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Intervista a Carlo Gubitosa, autore del libro "Elogio della pirateria"

"Il mondo può scegliere se dirigersi verso un progresso collettivo o alimentare i profitti privati".
30 settembre 2005
Daniele Marescotti
Fonte: Redattore Sociale

TARANTO - In questi giorni il libro “Elogio della pirateria” esce in tutta Italia con un forte potere di provocazione. Le tesi in esso contenuto sono destinate a far discutere. Redattore Sociale ha incontrato l’autore Carlo Gubitosa, un ingegnere delle telecomunicazioni che ha scelto il giornalismo, per fargli delle domande sui punti più “scottanti” del suo libro.

Perché a tuo parere la pirateria va “elogiata” anziché combattuta?

“Il mondo può scegliere se dirigersi verso un progresso collettivo o alimentare i profitti privati, e in questo senso i soldi dati dalle aziende a Giorgio Faletti, per far sentire dei criminali i ragazzini che si scambiano musica, avrebbero potuto essere impiegati a beneficio di tutti per combattere le vere forme di criminalità, e non quelle forme di socialità autoorganizzata che stanno nascendo in rete senza scopo di lucro. Lo stesso vale per le persone impaurite dalla legge Mammì che non osano accendere una telestreet nel loro quartiere, per i contadini impauriti dalla Monsanto e vincolati con contratti capestro a usare i semi solo in un certo modo e a ricomprare ogni anno le sementi, e per tante altre forme di paura artificiale che in realtà sono solamente delle forme di controllo esercitato sulla nostra vita dalle aziende attraverso delle efficaci campagne di propaganda”.

A quale genere di lettore hai pensato scrivendo il tuo libro?

“Non mi rivolgo ad un particolare tipo di lettori, ma mi piacerebbe che questo libro aiutasse le persone impaurite da tutte le campagne di criminalizzazione dello scambio gratuito di cultura, come quelle che vediamo nelle nostre sale cinematografiche”.

Scaricare mp3 può danneggiare gli artisti oltre che le case discografiche?

“Leggere libri dalle biblioteche può danneggiare economicamente gli scrittori, ma non è questo il punto. Il punto è che le leggi vengono scritte per il bene comune e per tutelare l'interesse della comunità, e non devono mai essere piegate all'interesse di un singolo, di un gruppo o di una categoria. L'esistenza delle biblioteche pubbliche tutela un interesse culturale collettivo superiore all'interesse economico privato degli autori, e questo legittima pienamente la loro funzione”.

Che cosa proponi in sostanza?

“Tanti problemi legati alla circolazione di cultura in rete sarebbero risolti semplicemente considerando Internet come una biblioteca planetaria anziché come un negozio globalizzato”.

Nel libro parli di copyright e brevetti: che differenza c'è?

“Il copyright è un diritto che tu acquisisci appena realizzi un'opera, ed è il diritto di essere l'unico a fare dei soldi con quest'opera per un intervallo di tempo limitato. Inizialmente questo periodo di tempo era di poche decine di anni mentre oggi, grazie alle pressioni delle lobby discografiche, cinematografiche ed editoriali questo intervallo supera anche il secolo. Possiamo considerarlo come una specie di "vantaggio iniziale", che da all'autore l'esclusiva sullo sfruttamento economico dell'opera, ma non limita altri tipi di utilizzo, ad esempio la fruizione privata senza scopo di lucro, così come avviene nelle biblioteche, dove si leggono gratis libri su cui non e' ancora scaduto il copyright. I brevetti, invece, non sono riconosciuti automaticamente, e non sono validi automaticamente in tutto il mondo, ma vanno richiesti ad appositi organismi, e valgono solamente per il paese che li concede. Il brevetto non è un "vantaggio iniziale" ma una "tassa sulle idee". Chi ha per primo una idea e la brevetta può chiedere, per un lasso di tempo che varia a seconda dei paesi, un pagamento a tutti coloro che useranno quella idea”.

Perché nel tuo libro esprimi critiche ai brevetti?

“I brevetti diventano un grosso problema quando riguardano i modi per combattere malattie come l'Aids, e in effetti alcuni "pirati" come Nelson Mandela hanno deciso di considerare i brevetti di alcune case farmaceutiche meno importanti di chi rischia la vita per l'Aids, e quindi hanno attivato le cosiddette procedure di "registrazione forzata". Ma il Sudafrica è stato fortunato, perché poteva produrre in proprio i farmaci. Altri paesi non hanno soldi per produrre farmaci e quindi, anche se lo volessero non potrebbero ignorare i brevetti. I paesi più poveri non possono nemmeno comprare farmaci a basso costo dal Sudafrica perché la registrazione forzata del brevetto non consente automaticamente l'esportazione”.

Quali nazioni hanno fatto più passi in avanti nella direzione auspicata dal tuo libro?

“Considerando l'azione dei governi, è stato fatto molto poco, anche grazie alla spregiudicata azione di lobbying di tutte le aziende che producono libri, dischi e musica. Ciò nonostante iniziano a fiorire le nazioni dove le pubbliche amministrazioni scelgono di adottare il software libero, e il sottobosco di autori e artisti che rilasciano le loro opere con licenze di libero utilizzo si arricchisce ogni giorno di nuove presenze. Per quanto riguarda la questione dei brevetti ho già citato l'esempio del Sudafrica, ma molte altre nazioni hanno abbracciato la strada della pirateria farmaceutica: l'India ha avviato ormai da anni una vitale produzione di farmaci generici esportati in vari paesi del mondo; il Brasile produce localmente otto dei dodici farmaci antiretrovirali utilizzati per il trattamento dell'HIV; perfino gli Stati Uniti hanno approvato nell'interesse nazionale centinaia di licenze obbligatorie su prodotti tecnologici, agroalimentari, farmaceutici e informatici; Regno Unito, Canada e Francia hanno dichiarato di voler violare il brevetto sul trattamento genico del cancro al seno di cui è proprietaria la multinazionale Myriad”.

Note: Per gentile concessione dell'agenzia stampa Redattore Sociale
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