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    Processi di globalizzazione e politiche di produzione bellica in rapporto con le piccole e medie imprese

    8 giugno 2000 - Achille Lodovisi

    Oggi il 90% della produzione mondiale di armamenti è concentrato in soli 10 paesi, ed il 50% si svolge negli Stati Uniti. Le 100 maggiori aziende del settore operano nei paesi dell’OCSE e hanno fatturato, nel 1997, 156 miliardi di dollari, una cifra pari ai tre quarti della produzione mondiale.
    La situazione odierna è il frutto di una strategia, adottata dalle grandi industrie e sostenuta finanziariamente e politicamente dagli stati, basata su di una girandola di fusioni ed incorporazioni che hanno portato alla nascita di colossi di livello mondiale: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, British Aerospace, Aerospatiale-DASA-AleniaFinmeccanica. Le grandi aziende del settore militare sono direttamente interessate alla strategia complessiva della globalizzazione proprio perché il loro futuro è sempre più legato ad una dimensione transnazionale. Si tratta di società che controllano una quota rilevante della produzione di armi a livello mondiale, adottando una strategia che integra l’internazionalizzazione delle attività col rilancio delle esportazioni di armi e coll’espansione delle attività di natura duale civile/militare. Tali evoluzioni accompagnano sempre la conclusione della fase di concentrazione finanziaria ed industriale, di inserimento nelle dinamiche speculative dei mercati borsistici e di ‘stabilizzazione’ delle strutture aziendali. Quest’ultima viene ottenuta ricorrendo ai licenziamenti, alla diminuzione dei salari, al decentramento produttivo in piccole e medie aziende – nelle quali si realizza una parcellizzazione estremamente mirata delle lavorazioni – ed al lavoro precario. Un tessuto di piccole e medie imprese quale quello esistente in Emilia-Romagna costituisce un terreno assai fertile per sostenere queste dinamiche ed è in grado di integrarsi nei cicli produttivi assai complessi della produzione ad uso duale. Per comprendere gli aspetti concreti di questa tendenza si può far ricorso ad una efficace analogia. Negli anni Ottanta i grandi gruppi automobilistici misero a punti il progetto di world car, realizzando autovetture tramite l’assemblaggio di componenti fabbricati in diversi paesi del mondo seguendo il criterio del massimo contenimento dei costi di produzione e della assoluta libertà per l’azienda; a partire dai primi anni Novanta le grandi imprese del settore aeronautico militare stanno realizzando il progetto di world fighter plane. Ad esempio, le linee di montaggio del caccia F-16, prodotto dalla statunitense Lockheed Martin, sono attive in Israele, Corea del Sud, Turchia e Taiwan, paesi nei quali il costo della manodopera è basso, il controllo sui movimenti di opposizione e sui sindacati ferreo, le agevolazioni fiscali notevoli, ed è garantita la libertà di esportare il prodotto finito anche verso paesi ‘politicamente’ scomodi o in guerra. La Boeing e la Textron hanno realizzato notevoli investimenti nel settore militare industriale in Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca – sfruttando condizioni locali favorevoli dal punto di vista politico, finanziario e fiscale – con l’obbiettivo di conquistare i mercati dell’Europa orientale sulla scia dell’espansione ad Est della Nato. Progetti simili stanno moltiplicandosi in tutto il mondo sotto la spinta delle potenti associazioni industriali di settore quali la Aerospace Industries Association (AIA), strenue sostenitrici della assoluta libertà di investimento e commercio.
    Si assiste così non solo alla proliferazione su scala mondiale della produzione bellica ma anche alla militarizzazione di interi comparti industriali e commerciali, ovvero ad un processo di internazionalizzazione del complesso militare-indusriale – ormai allargato a tutti i settori tecnologici di punta, le cui produzioni civili vengono con sempre maggiore frequenza impiegate anche in campo militare e viceversa – che, paradossalmente, sta creando crescenti difficoltà persino agli apparati statali coinvolti nel controllo della fabbricazione di armamenti. In questo particolare campo d’attività gli accordi WTO concedono agli stati una notevole libertà d’azione, fatto che sta stimolando un flusso di investimenti pubblici indirizzato verso il comparto militare-industriale e sottratto ai settori civili. Allo stesso modo, per evitare che gli accordi industriali nel settore civile cadano sotto la scure liberista del WTO, molti governi stanno rafforzando la strategia della compensazione. Così gli scambi e le collaborazioni nei settori dell’economia civile vengono frequentemente inseriti nei contratti militari, non sottoposti alle norme WTO, quali contropartite per le acquisizioni di armi. In Europa la ristrutturazione dell’industria a produzione militare si realizzerà nell’ottica della partecipazione alla competizione sui mercati mondiali, intesa quale condizione indispensabile per la costruzione di una base militare-industriale capace di sostenere le scelte collettive di politica estera e di sicurezza. Il processo verrà gestito nell’ambito di una strategia comune adottata da sei paesi – Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito –, la cui concretizzazione potrebbe smantellare ciò che resta delle politiche di controllo delle esportazioni di armi applicate in questi anni. Siamo inoltre al cospetto di paesi – Egitto, Turchia, Israele, India, Taiwan, Corea del Sud, Brasile, Indonesia, Singapore – che hanno avviato recentemente, con l’acquisizione di licenze di produzione e del know-how tecnologico e produttivo dai paesi occidentali e della Russia, la costruzione di una moderna base militare-industriale. L’intento è quello di sostituire l’acquisizione dei sistemi d’arma finiti con la fabbricazione in loco, partecipando autonomamente – con costi economici e sociali elevatissimi volti a conseguire una illusoria indipendenza– alla competizione tecnologica nel settore militare per aumentare il proprio prestigio politico e militare. La corsa a questo tipo di sostituzione caratterizza gran parte della domanda nei principali mercati mondiali, e si intreccia in maniera armonica con il processo di globalizzazione degli investimenti e della produzione messo in atto dall’industria negli Stati Uniti, in Europa e per certi aspetti in Russia e Cina. L’obbiettivo, per i grandi produttori di armi non è solo quello di sostenere, incentivando le esportazioni, i nuovi programmi di armamento adottati dopo la fine della Guerra Fredda; a ben vedere, sin dai primi anni Novanta, il conseguimento del successo nella competizione tecnologica e nel processo di innovazione, associato al controllo dei mercati, è divenuto uno degli obiettivi fondamentali per la ricerca ed il mantenimento dell’egemonia a livello mondiale. Il settore militare-industriale riveste un’importanza notevole tra i campi strategici sui quali si combatte questa lotta, definita new trade economy o ‘mercantilismo aggressivo’, che vede impegnati senza esclusione di colpi tutti i principali protagonisti della scena mondiale: Usa, Europa, Giappone, Russia e Cina.

    Le armi d’europa

    Nei primi anni Novanta, di riflesso a quanto stava già accadendo negli USA, ha preso avvio in Europa il processo di razionalizzazione dell’industria aerospaziale e degli armamenti basato sull’integrazione verticale del comparto. Con la fine della Guerra Fredda e la ridefinizione dei criteri di allocazione delle risorse dedicate dagli stati ai bilanci militari le maggiori aziende del settore, afflitte da una cronica eccedenza di capacità produttive e da una continua crescita dei costi associati alla ricerca ed allo sviluppo di muovi sistemi d’arma, hanno imboccato la strada della razionalizzazione. Si è proceduto alla dismissione delle attività estranee ai settori nei quali le singole aziende ritenevano di disporre delle carte migliori per poter competere in un mercato non più in grado di sostenere il sistema industriale cresciuto nel dopoguerra. Sono uscite di scena molte aziende, parte cessate, parte inglobate in grandi poli industriali e finanziari e solo in percentuale minima convertite alla produzione civile, mentre la carta della diversificazione delle produzioni è stata giocata solo quando ha consentito di mantenere una presenza decisiva nel core business assicurando vantaggi finanziari, contrattuali e tecnologici.

    Nei maggiori paesi europei, quale risultato di questa iniziale ristrutturazione costata centinaia di migliaia di posti di lavoro, sono emerse grandi aggregazioni industriali, tecnologiche e finanziarie, capaci di divenire gli unici referenti dei governi per quel che concerne la definizione delle strategie nazionali volte alla produzione, ricerca e sviluppo ed acquisizione di sistemi nel settore degli armamenti e della logistica militare. Negli USA tale processo di integrazione verticale ha fatto sì che le prime 3 aziende del paese per fatturato assorbano il 70% delle commesse del Pentagono, pari a 53 miliardi di dollari annui. In Italia a ‘consolidamento’ completato l’intero comparto è dominato da quattro gruppi: Finmeccanica (settori aeronautico, sistemi terrestri e navali, spaziale ed elicotteristico) e Fincantieri (cantieristica), entrambe aziende con prevalenza del capitale pubblico. Fiat (veicoli per il trasporto terrestre, mezzi corazzati, spazio, motoristica aeronautica e navale, munizionamento) e Marconi Group (elettronica e comunicazioni). In Inghilterra la scena è dominata dal colosso British Aerospace (Bae), rafforzatosi enormemente con l’acquisizione della Marconi, in Francia si sono creati due grandi poli: Aérospatiale-Matra e Thomson-Csf. In Germania è emersa la grande potenza industriale, tecnologica e finanziaria del gruppo tedesco-statunitense DaimlerChrysler Aerospace AG (DASA).

    Oggi il 90% della produzione mondiale di armamenti è concentrato in soli 10 paesi, ed il 50% si svolge negli Stati Uniti. Le 100 maggiori aziende del settore operano nei paesi dell’OCSE e hanno fatturato, nel 1997, 156 miliardi di dollari, una cifra pari ai tre quarti della produzione mondiale.

    La frenetica corsa al gigantismo, che si è sperimentato non essere sinonimo di efficienza, ha in seguito imboccato la strada dell’integrazione orizzontale di tipo transnazionale, volta alla ridefinizione dei settori d’intervento e delle dimensioni del mercato in cui si opera, di conseguenza le grandi aziende del settore militare sono direttamente interessate alla strategia complessiva della globalizzazione. Si tratta di società che controllano una quota rilevante della produzione di armi a livello mondiale mediante una strategia che integra l’internazionalizzazione delle attività col rilancio delle esportazioni di armi e coll’espansione delle attività di natura duale civile/militare. Tali evoluzioni accompagnano sempre la conclusione della fase di concentrazione finanziaria ed industriale, di inserimento nelle dinamiche speculative dei mercati borsistici e di ‘stabilizzazione’ delle strutture aziendali. Quest’ultima viene ottenuta ricorrendo ai licenziamenti, alla diminuzione dei salari, al decentramento produttivo in piccole e medie aziende — nelle quali si realizza una parcellizzazione estremamente mirata delle lavorazioni — ed al lavoro precario. Al solo programma EFA, che pure — come si dirà più avanti — risponde ad una logica industriale, commerciale e finanziaria risalente agli anni Ottanta, partecipano circa 400 aziende in tutta Europa, molte delle quali non operano esclusivamente nel settore militare. Ad esempio la Fiat Avio e la tedesca MTU, responsabili assieme alla spagnola ITP ed alla britannica Rolls Royce della produzione dei motori che equipaggiano l’EFA ed il Tornado, sono presenti come aziende motoristiche anche nel settore aereonautico civile e si avvalgono di una estesa rete di aziende subfornitrici di piccole e medie dimensioni (PMI). Il ricorso al decentramento di parte dei processi produttivi consente di realizzare alcune economie di scala sfruttando le capacità di adattamento alle richieste della committenza delle PMI. La diffusione delle tecnologie informatiche applicate agli impianti ed ai cicli di produzione e l’elevata flessibilità della forza lavoro consentono di coniugare un discreto — ed in alcuni casi buono — livello di specializzazione tecnologica con costi contenuti della manodopera. Il mondo della subfornitura si sta progressivamente evolvendo in questa direzione, collocandosi al centro delle politiche industriali nel settore militare quale base produttiva diffusa ed estremamente malleabile, capace di sostenere in parte la realizzazione dei programmi d’armamento anche a livello multinazionale. Non a caso, nel corso degli anni Novanta, le revisioni delle politiche del procurement di armamenti e servizi elaborate dai ministeri della Difesa europei e degli Stati Uniti hanno inserito le PMI tra i soggetti principali della nuova strategia di acquisizione. In Gran Bretagna ed in Germania, ad esempio, nell’ambito dello Smart Procurement e della Entwicklung und Beschaffung von Wehrmaterial, gli uffici ministeriali preposti alla programmazione degli acquisti di armamenti, beni e servizi destinati alle forze armate seguono, analizzando costantemente il rapporto requisiti operativi/costi d’intesa con le aziende fornitrici, ogni passaggio dei programmi d’acquisizione, dalla progettazione, alla produzione, alla manutenzione. Si costruisce così un sistema integrato tra enti ed uffici dei ministeri della Difesa e complesso industriale formato da reti di aziende capo-commessa e imprese subfornitrici. Le relazioni industriali e la contrattualistica che governano questa struttura produttiva non sono esenti da contraddizioni: come hanno dimostrato le recenti polemiche tra il mondo delle PMI e dell’artigianato e le associazioni della grande industria, l’integrazione industriale oggi è in misura sempre maggiore un processo di consolidamento del predominio politico, finanziario e tecnico delle imprese maggiori a scapito dell’autonomia e della stessa sopravvivenza delle PMI. Le stesse dinamiche si riscontrano anche nel settore militare-industriale nel quale, semmai, la dipendenza delle aziende di modeste dimensioni nei confronti dei grandi gruppi viene accentuata dalle particolari dinamiche del rapporto tra committenza e grandi cartelli industriali del settore. Un tessuto di piccole e medie imprese quale quello esistente in Emilia-Romagna costituisce un terreno assai fertile per sostenere queste dinamiche ed è in grado di integrarsi nei cicli produttivi assai complessi della produzione ad uso duale civile/militare. Per le PMI le commesse militari sono sovente sinonimo di introiti garantiti o dell’opportunità di realizzare investimenti in impianti e macchinari tecnologicamente avanzati che, teoricamente, possono migliorare la posizione dell’azienda sui mercati civili. Tuttavia tali contratti assoggettano completamente le PMI ai piani produttivi e d’investimento dei grandi gruppi, nelle cui mani restano saldamente sia la possibilità di pianificare la produzione sulla base degli accordi raggiunti in sede politica, che la conoscenza complessiva tecnica ed ingegneristica. Ovviamente tale ciclo si interrompe quando viene a mancare la sicurezza dell’investimento pubblico in programmi d’armamento e d’acquisizione di beni e servizi militari, o in presenza di una contrazione del portafoglio ordini estero delle grandi aziende. In una simile evenienza sono le PMI, soprattutto quelle che hanno investito risorse notevoli nell’adeguamento degli impianti e dei macchinari, a pagare i costi maggiori.

    Per comprendere gli aspetti concreti della tendenza alla globalizzazione della produzione d’armi si può far ricorso ad una efficace analogia: negli anni Ottanta i grandi gruppi automobilistici misero a punto il progetto di world car, realizzando autovetture tramite l’assemblaggio di componenti fabbricati in diversi paesi del mondo seguendo il criterio del massimo contenimento dei costi di produzione e della assoluta libertà per l’azienda. Allo stesso modo, a partire dai primi anni Novanta, le grandi imprese del settore aeronautico militare stanno realizzando il progetto di world fighter plane. Ad esempio, le linee di montaggio del caccia F-16, prodotto dalla statunitense Lockheed Martin, sono attive in Israele, Corea del Sud, Turchia e Taiwan, paesi nei quali il costo della manodopera è basso, il controllo sui movimenti di opposizione e sui sindacati ferreo, le agevolazioni fiscali notevoli, ed è garantita la libertà di esportare il prodotto finito anche verso paesi ‘politicamente’ scomodi o in guerra. La Boeing e la Textron hanno realizzato notevoli investimenti nel settore militare industriale in Ungheria, Polonia, Romania e Repubblica Ceca — sfruttando condizioni locali favorevoli dal punto di vista politico, finanziario e fiscale — con l’obbiettivo di conquistare i mercati dell’Europa orientale sulla scia dell’espansione ad Est della Nato.

    Progetti simili stanno moltiplicandosi in tutto il mondo sotto la spinta delle potenti associazioni industriali di settore quali la Aerospace Industries Association (AIA), strenue sostenitrici della assoluta libertà di investimento e commercio contro qualsiasi sanzione o norma che limiti o semplicemente renda più trasparenti le transazioni nel settore militare-industriale e dell’aerospazio.

    Si assiste così non solo alla proliferazione su scala mondiale della produzione bellica ma anche alla militarizzazione di interi comparti industriali e commerciali, ovvero ad un processo di internazionalizzazione del complesso militare-indusriale — ormai allargato a tutti i settori tecnologici di punta, le cui produzioni civili vengono con sempre maggiore frequenza impiegate anche in campo militare e viceversa — che, paradossalmente, sta creando crescenti difficoltà persino agli apparati statali coinvolti nel controllo della fabbricazione di armamenti. In questo particolare campo d’attività gli accordi WTO concedono agli stati una notevole libertà d’azione, l’articolo XXI del General Agreement on Tarriffs and Trade stabilisce che non si può impedire ad uno stato di intraprendere azioni e adottare provvedimenti che ritenga necessari "per la protezione degli interessi essenziali connessi alla sicurezza in materia di commercio di armi, munizioni, e mezzi da guerra ed in tutti quei settori di scambio di beni e materiali direttamente legati al rifornimento delle strutture militari o necessari in caso di guerra o di stati di emergenza nelle relazioni internazionali". L’eccezione ‘sulla sicurezza’ rispetto alla normativa liberista del WTO sta stimolando un flusso di investimenti pubblici indirizzato verso il comparto militare-industriale e sottratto ai settori civili. Per comprendere la dimensione delle risorse in gioco occorre considerare il fattore dell’inflazione militare, ossia dell’aumento dei costi associati alla ricerca ed allo sviluppo dei sistemi d’arma notevolmente superiore al tasso d’inflazione che si registra per le merci civili.

    Questo fattore farà si che, nonostante la caratteristica multinazionale dei nuovi programmi, sarà necessario un ammontare sempre maggiore di risorse finanziarie per realizzare la nuova generazione di armamenti. Ferma restando la politica di contenimento della spesa pubblica il reperimento di ingenti quantità di capitali avverrà:

    1. mediante il dirottamento di finanziamenti pubblici previsti per piani di investimento in ricerca e sviluppo in campo industriale civile verso il settore militare, l’aumento degli investimenti per i programmi d’acquisizione d’armamenti nel bilancio dei ministeri della difesa, il finanziamento attraverso il rilascio di garanzie e crediti delle esportazioni di armamenti, la riduzione ancora più marcata delle spese previdenziali, sociali, per la pubblica istruzione e la cultura, per gli enti locali;
    2. attraverso il mercato azionario;
    3. rilanciando le esportazioni di armamenti.

    Inoltre, per evitare che gli accordi industriali nel settore civile cadano sotto la scure liberista del WTO, molti governi stanno rafforzando la strategia della compensazione. Così gli scambi e le collaborazioni nei settori dell’economia civile vengono frequentemente inseriti nei contratti militari, non sottoposti alle norme WTO, quali contropartite per le acquisizioni di armi.

    In Europa la ristrutturazione dell’industria a produzione militare si realizzerà nell’ottica della partecipazione alla competizione sui mercati mondiali, intesa quale condizione indispensabile per la costruzione di una base militare-industriale capace di sostenere le scelte collettive di politica estera e di sicurezza. Il processo verrà gestito nell’ambito di una strategia comune adottata da sei paesi — Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito —, la cui concretizzazione potrebbe smantellare ciò che resta delle politiche di controllo delle esportazioni di armi applicate in questi anni. Siamo inoltre al cospetto di paesi — Egitto, Turchia, Israele, India, Taiwan, Corea del Sud, Brasile, Indonesia, Singapore — che hanno avviato recentemente, con l’acquisizione di licenze di produzione e del know-how tecnologico e produttivo dai paesi occidentali e della Russia, la costruzione di una moderna base militare-industriale. L’intento è quello di sostituire l’acquisizione dei sistemi d’arma finiti con la fabbricazione in loco, partecipando autonomamente — con costi economici e sociali elevatissimi volti a conseguire una illusoria indipendenza— alla competizione tecnologica nel settore militare per aumentare il proprio prestigio politico e militare. La corsa a questo tipo di sostituzione caratterizza gran parte della domanda nei principali mercati mondiali, e si intreccia in maniera armonica con il processo di globalizzazione degli investimenti e della produzione messo in atto dall’industria negli Stati Uniti, in Europa e per certi aspetti in Russia e Cina. L’obbiettivo, per i grandi produttori di armi non è solo quello di sostenere, incentivando le esportazioni, i nuovi programmi di armamento adottati dopo la fine della Guerra Fredda; a ben vedere, sin dai primi anni Novanta, il conseguimento del successo nella competizione tecnologica e nel processo di innovazione, associato al controllo dei mercati, è divenuto uno degli obiettivi fondamentali per la ricerca ed il mantenimento dell’egemonia a livello mondiale. Il settore militare-industriale riveste un’importanza notevole tra i campi strategici sui quali si combatte questa lotta, definita new trade economy o ‘mercantilismo aggressivo’, che vede impegnati senza esclusione di colpi tutti i principali protagonisti della scena mondiale: Usa, Europa, Giappone, Russia e Cina. Tuttavia esistono dubbi assai seri relativamente alla fondatezza di una simile teoria, recentemente una commissione d’inchiesta del Parlamento francese ha messo in discussione l’assioma, spesso ripetuto persino con toni fideistici dagli staff dirigenziali militari-industriali, dagli immancabili esperti e da molti uomini politici appartenenti a tutti gli schieramenti, secondo il quale le esportazioni di armamenti garantirebbero ricadute positive per lo status tecnologico e l’industria di un paese.

    Rispetto ai consorzi produttivi tra diversi paesi europei messi a punto negli anni Settanta ed Ottanta — Tornado ed EFA sono i più significativi —, basati sulla realizzazione di un unico sistema d’arma e caratterizzati da una complessa gestione dei ritorni, in termini di fatturato e conoscenze tecnologiche ed industriali, tra i partecipanti, oggi si cercano alleanze strategiche settoriali capaci di aumentare la competitività delle aziende sul mercato mondiale. L’obiettivo è quello di realizzare forti economie per quel che riguarda i tempi ed i costi di progettazione e realizzazione, operazioni che non sono riuscite appieno nelle citate esperienze ma che oggi sono indispensabili per affrontare la concorrenza statunitense sul mercato mondiale degli armamenti.

    Alcuni esempi tra i molti riescono a chiarire in quale direzione si sta muovendo questa fitta ragnatela di relazioni transnazionali: nel settore missilistico ed elettronico europeo si stanno definendo due poli frutto di alleanze tra la Matra, la Bae e la SMS e tra la Marconi e l’Alenia Difesa (Finmeccanica). Allo stesso modo nel comparto elicotteristico si sono consolidati due grandi gruppi europei: il consorzio franco-tedesco Eurocopter e la società italo-britannica Agusta-GKN Westland, entrambe sicuramente tra le primissime aziende mondiali del settore. Il processo ancora in atto sullo scenario europeo ha assunto caratteri in parte diversi da quelli mostrati negli Stati Uniti. Per condurre in porto molte operazioni di fusione nel vecchio continente non è stato necessario ricorrere, in maniera preventiva, alla privatizzazione delle industrie a produzione militare controllate dal capitale pubblico. Inoltre è ancora aperto il dibattito tra i sostenitori di una completa e radicale privatizzazione del settore — i dirigenti dei gruppi industriali inglesi e tedeschi — e chi, come francesi ed italiani, propendono per il mantenimento di una presenza, seppur limitata, dello stato. Negli USA la privatizzazione era stata imposta nell’era Reagan ed aveva dato la stura al processo di concentrazione che ha fatto carta straccia delle normative antitrust non riuscendo tuttavia a risolvere i problemi cronici dell’eccesso di capacità produttive e, secondo alcuni analisti, dell’inefficienza generale del settore, nel quale è cresciuta a dismisura solo l’abilità di organizzare azioni di lobbying per ottenere risorse pubbliche.

    Le contraddizioni dell’industria europea degli armamenti

    Come ha scritto l’International Institute for Strategic Studies di Londra le due possibili strade che può percorrere l’industria europea degli armamenti sono: da un lato l’allargamento della collaborazione con gli Stati Uniti al fine di costruire una efficiente base tecnologica e industriale comune, all’opposto la creazione di due fortezze industriali-militari indipendenti ed anche in competizione. Tale scelta si presenta non più a livello nazionale ma nell’ambito della nuova entità politica sovranazionale europea, ponendo la questione dei possibili condizionamenti sull’operato degli esponenti di governo esercitati dalle strategie dei grandi schieramenti industriali che si vanno formando. L’ipotesi di una sempre maggiore collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico è caldeggiata dalla dirigenza dell’industria britannica per difendere i numerosi e cospicui investimenti che nel corso degli anni Ottanta e nel decennio successivo i grandi gruppi inglesi hanno realizzato nel comparto militare industriale statunitense e canadese, ottenendo anche un accesso limitato allo konw-how statunitense. Oggi tali attività corrispondono ad un giro d’affari di 4,5 miliardi di dollari annui, un patrimonio che verrebbe messo a repentaglio da una eventuale adesione alla politica dell’autonomia europea completa dagli Stati Uniti.

    Ciononostante, gli stessi manager inglesi sono convinti che la collaborazione con i colossi statunitensi non potrà avvenire su di un terreno di parità se a Washington e nei consigli d’amministrazione delle grandi aziende militari-industriali d’oltre oceano si vorrà perseguire l’obiettivo del mantenimento dell’attuale supremazia tecnologica statunitense. Sul fronte opposto si colloca la posizione del gruppo dirigente francese, favorevole ad una pronunciata autonomia dell’Europa, mentre la Germania ha mantenuto sino all’ottobre di quest’anno un atteggiamento sostanzialmente ambiguo e molto più attento a consolidare le proprie posizioni piuttosto che a scegliere tra le due vie. Tutti gli attori di primo piano mirano tuttavia alla leadership politica, tecnologica e industriale dell’industria aerospaziale europea, una posizione che si assocerebbe alla possibilità di condizionare gli investimenti e le linee di programmazione strategica di gran parte del settore ad elevato contenuto tecnologico del vecchio continente.

    Come ha rilevato recentemente Vally Koubi la natura delle armi moderne fa sì che mutamenti significativi nella tecnologia militare possano provocare cambiamenti repentini e profondi negli equilibri di potere a livello internazionale. Si tratta di un fenomeno che oggi e in misura sempre maggiore nel futuro, con l’apertura delle frontiere ai capitali ed alle tecnologie e con sinergie crescenti tra produzione e ricerca militare e civile tali da rendere difficile la distinzione tra i due settori nell’industria elettronica, ad alta tecnologia, dei mezzi di trasporto e della logistica, andrà ad influenzare in modo determinante i rapporti di forza tra gli stati e/o tra le grandi regioni economiche e politiche del mondo. Anche il procurement delle forze armate dei paesi industrializzati si indirizzerà verso l’acquisizione di quantità limitate di sistemi ad altissimo contenuto tecnologico, produzioni off-the-shelf di origine anche civile, capaci di assicurare ottime prestazioni in relazione alle nuove modalità d’impiego nei conflitti odierni. Sembra dunque assai improbabile che i colossi statunitensi ed il governo USA siano disposti oggi e nel futuro a condividere il costoso primato in questo settore con l’Europa pur in presenza di una tendenza transnazionale per quel che concerne la produzione e la commercializzazione dei sistemi d’arma e della componentistica. Ogni anno il bilancio del Pentagono prevede investimenti a fondo perduto pari a 30 miliardi di dollari per la Ricerca e Sviluppo nel settore militare. Questi finanziamenti vanno a tutto vantaggio delle industrie che incamerano i profitti ricavati dalla vendita di sistemi il cui elevato valore aggiunto è un frutto di un ‘regalo’ del contribuente. Significativamente nel corso dei recenti negoziati tra Bae e la società aeronatuica francese Dassault all’azienda inglese è stato espressamente vietato, da parte statunitense, di fare riferimento alle conoscenze acquisite nel corso delle collaborazioni con ditte americane in materia di tecnologie stealth.

    Non a caso negli USA alcuni analisti, preoccupati dalla perdita di competitività dell’industria ad elevato contenuto tecnologico nei confronti dell’Europa e del Giappone consigliano di rilanciare, magari con una impostazione molto più attenta alle esigenze del mercato e della produzione civile, l’Advanced Research Projects Agency agenzia del Pentagono che finanziò la ricerca e sviluppo militare all’epoca del keynesianismo protezionista di stampo militare adottato dall’amministrazione Reagan. Offre ulteriori spunti di riflessione la constatazione di una grande debolezza tecnologica degli europei rispetto agli Stati Uniti in alcuni settori quali la capacità di trasporto aereo, i satelliti per la ricognizione, la sorveglianza ed il posizionamento, i sistemi di comando, controllo, comunicazione e raccolta delle informazioni (C4I) a forte caratterizzazione dual-use (civile/militare) dove più necessario è il conseguimento di importanti economie di scala in quanto si stanno diffondendo architetture di sistema aperte che inglobano molta componentistica di origine civile. Si stima che per sostenere la competizione con gli Stati Uniti i paesi europei dovrebbero aumentare di più di 20 miliardi di dollari all’anno i loro investimenti in programmi di ricerca, un esborso che andrebbe a completo beneficio delle industrie del settore con ricadute per il settore civili tutte da verificare.

    La guerra contro la Iugoslavia ha incentivato il processo di consolidamento dell’industria a produzione militare: a giugno la DASA ha annunciato un accordo con la spagnola CASA ed è iniziata, da parte tedesca, la ricerca di una alleanza che permettesse di contrastare il gruppo inglese sorto dalla fusione tra Bae e Marconi. Falliti i negoziati per cercare partners negli USA nell’ottica di quell’asse politico, industriale e militare statunitense-germanico che, secondo Richard Holbrooke, rappresenterebbe la più importante collaborazione per gli Usa nel prossimo secolo, il 14 ottobre la DASA e la Aérospatiale-Matra hanno annunciato la fusione delle loro attività nel settore aerospaziale e degli armamenti ed hanno dato vita, sotto l’egida politica dei primi ministri francese e tedesco, alla European Aeronautic, Defense and Space (EADS). Un colosso che vale un fatturato potenziale di più di 25 miliardi di dollari, il primo in Europa ed il terzo al mondo. Nell’estate del 2000, in seguito al nulla osta rilasciato dalla Commissione Europea nel maggio di quest’anno, il 40% del pacchetto azionario della EADS verrà collocato sul mercato azionario europeo, mentre il restante 60% è controllato dalla holding composta dalla tedesca DaimlerChrysler AG, dalla francese Lagardère, da una istituzione finanziaria francese e dal Governo francese. Tra le prime richieste formulate dal gruppo dirigente al mondo politico europeo figura quella di una armonizzazione, favorevole alle strategie del grande gruppo, della legislazione in materia di diritto societario, di lavoro e fiscale. I risultati di bilancio del 1999, per quanto concerne la DASA, sono particolarmente significativi: i ricavi del settore aerei commerciali sono cresciuti del 12,8% portandosi a 3,3 miliardi di dollari. Nel settore elicotteristico il consorzio franco-tedesco Eurocopter — il maggior costruttore mondiale con il 45% del mercato — ha visto crescere i ricavi del 3,7% raggiungendo i 700 milioni di dollari. Nel comparto degli aerei militari la crescita è stata più sostenuta con un incremento del 13% nei ricavi che sono ammontati a 1,1 miliardi di dollari. Nella business unity dei sistemi civili e per la difesa, attualmente in fase di ristrutturazione i ricavi sono rimasti stabili intorno a 1,7 miliardi di dollari ma con il taglio di 850 posti di lavoro, giustificato con il classico ricorso all’argomento del taglio delle spese militari tedesche relativamente a programmi d’acquisizione orami datati dal punto di vista strategico-operativo. Con questi risultati la DASA ha rafforzato la sua posizione all’interno dell’EADS che dal 14 aprile 2000 vede tra i suoi futuri componenti anche la Finmeccanica tramite la società del settore aerospaziale militare e civile Alenia.

    È tramontato definitivamente il progetto di fusione tra la Bae e Aérospatiale che avrebbe dovuto dare vita, sin dal 1998, alla European Aerospace and Defence Company. Oggi in Europa esistono due grandi poli caratterizzati da strategie e disegni politici diversi e per i gruppi industriali degli altri paese, Italia inclusa, si tratterà di scegliere la posizione ancillare più conveniente, tuttavia l’asse Berlino-Parigi sembra avere un progetto politico ed industriale più articolato e ‘globalizzato’ come dimostra la vicenda del consorzio Airbus A400M operativo sin dal febbraio 1999. Lo scopo di questa società è quello di realizzare il Future Large Aircraft, l’aereo militare da trasporto europeo — concorrente diretto del C-17 Globemaster III della Boeing — alla cui costruzione parteciperanno Bae, Aérospatiale, DASA, CASA, Finmeccanica, Flabel (Belgio) e la TUSAS Aerospace Industries turca. L’industria tedesca vedrebbe di buon occhio l’allargamento del consorzio alle industrie aerospaziali russa ed ucraina, una mossa che orienterebbe il processo di integrazione in una direzione ‘eurasiatica’. La DASA ha inoltre proposto ai paesi dell’Europa centrale e sud orientale dotati dei velivoli di fabbricazione russa Mig 29 un programma di aggiornamento tecnologico a costi controllati per renderli compatibili con le forze aeree della NATO qualora i paesi in questione venissero inseriti nell’Alleanza.

    Una globalizzazione assistita

    La forma che va assumendo oggi l’allargamento dei mercati su scala planetaria fa sì che gli apparati dirigenti delle imprese multinazionali intendano rendere irreversibile la loro egemonia economica e finanziaria variando, ove necessario, il quadro normativo stabilito dagli stati sovrani. Nel settore militare-industriale, che a detta di molti analisti anche nella temperie imperante del liberismo sfrenato difficilmente diverrà un’industria normale, tale politica finisce per generare una serie di tensioni che hanno al centro una questione di sovranità legata al controllo dello stato sulle tecnologie e sui processi produttivi ritenuti di interesse vitale per la sicurezza ed il prestigio militare ed economico di un paese.

    Per tentare di risolvere la contraddizione originata dalla necessità delle aziende di cercare all’estero gli accordi che garantiscano la diminuzione dei costi di produzione, la massima libertà d’azione per i capitali e la conquista di posizioni di forza nei mercati internazionali, da più parti si propone di sottoporre a controllo nazionale ferreo tutta l’attività di Ricerca e Sviluppo, affidando magari il compito ad una collaborazione tra apparati dello stato ed aziende. In sostanza i processi legati alla globalizzazione, con le caratteristiche proprie del settore civile, sono accettabili per quanto concerne la produzione ed il marketing ma non per il know-how e la conoscenza tecnologica, i due fattori che consentono di conservare la supremazia commerciale garantendo un maggiore valore aggiunto ai prodotti.

    Non siamo di fronte a soluzioni nuove, infatti anche nel settore civile le grandi multinazionali decentrano la produzione ed il marketing ma tengono ancora legate al paese d’origine del gruppo di comando le funzioni che presiedono all’innovazione dei prodotti.

    Cosa chiedono le aziende europee ai rispettivi governi ed all’esecutivo dell’Unione, che dal canto loro, indipendentemente dalla loro coloritura politica e dalla quota di partecipazione ai capitali sociali, si sono sinora impegnati per assecondarle in questa fase di transizione?

    Innanzitutto continuare, incrementandolo, il sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo ed alla produzione. Tale appoggio si deve concretare su tutti i mercati da quello nazionale, al costituendo mercato europeo sino ai mercati mondiali. Per quel che concerne questi ultimi le diplomazie e gli esecutivi dovrebbero rendersi politicamente disponibili per favorire la conquista di nuove commesse: offrendo garanzie finanziarie per affrontare un rischio oggi comunissimo, quello dell’insolvenza, coprendo i costi correlati ai programmi di compensazione industriale messi a punto per allettare l’acquirente con un insieme di offerte che, integrando il contratto concernente i sistemi di uso militare con investimenti e agevolazioni finanziarie e commerciali, consentano di vincere la concorrenza soprattutto nei paesi extraeuropei. In un rapporto rilasciato 18 dicembre 1998 il General Accounting Office ha sottolineato come i primi 6 gruppi industriali fornitori del Pentagono ricorrano sovente alle compensazioni, procurando danni al settore industriale e commerciale: tra il 1993 ed il 1996 il valore stimato di tali contratti è stato di 15,1 miliardi di dollari in relazione a forniture di armi per un ammontare complessivo di 29,1 miliardi di dollari. I meccanismi della compensazione, perfettamente compatibili con la logica della globalizzazione, rappresentano inoltre un veicolo di proliferazione su scala mondiale della produzione d’armamenti difficilmente controllabile, in quanto legato alle strategie commerciali delle singole aziende. Si è in presenza anche di un sistema estremamente ramificato che finisce per legare all’acquisizione dei sistemi d’arma, o delle loro licenze di fabbricazione, una parte di rilievo dello sviluppo dei settori commerciali ed industriali nei paesi acquirenti più deboli dal punto di vista tecnologico e finanziario. Inoltre quando il partner commerciale ha un buon livello tecnologico ed industriale, questa strategia si trasforma in una sorta di boomerang offrendo proprio alla concorrenza nuove opportunità. Infatti le industrie europee, titolari di più del 70% degli accordi siglati da aziende statunitensi, le hanno sovente utilizzate per rafforzare le loro posizioni sui mercati mondiali.

    Tra le richieste più pressanti avanzate dai gruppi dirigenti delle aziende aerospaziali e degli armamenti figura — qualora esistano norme al riguardo — l’allentamento o meglio la scomparsa dei vincoli che impediscono la totale liberalizzazione del commercio di armamenti e tecnologia ad uso militare o duale. Nella logica della globalizzazione commerciale del settore i criteri che stabiliscono l’opportunità politica delle esportazioni in relazione alla destinazione finale dei sistemi d’arma, alla presenza di situazioni di conflitto e di violazioni dei diritti umani nei paesi acquirenti, o al verificarsi di destabilizzanti corse regionali al riarmo, sono ritenute d’ostacolo. Tali impedimenti vanno eliminati e sostituiti — nelle legislazioni nazionali ma soprattutto nei regolamenti comunitari, come è in parte avvenuto con l’adozione del Codice di Condotta Europeo — con misure che favoriscano la libertà d’azione tramite l’espansione delle attività aziendali oltre confine, sia con vendite dirette che con le modalità assai più flessibili e ‘sfuggenti’ della partecipazione a progetti transnazionali. È indubbio che una simile evoluzione renderà assai difficile l’esercizio di un controllo democratico in questo delicato settore mentre si accresceranno i rischi, già oggi enormi, associati alla corsa agli armamenti.

    Per quel che concerne la domanda interna il processo di ristrutturazione e razionalizzazione in atto porta i grandi gruppi industriali a esercitare pressioni sul mondo politico per poter disporre di un portafoglio ordini pianificato ma soprattutto esente da repentine variazioni e cancellazioni: un mercato stabile, meglio ancora se di dimensioni europee, alimentato dallo sviluppo di nuovi programmi d’acquisizione. La razionalizzazione della politica delle acquisizioni deve avvenire in concomitanza con la ristrutturazione del bilancio per la funzione difesa attraverso una forte diminuzione dei costi associati alla gestione del personale e delle infrastrutture e un costante aumento delle risorse destinate agli investimenti in armamenti e logistica. L’obiettivo politico è quello di trasformare il settore a produzione militare e duale nel cardine della strategia industriale complessiva del paese tramite l’adozione ed il continuo rifinanziamento di leggi per la ristrutturazione del comparto, per i progetti aerospaziali, per le tecnologie di punta e per i programmi di acquisizione legati alla partecipazione a consorzi transnazionali (ad esempio EFA). Questa strategia è comune a tutte le realtà nazionali europee ed è estremamente probabile il verificarsi del suo trasferimento su scala continentale nell’eventualità di una definitiva integrazione politica, industriale e militare. Significativamente il Ministro della Difesa francese Alain Richard ha recentemente dichiarato l’intenzione di procedere ad una revisione della politica di bilancio nel settore della difesa, accentuando gli impegni finanziari per l’acquisizione di sistemi d’arma funzionali al nuovo ruolo che le forze armate di Parigi prevedono di dover ricoprire nei prossimi anni in Europa ed all’interno della NATO. Oltre Atlantico la strada imboccata è la medesima e, dopo il sensibile aumento del bilancio del Pentagono dedicato all’acquisto di armamenti registratosi nello scorso esercizio finanziario, recentemente il Congresso ha votato una risoluzione con la quale si chiede di portare la spesa militare nel 2001 a 310 miliardi di dollari, 4,5 miliardi di dollari in più rispetto al documento di previsione presentato dall’amministrazione Clinton.

    Agenda minima di mobilitazione:

    * Opporsi agli accordi di compensazione in Italia e costituendo reti di mobilitazione con le organizzazioni dei lavoratori e non violente dei paesi che partecipano a questi accordi;

    * Battersi contro il commercio delle armi e per la trasparenza ed il controllo nel settore;

    * Battersi a tutti i livelli ed in tutti i luoghi di lavoro e di studio contro la militarizzazione delle attività
    produttive e della ricerca scientifica;

    * Unire le lotte contro la guerra e la militarizzazione all’ampio fronte delle rivendicazioni contro lo sfruttamento ed il peggioramento delle condizioni di vita.

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