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Sardegna e poligoni di tiro

Tumori, malformazioni e paura: è la «maledizione del poligono»

Armi all'uranio o l'arsenico di una miniera? E' un giallo

13 giugno 2004 - Angelo De Murtas
Fonte: La Nuova Sardegna - 26 maggio 2004

Di nuovo pare che via sia un solo dato che debba essere segnalato: il fatto, di per sè rilevante, che finora niente di concreto sia stato fatto per rimuovere le cause, quali che esse siano, dell'oscura affezione cancerosa chiamata "sindrome di Quirra" perchè nel piccolo borgo che porta questo nome ha mietuto, e forse continua a mietere, le sue vittime, che poche sicuramente non sono. Si sono prelevati campioni del terreno, si sono compiute analisi e indagini, si sono diffusi documenti e dichiarazioni che aspiravano a essere tranquillizzanti, ma la realtà oggettiva è rimasta quella che era due, tre, dieci anni fa. La minaccia del male se vi era continua a esservi, benchè nessuno ne abbia indicato con certezza l'origine. Del resto, come realmente stiano le cose in questa parte della Sardegna, e se davvero vi siano veleni - e di quale natura - che mettano in pericolo la salute e la vita di coloro i quali vi vivono, lo sa, probabilmente, soltanto il cielo. Qui sulla terra, invece, non sembrano esservi idee molto chiare né assolute certezze, neppure nelle sedi più autorevoli. Così non resta che prendere atto dei dati oggettivi certi, che non pare siano molti né confortanti, e, ragionando su questi, tentare di costruirsi una visione complessiva della realtà, o almeno un'opinione appena plausibile. I dati certi sono quelli che tutti conoscono e che in questi ultimi anni sono stati evocati innumerevoli volte. Si sa bene, intanto, che a Perdasdefogu, allora paesino sperduto in un vasto altipiano, negli anni intorno al 1960 venne installato un poligono militare nel quale venivano sperimentate nuove armi, sicuramente non destinate a produrre effetti benefici, ma che erano il frutto della tecnologia bellica più avanzata: missili, quindi, e quanto a essi è connesso. I missili, si sa, per poter fare, sia pure in sede sperimentale, quel che ci si attende da loro, hanno bisogno di un vasto spazio disabitato, e da quelle parti lo spazio non mancava: il poligono si estese da Perdasdefogu fino al mare, occupando per un buon tratto la valle percorsa dall'irrequieto Rio Quirra e separata dalla costa da uno schermo di colline: in tutto 130 chilometri quadrati, come dire 13.000 ettari. Vi è di più, poichè i missili, una volta lanciati, non possono essere lasciati alla sorte né alla loro libera iniziativa, ma devono essere sorvegliati passo per passo. Perciò sulla cima di tutte le alture intorno sorsero bianche costruzioni solitarie, ciascuna sormontata da una sorta di cupola: postazioni radar e tutto quel che di meglio offre in materia l'elettronica. Perdasdefogu, divenuta punto d'arrivo di un fitto andirivieni di militari e luogo di soggiorno di tecnici di società impegnate nell'industria bellica, si andò rapidamente animando. Negli impianti del poligono trovarono lavoro decine di operai e d'impiegati. I missili, in definitiva, avevano portato con sè un benessere prima sconosciuto del quale in qualche misura, direttamente o in modo indiretto, godevano tutti o quasi tutti. Non soltanto a Perdasdefogu, del resto, ma anche a Quirra, minuscola frazione di Villaputzu annidata nella valle (sulla cima rocciosa d'un colle i ruderi d'un castello, al margine della strada una piccola chiesa romanica), poiché di qui passavano i militari del poligono e quelli distaccati nelle postazioni radar e negli altri inpianti. Tutti soddisfatti, dunque? Tutti soddisfatti fino al giorno in cui ci si rese conto d'un fatto inquietante: in quella piccola comunità (Quirra non aveva allora più di centocinquanta abitanti; oggi la sua popolazione è ancora meno numerosa, poichè chi poteva se ne è andato) accadeva di frequente che qualcuno si ammalasse d'un male che aveva un nome oscuro - era una forma di tumore emolinfatico - e che ad onta delle cure ne morisse. Nell'arco di una decina d'anni, a partire dai primi Anni '90, si contarono 13 casi di tal natura. A contarli, poichè chi soffre di un male che lo sta conducendo alla morte di norma non si dedica a calcoli statistici, fu, per la precisione, un medico, il dottor Antonio Pili, il quale ritenne suo dovere denunciare la frequenza anomala del fenomeno. Tredici casi su una popolazione di appena centocinquanta abitanti, un caso ogni 11,5 abitanti: troppi perché si potesse fare a meno di supporre una causa comune. Vi era di più, poichè a Escalaplano, paese non lontano né da Perdasdefogu né da Quirra, pare che si verificasse con frequenza maggiore della norma la nascita di bambini malformati: difficile, anche qui, non pensare a un'unica causa. Quale poteva essere la comune origine dell'affezione cancerosa e delle alterazione genetiche? Non parve irragionevole indicare il poligono con le sue appendici, dove venivano sperimentate, anche da forze armate straniere, anche da grandi industrie che producono ordigni altamente sofisticati, le nuove armi delle quali allora, sul declinare degli Anni '80, già parlava, forse anche quelle all'uranio impoverito, sostanza il cui nome suscitava risonanze sinistre. La denuncia del dottor Pili non cadde nel vuoto, ma fu raccolta, con vario grado d'impegno, dai mezzi d'informazione. Questo giornale dedicò a quel che accadeva a Quirra e nei suoi dintorni una serie d'inchieste accurate quanto coraggiose, nelle quali veniva sottolineata la gravità dell'oggettivo stato delle cose e si indicavano con chiarezza i motivi di apprensione che ne nascevano, né venivano taciute le reticenze e le resistenze che si opponevano a chi cercasse di appurare la verità. Non mancò un risvolto politico, poichè un gruppo di consiglieri regionali chiese, inutilmente, che venisse costituita una commissione d'inchiesta, mentre due senatori rivolsero interrogazioni sulla vicenda al ministro della Difesa. Le risposte vennero ragionevolmente sollecite; risposte di netto diniego: nel poligono non vi era mai stato, da parte delle forze armate, impiego di sostanze o materiali radioattivi. Il ministro disse anche di aver disposto un'accurata analisi del terreno così all'interno come all'esterno del poligono, ma che non vi si erano trovati valori di radioattività fuori della norma. Aggiunse che, da parte sua, l'Azienda sanitaria di Cagliari aveva fatto eseguire analisi analoghe che avevano rivelato nei terreni di Quirra "un'alta concentrazione di arsenico e di altri minerali provenienti, con ogni probabilità, da lavorazioni minerarie". L'Azienda sanitaria confermò: nel terreno si era trovata un'altissima concentrazione di arsenico (fino a 8180 milligrammi per chilogrammo) e di piombo. Nessun dubbio sul fatto che le sostanze inquinanti provenissero da una vecchia miniera di arseniopirite, quella di Bacu Locci. La miniera è chiusa e abbandonata da una cinquantina d'anni, e si sapeva benissimo quali sostanze se ne estrevano: possibile che in questo mezzo secolo nessuno - non chi ha il compito di tutelare la sanità pubblica, in ogni caso - si sia reso conto che andava spargendo intorno veleni mortali? Tutto chiaro, comunque: responsabile di quel che è accaduto e accade a Quirra non è l'uranio impoverito, ma l'arsenico della vecchia miniera. Tutto chiaro?», si chiede al dottor Antonio Pili, che il dramma di Quirra ha seguito giorno per giorno. Risponde: «Di chiaro, invece, mi sembra che ci sia ben poco. Si sa benissimo, infatti, e si legge nei libri di medicina, che l'arsenico, se può causare forme tumorali a carico dei polmoni o dell'epidermide, non può essere causa di tumori emolinfatici, che sono appunto quelli che hanno colpito gli abitanti di Quirra. La verità non può essere questa». Se le cose stanno così, si deve concludere che della strada che conduce alla verità resti ancora da percorrere un lungo tratto. Nel frattempo il male non sembra concedere tregua. In una casa posta ai piedi d'una collina - al sommo dell'altura la bianca cupola d'una postazione radar - già, viene riferito, sono morti due fratelli. Il terzo si è ammalato di recente di tumore.

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