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    Uranio impoverito: sotto accusa le esplosioni ad altissima temperatura

    Le novità scientifiche acquisite dalla Commissione di inchiesta del Senato sull’uranio impoverito

    “Le nanoparticelle superano le barriere biologiche e passano nello sperma”, afferma la dottoressa Antonietta Gatti, esperta di nanoparticelle.
    27 febbraio 2006 - Daniele Marescotti
    Fonte: Redattore Sociale

    Di particolare interesse per la Commissione sono stati gli studi compiuti dalla dottoressa Antonietta Gatti, responsabile del Laboratorio dei biomateriali presso il Dipartimento di neuroscienze dell’Universita` degli studi di Modena e Reggio Emilia.
    Grazie a nuovissime attrezzature ha potuto riscontrare nei tessuti di militari ammalatisi in missione la presenza di “nanoparticelle” prodotte dall’esplosione dei proiettili all’uranio impoverito ad altissime temperature, fra i 2.000 e i 3.000 gradi.
    Afferma la dottoressa Gatti: “«Nanopathology» è una parola inventata da me, anche se ora comincia ad essere di uso corrente: significa patologie da micro e nano particelle. Con una macchina di nuovo tipo, un microscopio elettronico di tipo ambientale, non solo riusciamo a individuare delle cose molto piccole, ma anche abbiamo sviluppato una tecnica innovativa per vedere all’interno dei tessuti patologici”.
    Sulla base di studi scientifici condotti a livello internazionale ha dichiarato: “Ebbene, una volta respirate, dopo 60 secondi hanno passato la barriera polmonare e sono entrate nel sangue; dopo un’ora sono arrivate al fegato. Quando questi corpi estranei sono all’interno, non è più possibile eliminarli, al momento, almeno, non si conoscono tecniche di eliminazione. Ma se sono nel sangue possono andare benissimo nelle gonadi, nello sperma; se sono dentro lo sperma ci può essere anche una contaminazione di un partner”.
    Le conclusioni a cui sono giunti gli studi della dottoressa Gatti sono particolarmente allarmanti in quanto hanno rivelato un impatto ecologico inaspettato della guerra condotta con i proiettili all’uranio impoverito: “Possiamo dire – ha spiegato la dottoressa – che le nanoparticelle possono passare: passano tranquillamente la barriera polmonare ma passano anche quella intestinale, perché se, per esempio, mangio un cavolo su cui è caduta questa polvere, ho una certa probabilità di ingerirlo. Quindi, questa polvere giunge negli organi interni e posso avere delle patologie di tali organi interni perché non c’è nessuna barriera che possa fermare queste nanoparticelle. Siamo partiti dall’uranio impoverito per imbatterci in una questione che di certo porta molto più lontano perché sconfina dallo specifico problema relativo all’uranio ed investe più estensivamente la questione ambientale”.

    Note:

    Per gentile concessione dell'agenzia stampa Redattore Sociale (http://www.redattoresociale.it)

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