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Il pensiero critico contro il pensiero unico

Chi tace acconsente. Il potere si sostiene così

"Facciamo invece trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento. Confrontiamo i consumi e i comportamenti con i nostri valori. E poi scegliamo"
24 novembre 2003 - Francesco Gesualdi
Fonte: Altreconomia - 01 novembre 2003

Si scrive consumo critico, si pronuncia controllo democratico. A scuola ci hanno insegnato che la politica si fa nella cabina elettorale o tutt'al più nelle sedi di partito. Ma ci hanno ingannato. La politica si fa sempre, perfino quando stiamo zitti. A ben pensarci proprio il silenzio e l'indifferenza sono i comportamenti di maggiore rilevanza politica, perché il potere adotta la regola che chi tace acconsente. Non a caso la maggioranza silenziosa è il suo più grande alleato.

Pochi si interrogano sulla natura del potere ed è diventato un luogo comune che il potere stia in piedi da solo. In realtà è sostenuto dal basso. La vera forza del potere si chiama consenso che non si avvale solo del silenzio, ma anche dell'obbedienza. Per questo don Milani disse che l'obbedienza non è più una virtù.

Il potere non può realizzare i suoi progetti da solo. Ha bisogno di noi. Pensiamo alle guerre: oltre che di soldati, ha bisogno di lavoratori che costruiscano le armi e di cittadini che paghino le tasse. Pensiamo allo sfruttamento: oltre che di dirigenti consenzienti, ha bisogno di consumatori ebeti. Pensiamo alla costruzione di un modello culturale unico: oltre che di giornalisti e di insegnanti complici, ha bisogno di una società assente.

Così scopriamo che tutti siamo responsabili dei crimini commessi dal potere. Ma nel contempo scopriamo che proprio noi abbiamo il potere di fare cambiare le cose. Il mezzo si chiama pensiero critico e comportamento coerente. Se pensiamo prima di agire e se agiamo confrontandoci con i nostri valori, possiamo mettere il sistema in ginocchio. Ecco perchè la politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all'edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, quale lavoro svolgere, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un'economia solidale e dei diritti o un'economia animalesca di sopraffazione reciproca.

In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento.

Fra le strutture di potere con le quali abbiamo rapporti continui, ci sono le imprese. La loro presenza non ci abbandona mai. Lavoriamo nei loro stabilimenti, leggiamo i loro giornali, ascoltiamo le loro televsioni, consumiamo i loro prodotti, siamo rintontiti dalla loro pubblcità.

Del resto le imprese non sono strutture qualsiasi. Sono il cuore del sistema, perchè il capitalismo è stato creato da loro per loro. Da loro proviene la cultura, così pervasiva, del denaro e dell'individualismo. Da loro proviene l'ideologia liberista del mercato e della concorrenza che ormai è estesa ad ogni ambito umano e sociale. Da loro provengono le pressioni affinchè il mondo venga imbalsamato dentro regole economiche studiate per servire i loro interessi contro quelli della gente e dell'ambiente.

È noto, ad esempio, che le multinazionali farmaceutiche si sono date un gran da fare per ottenere un trattato sui brevetti che tiene conto solo dei loro profitti contro il diritto alla vita.

Dunque chi pretende di fare politica senza occuparsi delle imprese perde solo tempo. Tanto più che le imprese hanno responsabilità dirette verso i lavoratori, verso l'ambiente, verso il Sud del mondo.

Nestlè, che assorbe il 12% di tutto il caffè commercializzato ha una forte responsabilità nella caduta del prezzo che dal 1960 ad oggi è calato del 66%. Total, che investe in Myanmar, è complice del governo repressivo di quel Paese. Unilever, che disperde termometri rotti nei parchi indiani, attenta all'ambiente e alla salute umana. Johnson & Johnson, che mette in vendita apparecchi per diabetici difettosi, attenta alla vita. Coca-cola che non interviene per fermare la mattanza di dirigenti sindacali nelle fabbriche colombiane che imbottigliano per lei, avalla la violenza.

Di questi fatti e di molti altri diamo notizia nella nuova edizione della Guida al consumo critico, affinchè la gente sappia e decida di conseguenza.

Un tema a cui abbiamo dedicato particolare attenzione in questa edizione è l'invasione della politica da parte delle imprese. Proprio in casa nostra abbiamo un caso emblematico con Silvio Berlusconi che è al tempo stesso padrone di un vasto impero finanziario e capo del governo. Il fatto è che la politica scrive le regole e le imprese hanno sempre avuto interesse a controllarla per ottenere regole a loro favore. Per ironia della sorte il meccanismo democratico ha addirittura facilitato il loro intento. In democrazia per prendere il potere ci vogliono i voti e per avere i voti bisogna arrivare alla gente con tutti i mezzi possibili: la televisione, i giornali, la pubblicità cittadina.

Ma tutti questi strumenti di persuasione costano e alla fine la democrazia si è trasformata in una questione di soldi. Un tempo i soldi si chiedevano ai militanti ma piano piano si è preferito battere strade più sbrigative e oggi succede che i partiti bussano sempre più spesso alle porte delle imprese. Almeno così è negli Stati Uniti e lo sarà sempre più anche da noi, via via che si accentuerà lo scollamento tra vertice e base.

Morale della favola, la politica la fanno sempre di più le imprese. Per questa ragione ci siamo sforzati di individuare le imprese che pretendono di dominare la politica in virtù della loro forza economica.

Per lo stesso motivo abbiamo segnalato un boicottaggio del tutto particolare denominato "Consumo responsabile per la libertà di informazione", che si pone l'obiettivo di indurre Silvio Berlusconi a risolvere il suo conflitto di interessi.

Si tratta di un'iniziativa lanciata contro le imprese che hanno la maggior presenza pubblicitaria sulle reti di Mediaset. La richiesta è che smettano di collocare spot pubblicitari su queste reti, in modo da procurare un danno a Silvio Berlusconi e fargli capire che deve scegliere se essere presidente del Consiglio o imprenditore che detiene il monopolio televisivo. Un doppio ruolo che minaccia non solo la libertà di stampa ma la stessa democrazia.

Note:

www.altreconomia.it
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