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    non esiste quasi nessun supporto significativo oltre al movimento BDS stesso.

    Sanzionare Israele dal basso

    La strada che ci sta davanti non porta al Sud Africa ma piuttosto a un aumento della popolazione Ebrea nel Grande Israele che si sta costruendo.
    29 luglio 2014 - Rossana De Simone

    Boycott Israel

    Articolo scritto da Noam Chomsky

    Le miserie causate dalle azioni di Israele nei territori occupati ha determinato sincere preoccupazioni per lo meno in alcuni Israeliani. Uno dei piu’ vociferi, per molti anni, e’ stato Gideon Levy, un giornalista di Haaretz che ha scritto: “Israele dovrebbe essere condannato e punito per aver determinato esistenze impossibili sotto l’occupazione, [e] per il fatto che una nazione che si proclama una di quelle illuminate, continua ad abusare un intero popolo, giorno e notte”.

    Levy ha sicuramente ragione e noi dovremmo aggiungere qualcosa in piu’ alle sue parole: gli Stati Uniti dovrebbero essere condannati e puniti a loro volta per aver continuato a fornire aiuto e supporto militare decisivo, economico, diplomatico e anche ideologico per questi crimini. Almeno fino a quando essi continuano in questo tipo di attivita’, non ci si puo’ aspettare che Israele rallenti nelle sue politiche brutali.

    Lo stimato studioso Zeev Sternhell, nell’analizzare l’onda reazionaria nazionalistica nel suo paese scrive che ” l’occupazione continuerà, la terra continuerà a essere confiscata ai suoi legittimi proprietari per espandere gli insediamenti, la Valle del Giordano verrà ripulita dagli Arabi, Gerusalemme Araba sarà strangolata dai quartieri Ebrei circostanti, e qualsiasi atto di ruberia e stupidià’ che aiuta l’espansione Ebrea nella città, sarà benvenuta dall’Alta Corte di Giustizia. La strada che conduce a un nuovo Sud Africa e’ stata asfaltata e non verrà bloccata fino a quando il mondo Occidentale non imporrà a Israele una scelta univoca: Abbandonare il processo di annessione e rimuovere la maggioranza delle colonie e lo stato dei coloni, oppure accettare di essere escluso dalla comunita’ internazionale.

    Un questione cruciale per il processo e’ se gli USA la smetteranno di invalidare il consenso internazionale , che favorirebbe la formazione di due stati lungo i confini riconosciuti internazionalmente ( La Linea Verde stabilita nell’accordo di pace del 1949) con garanzie per la “sovranita’, l’integrita’ territoriale e l’indipendenza politica di tutti gli stati della regione e il loro diritto a vivere in pace con confini riconosciuti e sicuri”. Queste sono le parole scritte in una risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel Gennaio 1976 dall’Egitto, la Siria e la Giordania con il supporto degli Stati Arabi – al quale gli Stati Uniti si opposero con un veto.

    Non era la prima volta che Washington sbarrasse la via a un accordo diplomatico per la pace. La medaglia d’oro per questo tipo di azioni va senz’altro a Henry Kissinger che aiuto’ la decisione di Israele, nel 1971, di rifiutare un accordo offerto dal Presidente Egiziano, Anwar Sadat, scegliendo l’espansionismo alla sicurezza dello stato- un piano che Israele ha perseguito con l’aiuto degli USA da quel momento in poi. La posizione di Washington, inoltre, e’ diventata quasi comica, come quando nel Febbraio 2011, quando l’amministrazione di Obama pose il veto a una risoluzione dell’ONU che supportava la posizione ufficiale degli USA stessi: ovvero l’opposizione agli insediamenti espansionistici di Israele che continuano (con gli aiuti USA) nonostante qualche sussurro di disapprovazione.

    La questione non riguarda l’espansione degli enormi insediamenti e del programma in infrastrutture (incluso la barriera di cemento di separazione), ma piuttosto l’esistenza stessa degli insediamenti- tutti illegali, come determinato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla Corte di Giustizia Internazionale e riconosciuti tali da praticamente tutto il mondo con l’esclusione di Israele e gli Stati Uniti dal momento della presidenza di Ronald Reagan, che cambio’ la definizione da “illegale” a “ un ostacolo alla pace”.

    Un modo per punire Israele per i suoi enormi crimini fu iniziato dal gruppo pacifista Gush Shalom nel 1997: ovvero il boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti. Questo tipo di iniziative si sono moltiplicate in maniera considerevole da allora. Lo scorso Giugno, la Chiesa Presbiteriana ha deciso di ritirare i propri investimenti da tre multinazionali basate negli USA ma coinvolte nelle occupazioni. Il successo piu’ importante e’ pero’ la direttiva operativa dell’Unione Europea che vieta lo stanziamento di fondi, la cooperazione, l’assegnazione di fondi per ricerche scientifiche o qualsiasi altra relazione con entita’ Israeliane che abbiano un “legame diretto o indiretto” con i territori occupati, dove tutti gli insediamenti sono illegali, come reiterato dalla dichiarazione della EU. L’Inghilterra ha gia’ chiesto ai commercianti di “distinguere fra merci originanti da produttori Palestinesi e merci che originano da insediamenti Israeliani illegali”.

    Quattro anni fa Human Right Watch (HRW) chiese a Israele di rispettare i “suoi obblighi legali internazionali” e di rimuovere gli insediamenti e porre fine alle” sue pratiche di discriminazione blatanti” nei territori occupati. HRW ha anche chiesto agli USA di sospendere gli aiuti finanziari a Israele “in un ammontare pari all’equivalente degli investimenti usati da Israele per aiutare gli insediamenti” e di verificare che lo status di “esente da tasse” delle organizzazioni che supportano Israele negli USA siano congrue con gli obblighi USA di assicurare il rispetto delle leggi internazionali, incluso il divieto di ogni forma di discriminazione.

    Ci sono state molte altre iniziative di de-investimento e boicottaggio nel decennio scorso che, occasionalmente – ma non sufficientemente- hanno centrato la questione cruciale del supporto USA per i crimini di Israele. Allo stesso tempo un movimento di BDS (che chiede boicottaggio, rimozione degli investimenti e sanzioni) si e’ formato, spesso sulla base di modelli sperimentati per il Sud Africa; piu’ precisamente la sigla dovrebbe essere “BD”, dato che le sanzioni o azioni da parte di altri stati, non sono presenti all’orizzonte- una delle molte differenze significative con quanto avvenne per il Sud Africa.

    La richiesta di formare un movimento BDS da parte di un gruppo di intellettuali Palestinesi nel 2005, chiedendo che Israele rispettasse la totalita’ delle leggi internazionali “(1) Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione dei territori Arabi occupati nel Giugno 1962 e distruggesse la “Parete di cemento”; “(2) Riconoscendo il diritto fondamentale dei cittadini Arabo-Palestinesi di Israele a una completa uguaglianza”; e “(3) Rispettando, proteggendo e promuovendo i diritti dei rifugiati Palestinesi a ritornare alle case di loro proprieta’ come stipulato nella risoluzione 194 dell’ONU ”.

    La richiesta fu accolta con un’attenzione notevole e ben meritata. Ma se noi siamo preoccupati per il destino delle vittime, allora BD e altre tattiche devono essere pianificate molto accuratamente e valutate per quanto riguarda le possibili consequenze che possono determinare. La richiesta (1) della lista citata ha un significato positivo; ha un obiettivo preciso ed e’ facilmente recepito e capito dalla audience target nell’Occidente; e questo spiega il perche’ le molte iniziative dirette da (1) hanno avuto parecchio successo- non solo nel “punire” Israele ma anche nello stimolare altre forme di opposizione all’occupazione e all’aiuto USA.

    Lo stesso purtroppo non e’ vero per (3). Mentre esiste un supporto internazionale quasi universale per (1), per (3) non esiste quasi nessun supporto significativo oltre al movimento BDS stesso. Ne’ (3) sarebbe giustificato dalle leggi internazionali. Il testo della Risoluzione 194 dell’Assembea Generale dell’ONU e’ condizionale e, in ogni caso costituisce solo una raccomandazione senza la forza legale del Consiglio di Sicurezza che Israele viola con regolarita’. L’insistere su (3) e’ quasi una garanzia di fallimento.

    L’unica, limitata speranza di realizzare (3) in qualcosa di piu’ di semplici numeri simbolici sarebbe che lo sviluppo a lungo termine portasse all’erosione dei confini imperiali imposti dalla Francia e Gran Bretagna dopo la Prima Guerra Mondiale, che, con confini simili imposti in altre aree del globo, hanno assolutamente nessuna legittimita’. Questo potrebbe portare a una “soluzione senza uno stato”- una soluzione ottimale dal mio punto di vista e non meno plausibile in realta’ dell’altra opzione di una “soluzione con un solo stato” che viene comunemente , ma erroneamente, discusso come un’alternativa al consenso internazionale.

    Il caso per (2) e’ ancora piu’ ambiguo. Esistono delle “proibizioni contro le discriminazioni” nella legge internazionale, come HRW ha fatto osservare. Ma il perseguire (2) apre la porta immediatamente alle reazioni “della casa di cristallo”; per esempio, se boicottiamo l’Universita’ di Tel Aviv perche’ Israele viola i diritti umani in casa propria, allora perche’ non boicottare Harvard in considerazione delle enormi, molto piu’ grosse violazioni da parte degli Stati Uniti? Le iniziative centrate su (2) sono state, come previsto, quasi un fallimento totale e continuano a esserlo a meno che gli sforzi per educare l’opinione pubblica non riescano ad aumentare la sensibilita’ pubblica come avvenne nel caso del Sud Africa.

    Le iniziative che falliscono il loro obiettivo danneggiano le vittime in due modi- spostando l’attenzione dalla loro tragedia verso questioni irrilevanti (anti-semitismo a Harvard, la liberta’ accademica etc…) e per aver sprecato le opportunita’ di fare qualcosa di significativo.

    Quando si esaminano le tattiche, la considerazione delle vittime detta che si debba essere scrupolosi nel riconoscere che cosa ha prodotto successo o ha fallito nel suo scopo. Non e’ sempre stato cosi’ (Michael Newman esamina uno uno dei molti esempi di questo tipo di fallimenti nel numero dell’Inverno 2014 del Journal of Palestine Studies). Le stesse considerazioni dettano che si sia scrupolosi nell’analisi dei fatti. Prendiamo l’analogia del Sud Africa, costantemente citata in questo contesto. Si tratta di un’analogia piuttosto dubbia. C’e’ una ragione precisa per cui le tattiche di BDS furono usate per decenni contro il Sud Africa mentre la campagna odierna contro Israele e’ ristretta al BD: nel primo caso l’attivismo aveva creato un’opposizione internazionale enorme nei confronti dell’apartheid, tale che stati individuali e l’ONU imposero sanzioni decenni prima degli anni ’80, quando le tattiche di BD cominciariono a essere usate in maniera diffusa negli USA. A quel punto il Congresso stava gia’ legislando le sanzioni mentre ignorava il veto che Reagan aveva posto su tutta la faccenda.

    Anni prima- prima del 1960- gli investitori globali avevano gia’ abbandonato il Sud Africa al punto che le sue reserve finanziarie erano dimezzate; sebbene si riusci’ a recuperarne un po’ di cio’ che si era perso, la “ firma rimase sulla parete”. Al contrario, gli investimenti USA continuano ad affluire verso Israele. Quando Warren Buffet compro’ una fabbrica Israeliana che produce utensili meccanici per due miliardi di dollari lo scorso anno, egli descrisse Israele come la nazione piu’ promettente per investire al di fuori degli Stati Uniti.

    Mentre assistiamo, finalmente, a un’opposizione domestica crescente negli USA ai crimini Israeliani, non possiamo tuttavia compararla, neppure lontanamente, con quella che si era sviluppata per il caso del Sud Africa. Il lavoro di educazione necessario non e’ stato fatto. I portavoce del movimento BDS possono essersi convinti di aver raggiunto il loro “momento Sud Africano”, ma e’ lontano dal corrispondere alla realta’. E se le tattiche devono essere effettive, allora devono essere basate su una valutazione realistica delle circostanze attuali.

    Lo stesso e’ vero anche dell’invocazione dell’apartheid. La discriminazione contro i non-Ebrei in Israele e’ tremenda; le leggi sulle terre costituiscono l’esempio piu’ estremo. Ma non si tratta di apartheid come in Sud Africa. Nei territori occupati la situazione e’ molto peggiore di quanto succedesse nel Sud Africa, dove i nazionalisti bianchi avevano bisogno della popolazione nera. Erano i lavoratori della nazione, e , grotteschi come i Bantustan possano sembrare, il governo nazionalista usava delle risorse per sostenere e ricercare il riconoscimento internazionale per questi. La strada che ci sta’ davanti non e’ il Sud Africa, come comunemente riportato, ma verso qualcosa di molto peggiore.

    La strada porta verso qualcosa che si sta spalancando di fronte ai nostri occhi. Israele continuerà, come Sternhell fa osservare, a mettere in pratica le sue politiche in corso. Manterra’ un assedio feroce intorno a Gaza, separandola dalla West Bank, cosi’ come gli Stati Uniti e Israele hanno continuato a fare da quando firmarono gli accordi di Oslo nel 1993. Sebbene Oslo dichiaro’ che la Palestina e’ “un’unita’ territoriale singola”, nel linguaggio ufficiale Israeliano, la West Bank e Gaza sono diventate “ due aree separate e diverse”. Come al solito esistono pretesti riguardanti la sicurezza di Israele che si frantumano velocemente quando li si esamini con attenzione.

    Israele nella West Bank continuera’ a prelevare tutto cio’ che trova di valore – la terra, l’acqua, le risorse – spazzando via la popolazione Palestinese gia’ limitata mentre ingloba quelle acquisizioni entro il Grande Israele. Questo include la “Gerusalemme” largamente estesa che Israele si annesse in violazione degli ordini del Consiglio di Sicurezza; qualsiasi cosa presente nella parte Israeliana della parete di cemento di separazione illegale; i corridoi verso l’est che creano cantoni invivibili per i Palestinesi; la valle del Giordano, dove i Palestinesi vengono sistematicamente espulsi e nuovi insediamenti Ebrei vengono stabiliti; l’enorme numero di progetti per infrastrutture che connettono tutte queste acquisizioni e Israele vero e proprio.

    La strada che ci sta davanti non porta al Sud Africa ma piuttosto a un aumento della popolazione Ebrea nel Grande Israele che si sta costruendo. Questa e’ un’alternativa reale all’accordo che prevede la formazione di due stati. Non ci si puo’ aspettare che Israele accetti una popolazione Palestinese che non vuole.

    John Kerry fu criticato molto severamente quando riporto’ il lamento – dentro Israele- che , a meno che gli Israeliani accettino qualche forma di una soluzione con due stati, la loro nazione diventera’ uno stato con l’apartheid, con autorita’ sopra un territorio con una popolazione Palestinese maggioritaria oppressa e che dovra’ fronteggiare il pauroso “problema demografico”: troppi non Ebrei in uno stato Ebreo. La critica appropriata e’ che questa idea comune e’ un miraggio. Fino a quando gli Stati Uniti supportano le politiche espansionistiche di Israele, non c’e’ nessuna ragione di aspettarsi che cessino. Le tattiche devono essere pensate in accordo con questi fatti.

    Tuttavia c’e’ un’analogia con il Sud Africa che e’ piu’ realistica e significativa. Nel 1958 il ministro degli esteri del Sud Africa informo’ l’ambasciatore USA che non era importante se il Sud Africa fosse diventato uno stato paria. Egli disse che l’ONU avrebbe potuto condannare pesantemente il Sud Africa ma che “cio’ che importava piu’ di tutti gli altri voti messi insieme era quello degli USA, in considerazione della posizione di leadership predominante nel Mondo Occidentale”. Per quarant’anni, da quando scelse l’espansione sulla sicurezza, Israele ha fatto essenzialmente la stessa cosa.

    Per il Sud Africa il calcolo ebbe abbastanza successo per un lungo periodo.Nel 1970, al momento di esprimere il suo primo veto verso una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, gli USA si unirono alla Gran Bretagna per bloccare l’azione contro il regime razzista della Rodesia del Sud; un passo che rifecero nel 1973. A un certo punto Washington divenne il campione ONU dei veto, con un grosso margine nei confronti di tutti gli altri, principalmente in difesa dei crimini di Israele. Negli anni ’80 la strategia del Sud Africa stava perdendo la sua efficacia. Il direttore generale del ministero degli esteri Israeliano riporto’ che nel 1987 anche Israele, forse la sola nazione che aveva violato l’embargo contro il Sud Africa, accetto’ di limitare i suoi legami per evitare di mettere in pericolo le sue relazioni con il Congresso USA. Israele era preoccupato che il Congresso avrebbe potuto punirlo per la sua violazione di una legge degli USA che era stata approvata recentemente. In privato, pero’, i diplomatici Israeliani continuarono a riassicurare i loro amici Sudafricani che le nuove sanzioni sarebbero state solo delle “tendine per le finestre”. Pochi anno dopo pero’, anche gli ultimi simpatizzanti per il Sud Africa a Washington si accodarono al consenso mondiale e subito dopo il regime dell’apartheid collasso’.

    Nel Sud Africa si riusci’ a raggiungere un compromesso che era soddisfacente per le elite della nazione e per gli interessi economici degli USA: l’apartheid fini’, ma il regime socioeconomico rimase. In effetti ci sarebbero stati delle facce nere nelle Mercedes ma i privilegi e i profitti non sarebbero stati intaccati. In Palestina una prospettiva simile di compromesso non esiste.

    Un altro fattore decisivo in Sud Africa fu Cuba. L’internazionalismo di Cuba, come riportato da Piero Gleijeses nel suo capolavoro di studio, che non ha nessuan analogia al giorno d’oggi, gioco’ un ruolo notevole nel terminare l’apartheid e nella liberazione dell’Africa nera in generale. Nelson Mandela, subito dopo il suo rilascio dalla prigione, visito’ Cuba, per molte ragioni e dichiaro’:” Noi siamo venuti qui con un senso di enorme debito nei confronti del popolo Cubano. Quale altra nazione puo’ essere fiera di un maggior senso di abnegazione di quella che Cuba ha mostrato nelle sue relazioni con l’Africa?”

    Mandela aveva ragione. Le forze armate Cubane respinsero gli aggressori Sudafricani fuori dall’Angola: costituirono un fattore chiave nel rilasciare la Namibia dalla stretta brutale in cui si trovava; e mise in chiaro al regime dell’apartheid che il suo sogno di imporre il suo modello al Sud Africa e a tutta la regione stava trasformandosi in un incubo. Nella parole di Mandela, le forze Cubane “distrussero il mito dell’invincibilita’ dell’oppressore bianco”, che, egli disse, “costitui’ il momento cruciale per la liberazione del nostro continente – e della mia gente- dalla disgrazia dell’apartheid.

    Il “potere soffice” di Cuba non fu meno efficace, incluse 70.000 lavoratori altamente qualificati e le borse di studio a Cuba per migliaia di Africani. Washington, in profondo contrasto, non solo costitui’ l’ultima difesa del Sud Africa ma continuo’ anche successivamente ad aiutare le forze assassine e terroriste Angolane di Jonas Savimbi, un “mostro, la cui sete di potere determino’ miserie incredibili per la sua gente”, nelle parole di Marrack Goulding, l’ambasciatore Britannico in Angola- un verdetto assecondato dalla CIA.

    I Palestinesi non possono sperare in un futuro come quello del Sud Africa. Questo costituisce una ragione in piu’ per cui coloro che sono sinceramente dedicati alla causa Palestinese dovrebbero evitare le illusioni e i miti e pianificare attentamente le tattiche che scelgono e la strada da seguire.

    Nota dell’editore: BDS ha costituito un argomento molto dibattuto nella comunita’ vicina a The Nation. Per maggiori informazioni su questo dibattito e per un certo numero di risposte a questo articolo nei giorni futuri andate a : TheNation.com/BDS

    Fonte: zetitaly.org

    http://thenation.com/article/180492/israel-palestine-and-bds

    Traduzione di :Francesco D’Alessandro

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