono stati durissimi, i mobili per la cucina li ho potuti comprare a cinquant'anni suonati, ma io sono sempre stata una cosiddetta avanguardiacon la voglia di fare, non solo di parlare o comunicare col corpo come quando facevo esclusivamente attività politica o teatrale».
    Paola voleva vivere una vita speciale, «eccezionale e normale allo stesso tempo, eccezionale nella sua normalità, normale nella sua eccezionalità», una vita intensamente dotata di senso, «la vita del teatro è soloeccezionale mentre io volevo essere anchenormale». L'impegno prevalentemente intellettuale nell'esistere politico o teatrale la distoglieva da una materialità tangibile, visibile, godibile, con l'insieme psicofisico in perpetua espressione vitale. Nello specifico, vi era una sorta di «emulazione genealogica, l'amore grande per le donne della mia famiglia, mia madre e mia nonna, ma anche di emularle perché loro commerciavanomentre io vendo solo ciò che produco direttamente, e comunque faccio rivivere quel che loro hanno fatto, ossia le fruttivendole: mia nonna materna aveva dodici figli, faceva la fruttivendola qui a Campo de' Fiori ed era iscritta al Pci quando era ancora clandestino, una comunista vera, di quelli che nascondevano gli ebrei in soffitta, una donna che guidava l'assalto ai "cascherini", cioè chi in bicicletta portava il pane nelle caserme o in altri luoghi per adulti, perché mia nonna diceva che il pane va dato prima ai bambini e poi ai grandi; un'altra volta puntò il coltello alla gola del macchinista di un treno pieno di deportati costringendolo ad aprire i carri bestiame in aperta campagna per far scappare la gente rinchiusa, era una donna che diceva il rosario anche se coi preti non aveva niente a che spartire, e dopo la guerra le persone da lei salvate venivano qui alla bancarella a mostrare la loro gratitudine...».
    «Mia madre era la più grande dei dodici figli ed era una donna di una bellezza sconvolgentecome si diceva in quartiere, abitava in via del Governo Vecchio e faceva il lavoro di mia nonna, sempre qui a Campo de' Fiori, dove mio padre ogni mattina portava col camion frutta e verdura».
    L'amore e le leggende
    Paola esige una pienezza maggiore nel rapporto col lavoro, un'identificazione immediata e vissuta che si riconosca nella alta qualità del prodotto e della relazione coi clienti: «Io ho piantumato, ho curato la vite o l'albero per tutto l'anno, faccio il vino, lo invecchio, e dentro c'è l'amore con cui faccio tutto questo, l'amore per mio marito e i miei figli che con me lavorano e vivono, per la terra che mi ha messa alla prova, alla provabada bene, non che mi ha accolto, perché queste leggende bucoliche bisogna cancellarle. La natura non perdona, ma nemmeno toglie o dà, t'insegna a confrontarti, ad arrenderti o esultare quando è avara o generosa, ti solleva da quel senso di onnipotenza che spesso pervade la vita di molti e che ritrovi particolarmente in politica... In natura basta la gelata di una notte e va a zero tutta la produzione, vuol dire che tu quell'anno non mangi o - nel nostro caso - non paghi i debiti; la natura ti insegna che sei fragile, che non vivi in eterno, che niente vive in eterno, e soprattutto che ogni anno torna la primavera, e poi l'estate l'autunno l'inverno, questo rinascere e finire continui, e tutto è così naturale che tu non pensi più alla morte come la fine di tutto, ma come qualcosa che fa parte del tutto, perché la tua vita è solo contingente anche se è unica e tutti i tuoi giorni sono unici e irripetibili. Vedi, io ho parlato coi miei figli della morte quando erano già grandicelli, gli ho detto che una volta - loro piccolini - mi ero molto preoccupata perché non stavo bene e avevo il terrore di lasciarli soli, mentre ora potevo morire tranquilla perché loro erano autonomi, e quindi potevo anche viveretranquilla. Non è una resaalla vita, è un affidarsialla vita in un ciclo di continuità... Il 'bucolico' bisogna cavarselo dalla testa, noi siamo un'impresa con quaranta ettari di campo e due persone che lavorano stabilmente con noi (una a tempo pieno, l'altra mezza giornata). Prendiamo sovvenzioni pubbliche e dobbiamodimostrare di avere un rapporto realecol pubblico».
    Il salotto e la vigna
    «So bene che il biologico è diventato una moda e un businessper alcuni, ma noi viviamo in un mondo dove tutto diventa business; io mi consolo pensando che tutto sommato è meglio un businessdi cose buone che uno di cose cattive». Al fine di saltare le intermediazioni speculative, Paola Leonardi sottolinea la differenza nella sostanza e nella forma del rapporto con la clientela: «Ti voglio dire una cosa per me importante: il valore della vendita diretta come rete di relazione, che significa restituire ai consumatori la fiducia in ciò che acquistano e da chi, dare a noi energia e riconoscimento, stabilire una relazione di reciproca fiducia appunto. Lo verifico da dodici anni che faccio regolarmente, tutte le domeniche, i mercatini biologici a Roma, Firenze, Perugia e saltuariamente a Milano, a Bologna... prendo parte al critical winedi Veronelli (Luigi ha inventato il termine prezzo sorgente, io lo chiamavo già nel '94 "prezzo alla fonte")... Però rispetto a tre anni fa le persone hanno grosse difficoltà economiche, davvero grosse se pensi che io praticavo gli stessi prezzi di oggi, però tre anni fa vendevo settanta casse di mele a ogni mercato e adesso ne vendo venti, così prima finivo le mele a gennaio, oggi mi durano fino ad aprile...
    «Non ho ancora un salotto, i mobili (tutti scompagnati) vengono da nonni e parenti, ma non m'interessa questo, io vivo in campagna e ci sto bene anche se lavoro sempre, tutti i giorni, tutto l'anno, e il mio "tempo libero" è qui mentre faccio il mercato e parlo con te. Però mi sento libera, è una mia scelta e perciò mi sento libera nonostante l'impegno. E se devo scegliere fra impiantare un altro pezzo di vigna e farmi il salotto, io scelgo la vigna perché del salotto non me ne importa niente. Sai, dicono che il contadino è quello che il giorno prima della fine del mondo pianta un albero...».

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